venerdì 29 dicembre 2017

SATTEL-HOCHSTUCKLI

LA VOLTA CHE LE MUCCHE CI HANNO RUBATO LA CIMA

Mi è capitato, una volta, di fare un’escursione su di una montagna che più che altro è un parco giochi. E non è un modo di dire: una parte del Sattel-Hochstukli, in Svizzera, è letteralmente un parco giochi per bambini.


Vista sulla vallata dalla vetta del Sattel-Hochstuckli

L’arrivo a Sattel-Hochstuckli


Grazie a una meravigliosa cugina dalla generosità e ospitalità infinita (grazie! grazie! grazie!) ci è capitato di passare 4/5 giorni in Svizzera. E visto che è la patria di meravigliose cime alpine oltre che di signorini quali il Monte Pilatus (che fa la sua scena sopra Lucerna) e la Rigi (che è chiamata “la regina delle montagne”), il Signor Coso e io avevamo progettato di accamparci nel verde elvetico e non riportare mai più il naso in città.

Ne eravamo talmente convinti che ci eravamo portati dietro l’attrezzatura da ferrata. I giorni in Svizzera, però, seguivano quelli nella val di Pejo in cui, tra l’altro, avevamo conquistato il Vioz, percorso il giro dei laghi del Cevedale e marciato fino quasi a perderci sul Sentiero dei tedeschi. Eravamo perciò piuttosto sfiniti quando siamo arrivati a Zurigo. E questo spiega chiaramente perché l’attrezzatura da ferrata è rimasta tutto il tempo ben impacchettata in valigia.

Non potevamo, però, andare oltralpe e non fare neanche una capatina su un monte e non ce la sentivamo di contare come valido il giro sull’Uetilberg, il monte di Zurigo. Così la nostra scelta è ricaduta sull’andare a fare trekking sulle Prealpi Svittesi, in particolare sul Sattel-Hochstuckli.
Una mattina abbiamo preparato gli zaini, ci siamo impacchettati nella nostra tenuta escursionistica, e siamo partiti.

Il più grande pregio del Sattel-Hochstuckli è quello di avere un parcheggio compreso nel prezzo della funivia, che però costa un occhio della testa: 22 franchi ciascuno. E visto che in Svizzera costa tutto tanto, ma niente costa quanto un parcheggio (sembra che avere una macchina sia un peccato capitale) in quei giorni io avevo la sensazione di pagare anche l’aria che respiravo. Quindi di improvviso la funivia del Sattel era diventata la realtà più generosa e amorevole che avessi mai incontrato. Avevo gli occhi a cuoricino quando abbiamo parcheggiato lì, giuro!


I prati e i panorami del Sattel-Hochstuckli durante la salita alla vetta

L’escursione sul Sattel-Hochstuckli


Il vero difetto del Sattel-Hochstuckli, oltre allo spelling del suo nome che mi fa sudare quattro camicie ogni volta che lo scrivo, è quello che doveva essere (e forse per qualcuno lo è) il suo più grande pregio: la Stuckli Rondo, la prima teleferica girevole creata al mondo. Ebbene sì: la cabina della funivia gira! Gira signori! Quindi se per caso dovete allacciarvi le scarpe, come è capitato al Signor Coso, non fatelo, ripeto, non fatelo su quella diabolica funivia. Almeno che non vogliate liberarvi della colazione, ovviamente, in quel caso fatelo pure senza problemi.

La Stuckli Rondo, che parte da Sattel (800mt), arriva in località Mostelberg (1200mt) dove mi sono trovata di fronte una scena decisamente inaspettata. La mia idea di montagna è un ambiente vergine, più o meno incontaminato. Alla fine di quella funivia, invece, c’è letteralmente un parco giochi per bambini fatto di trampolino, castello gonfiabile (lo Stuckli Jump) e slittini estivi con tunnel e paraboliche (lo Stuckli Run). Tutto certamente delizioso per i bambini, ma vagamente osceno per me. Ma va beh!

Appena abbandonato la funivia abbiamo preso il sentiero 2 o giallo e ci siamo trovati rapidamente dinnanzi al ponte pedonale più lungo d’Europa, il Raiffeisen Skywalk, che si estende per 374 metri a 58 metri di altezza. Ma la vera bellezza di questo piccolo capolavoro di ingegneria è che è perfettamente accessibile alle sedie a rotella e ai passeggini, fatto per niente scontato in montagna.

Terminato il ponte abbiamo continuato sul sentiero giallo fino ad incrociare il sentiero 4 o azzurro. Qui abbiamo voltato a sinistra incominciando a salire in un via vai di recinti di mucche, boschi e fattorie. Era così comune passare accanto a case e stalle che quasi mi sembrava di essere tornata sull’Appennino Tosco-emiliano dove mio nonno abitava e portava le pecore a pascolare.

A un certo punto, mentre dribblavamo una chiazza di fango, attraversavamo delle sabbie mobili di fango e finivamo dritto per dritto in una zolla tettonica di puro fango, ho deciso che se anche l’ambiente mi ricordava l’Appennino il clima era certamente da Prealpi. Così ho costretto il Signor Coso a fermarsi vicino a una fattoria per farmi rimettere la parte inferiore dei pantaloni (in montagna vado in giro con dei pantaloni lunghi che all’occorrenza possono diventare corti e viceversa). La fattoria, però, era di proprietà di un cane che non gradiva affatto la nostra presenza, a giudicare da quanto abbaiava, e di un signore che ci è venuto incontro motosega alla mano. Avete presente “Non aprite quella porta”? Ecco! L’effetto è stato più o meno quello. E io già cercavo nella mia testa le giuste parole in inglese per dire “Ti prego non uccidermi e non darmi in pasto al tuo cane! Prendi il Signor Coso piuttosto” (che persona carina che sono!) quando il signor Motosega se ne è uscito con un gioviale “guten morgen!” accompagnato da un bel sorriso. Gli svizzeri sono bella gente, a quanto pare.

Superato il panico da motosega abbiamo ripreso la via per la vetta che in pochi minuti sarebbe stata raggiungibile se non fosse stato per le mucche. Ebbene sì: le mucche ci hanno prima ostacolato la via, costringendoci a procedere per un pantano fuori sentiero, e poi ci hanno tolto il gusto di toccare precisamente la vetta (1600mt) perché avevano completamente accerchiato la croce. E niente, le abbiamo lasciate vincere. Con le mucche non si ragiona bene.


Il Raiffeisen Skywalk del Sattel-Hochstuckli, il ponte pedonale più lungo d'Europa

Il ritorno dalla vetta del Sattel-Hochstuckli


Il ritorno verso la funivia si fa attraverso la seconda metà dell’anello del sentiero azzurro, una strada ampia e aperta costellata anche di un paio di grosse croci di legno.

Tornando indietro ci siamo fermati a mangiare nell’unico rifugio trovato aperto sul Sattel-Hochstuckli. Un piccolo problema era che la proprietaria, nonché unica cameriera, parlava solo tedesco e noi due invece non parliamo tedesco. O meglio, il Signor Coso un po’ di tedesco lo parla, abbastanza da riuscire a dire la frase più importante in assoluto per me ossia “senza formaggio”, “ohne käse”, ma non sufficientemente da capire tutti i discorsi che la signora ci ha sciorinato addosso quando si è accorta che lui qualcosa lo sapeva dire.

Informazione importante se andate a mangiare in Svizzera: se c’è scritto cheeseburger con bacon non aspettatevi verdure, pomodori o patate, sarà letteralmente formaggio, hamburger e bacon e nulla più.

Tornati al parcheggio, comunque, se lo volete sapere, non siamo ripartiti subito. Siamo rimasti ad aspettare l’orario giusto per tornare al nostro parcheggio pubblico a Zurigo: perché oltre a costare un patrimonio questi parcheggi elvetici sono anche rigidissimi con i tempi. Si può stare per un massimo di due ore. Insomma è una vita difficile quella dell’automobilista in Svizzera!


Sentiero e scalette in mezzo al bosco per raggiungere la vetta del Sattel-Hochstuckli

Scheda dell’escursione:


Partenza: Sattel (funivia)
Arrivo: Sattel (funivia)
Difficoltà: E
Durata: 3 ore circa
Dislivello: 400mt
Sentieri: 2 (giallo), 4 (azzurro)


Tutte le fotografie sono mie e del Signor Coso

venerdì 22 dicembre 2017

L'ALTOPIANO DEL PUEZ

LA PRIMA VOLTA CHE ABBIAMO INCONTRATO BABBO NATALE
Oggi mi sento Dickens, d’altro canto siamo a un passo dal Natale. Però, invece, di parlare di un vecchio brontolone e dei suoi tre fantasmi voglio raccontarvi di quando tornavo dall’altopiano del Puez e ho incontrato, per la prima volta, Babbo Natale.


La vista del Puez dal Passo Cir

La partenza da Passo Gardena


Quando abbiamo deciso di fare trekking nel Parco Naturale del Puez-Odle pioveva tanto che non si vedeva molto dai finestrini dell’autobus da Colfosco a Passo Gardena. Non che fosse un temporale, più una pioggerella insistente e fitta, ma era comunque sorprendente che ci fossero tanti escursionisti su quell’autobus. La spiegazione ovvia e, in effetti, vera è che tutta quella gente era insieme in un unico gruppo. Un gruppone che appena scesi dall’autobus si è avviato con me e il Signor Coso verso il Puez.

Dato che non sembrava voler smettere di piovere avevo deciso di bardarmi con senno per affrontare la pioggia (ma non l’escursione sotto la pioggia). Avevo addosso, in quest’ordine: una maglietta a maniche corte, un pile e un k way assassino che funzionava come sauna portatile e mi faceva sentire come uno di quei cosciotti di pollo che mia madre cucinava nel forno a microonde fino all’anno scorso. Non eravamo neanche arrivati al Rifugio Jimmy che già mi ero liberata del k way: alla faccia della pioggia!

Dal rifugio, che per un’esperienza precedente sul Piccolo Cir e sul Grande Cir posso assicurare non essere male, prendendo a destra siamo risaliti lungo il crinale. È più o meno qui che ho deciso di ignorare bellamente il gruppone di prima e togliermi sia il pile che la t-shirt per mettermi una canottiera. E questo era solo l’inizio della mia lunga saga “vestiti-svestiti”.

Seguendo il sentiero 2 abbiamo scavallato il Passo Cir e a quel punto… no, non abbiamo incontrato Babbo Natale. Lasciamo da parte Dickens per un po’, ché ho capito che è Natale, ma a me sta anche antipatico Charles. Parliamo di un altro autore. Avete presente J.R.R. Tolkien? E il suo libro più famoso? E quel filmetto che è stato tratto da quel libretto? Insomma avete presente Il Signore degli anelli? In particolare la scena in cui Sam e Frodo guardano verso Mordor alla fine della Compagnia dell’anello? Ecco in quel momento io ero Sam (scusa Signor Coso che ti lascio Frodo)!

Quando si scavalla il Passo Cir ci si trova di fronte una valle incoronata da montagnole (per quanto si possa parlare di montagnole sulle Dolomiti) e l’effetto è proprio quello di essere due piccoli hobbit davanti alla vastità del viaggio da fare.

Forse la sensazione di ineluttabilità e immensità era data un po’ anche dal vento gelido che tentava di soffiarmi via. Per cui, dopo circa dieci minuti dal mio rapidissimo spogliarello, ero di nuovo con il pile e il k way addosso. E sta volta c’era anche lo scaldacollo. E niente: il mio audace momento selvaggio “il clima delle Dolomiti mi fa un baffo” si era già consumato. Questa sono io in montagna… e d’inverno… e in generale quando fa freddo.


L'altopiano del Puez


L’escursione sull’altopiano del Puez


Dato che il Puez è un altopiano il percorso è tendenzialmente in quota attraverso due vallate intonse, vergini, e non troppo affollate. A separare le due vallate alla Forcella de Crespeina (2528mt) si trova uno steccato per animali. Si procede quindi fino alla Forcella Ciampas (2460mt) ed è qui che il sentiero 2 diventa il sentiero 4.

Per raggiungere il Rifugio Puez, dove abbiamo pranzato, alla Forcella de Ciampei (2366mt) bisogna salire delle scalette di pietra tenendo sempre a sinistra una meravigliosa vallata che ci ha accompagnati più o meno per tutto il percorso. Sulle scalette di pietra non ho molto da dire, se non che a quanto pare hanno inspiegabilmente ispirato in me e nel Signor Coso una serie di foto alla Zoolander. A giudicare dalle facce che abbiamo fatto, fare la Magnum non è un lavoro così facile.

Dal Rifugio Puez (2475mt) si potrebbe salire per la Cima del Piz de Puez, ma siccome richiedeva un paio d’ora tra salire e scendere noi abbiamo preferito lasciar perdere: d’altro canto la strada del Puez è una bella scarpinata!


Panoramica dell'altopiano del Puez da Passo Cir


Il ritorno a Colfosco


Tornando indietro abbiamo deciso di scendere verso Colfosco, visto che avevamo l’hotel lì. Così alle famose scalette di Zoolander invece di andare dritti abbiamo preso a sinistra per uno zig zag di rocce che lentamente si ammorbidisce in un sentiero di valle. Qui siamo stati circondati da marmotte che, per fortuna, sembravano più interessate a giocare ad Acchiappa la talpa (loro erano le talpe ovviamente) che a conquistare il mondo. Considerando quante erano e quanto erano brave a giocare ad acchiappa la talpa, l’avrebbero potuto conquistare facilmente. Altro che il Mignolo col Prof!

Il sentiero porta alla base della parete del Sassongher e da qui si scende facilmente verso il Rifugio Edelweiss dove ci siamo mangiati una merendina a base di kaiserschmarren con i frutti di bosco freschi. Veramente buona! Talmente buona che me la ricordo anche io, non solo il Signor Coso. E ho detto tutto.

È tornando indietro che, finalmente, abbiamo incontrato Babbo Natale, quello della Tridentina, ve lo ricordate? Solo che noi non eravamo ancora stati sulla Tridentina quindi questa è stata assolutamente la prima volta che abbiamo visto questo omone dalla barba bianca e dal vestito e lo zaino rosso. Ve la immaginate la nostra reazione? Beh, semplice: lo abbiamo fissato da lontano e sempre più da vicino con sempre più sbalordimento. A pensarci bene forse io avevo persino la bocca spalancata quando gli siamo passati accanto e quando lo abbiamo superato ci siamo voltati anche un paio di volte per guardarlo, come se temessimo di aver avuto un’allucinazione.

E visto che è Natale vi rivelo un segreto segretissimo: Babbo Natale è tedesco! Ve lo assicuro: ha detto “guter abend”.


La vista della vallata dell'altopiano del Puez dalla Forcella Ciampei


Scheda dell’escursione:


Partenza: Passo Gardena (a piedi)
Arrivo: Colfosco (a piedi)
Difficoltà: E
Durata: 7 ore circa
Dislivello: 855mt
Sentieri: 2, 4
Rifugi: Rifugio Jimmy, Rifugio Puez, Rifugio Edelweiss


Le fotografie sono state scattate da me e dal Signor Coso

venerdì 15 dicembre 2017

VALLEY UPRISING

IL DOCUMENTARIO SUI FOLLI CONQUISTATORI DEL PARCO YOSEMITE

Oggi niente escursioni o ferrate. Oggi facciamo un articolo un po’ diverso, un articolo che parla di gloriosi folli che hanno preso d’assalto e conquistato monoliti inaccessibili, ma che non si sono presi troppo sul serio mentre lo facevano. Oggi parliamo di Valley Uprising, il documentario sui re, i maestri e le scimmie del Parco Yosemite.

Valley uprising Yosemite's Rock Climbing Revolution
Fonte e copyright: Sender Films
Quando mi sono imbattuta su Netflix in questo lungometraggio di 90 minuti non sapevo veramente a cosa andavo incontro. A dire il vero non sapevo niente della mecca dell’arrampicata americana se non il suo nome: Yosemite (che nella mia testa puntalmente fa echeggiare la sigla di Yoghi anche se quello era lo Yallowstone, lo so), quindi figurarsi se sapevo che pazzie erano state fatte su quelle rocce.

Non sapevo, ad esempio, che è da sei decenni che c’è una guerra tra i climber e i ranger del parco. Una battaglia che il documentario racconta con quel tono leggero, rapido e divertente che caratterizza tutto il film. Uno scontro, il loro, che per molto tempo sembrava fosse vinto dai climber ma adesso, forse, sono i ranger ad avere la meglio, ma non esageriamo: sono sempre i folli, irriverenti climber di Yosemite di cui stiamo parlando.


La prima generazione: i re dello Yosemite


Lo Yosemite diventa Lo Yosemite negli anni Cinquanta, quando c’era gente come Jack Keruac che percorreva in lungo e in largo le strade d’America, c’erano i surfisti che tagliavano le onde e la beat generation che dettava un nuovo stile di vita. A Yosemite c’erano loro: i re dello Yosemite

Erano i primi arrampicatori che arrivavano lì. In America non c’erano la storia e la cultura dell’arrampicata che l’Europa già aveva e loro se le costruirono passo dopo passo, chiodo dopo chiodo. Erano folli, liberi e bohemien. Si erano accampati alla base di questi colossi rocciosi, tra alberi ed erba e non se ne andavano, non lavoravano, facevano festa e si arrampicavano. Niente di più. A volte facevano festa e si arrampicavano allo stesso tempo a dire il vero. Tipo Warren Harding, uno dei grandi nomi dell’età dell’oro dell’arrampicata americana. Scalava portandosi dietro le bottiglie di vino (e bevendosele anche) e una volta si fece mandare su il tacchino del ringraziamento mentre se ne stava lì in parete. Lo avevo detto che erano matti, no?! Per altro Harding fu anche quello che, rimasto bloccato per giorni in parete per colpa di un temporale, ricacciò indietro a male parole i soccorsi affermando che non ci fosse la minima necessità di soccorrere nessuno. Per favore, non fatelo a casa: lui stava fuori come un balcone!

Oltre ad essere matto, però, Harding aveva una specie di arcinemico che, tra le altre cose, era anche lui uno dei migliori climber fra i re: Royal Robbins. Ora se Harding era un alcolizzato che si dava alle arrampicate Robbins era una specie di filosofo che arrampicava pareti. Avevano un modo di approcciarsi alla roccia talmente diverso che non potevano che essere sempre in contrasto e in competizione. E sapete cosa succede quando due persone vogliono primeggiare? Si conquistano vette. E loro, per esempio, rincorrendosi hanno conquistato prima l’Half Dome (2694mt) e poi El Capitan (2307 mt), tanto per dirne due. Ed El Capitan è alto più o meno tre Empire State Building, per darvi un’unità di misura, figurarsi l’Half Dome!

L’era d’oro dei re dello Yosemite è durata circa vent’anni. Nel 1970, poi, Harding e Dean Caldwell conquistarono Dawn Wall, una delle vie più difficili di El Capitan. Se siete romantici potete dire che quello è stato l’ultimo glorioso atto dei re.



La seconda generazione: i maestri dello Yosemite


Yosemite però non aveva ancora finito di svezzare e crescere i più strani, spericolati e audaci climber del nuovo mondo. Tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta a padroneggiare le rocce e i massicci del parco ci furono gli Stonemaster: un gruppo forse ancora più folle dei re che lo avevano preceduto.

La caratteristica principale degli Stonemaster era che avevano abbracciato pienamente la filosofia del libero amore e delle libere droghe. E se fare l’amore in parete è abbastanza difficile da averli scoraggiati tutti a provare, almeno per quanto ne sappiamo, arrampicarsi subito dopo o mentre si fa assunzione di droghe è un po’ più comodo. Comodo, non sicuro. Quindi particolarità di questi simpatici pazzi irresponsabili era che si arrampicavano sotto effetto di LSD. A confronto Harding sembra un santo ora! Come prima: non fatelo a casa, grazie!

Per incredibile coincidenza questi scellerati furono ulteriormente aiutati nel loro consumo, e poco dopo spaccio, di droga dalla caduta di un aereo. Se l’aereo fosse stato un aereo qualunque la cosa non sarebbe stata di particolare rilevanza, ma visto che questo particolare aereo era pieno di marijuana colombiana, e che per il punto dove era caduto i climber lo raggiunsero prima dei ranger, ebbe inizio un piccolo mercato di marijuana che rifocillò per un po’ le loro tasche sempre vuote. Se questa storia vi suona vagamente familiare sappiate che è perché da questo episodio è stato tratto un film con Silvester Stallone, Cliffhanger.

Comunque gli Stonemaster non sono rimasti famosi solo per l’uso della droga e per gli aerei caduti. Sono stati loro a cominciare il free climbing, ossia quella pratica di arrampicata dove l’unico sostegno è dato da mani, piedi e una corda di sicurezza, e il free solo, dove ci sono solo mani e piedi e niente più corda anche se si è magari a 300 mt da terra. Uno dei maestri del free solo era proprio uno Stonemaster: John Bachar.

Se alla base dei climber dello Yosemite c’era il rifiuto del materialismo non stupisce che la morte di questa seconda generazione sia avvenuta per mano degli sponsor e dei soldi che hanno cominciato a girare quando l’arrampicata divenne mainstream. Molti degli Stonemaster, infatti, divennero sportivi professionisti e il gruppo, semplicemente, si sciolse.


Fonte: Mountain Home Air Force Base; foto di Connor J. Marth

La terza generazione: le scimmie dello Yosemite


Dagli anni Novanta e ancora oggi lo Yosemite è il parco-giochi degli Stone Monkeys, climber come Cedar Wright, Dean Potter, Kevin Jorgeson e Tommy Caldwell, che per primi hanno concluso un’arrampicata libera del Dawn Hall, e Alex Honnold, uno dei più forti free climber viventi.

E se tutto sembrava essere già stato fatto tra quei massicci proprio queste scimmie hanno dimostrato che ancora tutto era da fare. All’ombra di quei colossi in questi anni si può osservare audaci pazzi intenti a fare speedclimbing, o arrampicata veloce e già il nome dice tutto, o a fare bouldering, una forma di free solo su massi fino a 7-8 metri. Altri ancora praticano il base jumping, ossia si buttano dalle vette di questi massicci e atterrano con un paracadute, o il giovanissimo free base, ossia una forma di free solo dove l’elemento di sicurezza è rappresentato da un paracadute. Ed è proprio con questi due ultimi sport che si presentano sostanziosi problemi perché se nel Parco dello Yosemite non è illegale arrampicare lo è buttarsi col paracadute. Per cui ogni volta che un climber ne apre uno scatena con i ranger una caccia del gatto al topo.

Se come me, però, vi viene un po’ di brivido freddo all’idea di fare free solo su El Capitan potete sempre darvi allo slackline, un esercizio di equilibrio che consiste nel camminare su di una fettuccia tesa tra due punti. Ma fatelo tra gli alberi, a pochi metri da terra; non tra due massicci a metri e metri di altezza come certe scimmie dello Yosemite.


Fonte: Lwp Kommunikàciò, foto di Alex Honnold mentre fra free climbing su El Capitan, scattata da Pete Mortimer

Scheda del documentario:


Sceneggiatore: Peter Mortimer, Nick Rosen
Regista: Peter Mortimer, Nick Rosen
Produttore: Sender Films, Big Up Productions
Narratore: Peter Sarsgaard
Durata: 90 minuti
Anno di uscita: 2014