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venerdì 6 aprile 2018

ESCURSIONE AL RIFUGIO RE ALBERTO

LA VOLTA IN CUI IL SIGNOR COSO SI È PERSO LE SUOLE

Immaginate di aver appena terminato l’escursione fino al Rifugio Vajolet dopo essere sopravvissuti al peggior sentiero che l’inferno potesse progettare per grigliarvi e di avere un ginocchio maciullato giusto il giorno prima dal Sassopiatto. Ecco, in questa situazione, non avreste continuato a camminare anche voi e non avreste raggiunto il Rifugio Re Alberto? No, perché è esattamente quello che ho fatto io.

La conca Gartl vista dopo aver concluso il sentiero attrezzato per il Rifugio Re Alberto

La partenza dal Rifugio Vajolet


Quando sono arrivata al Rifugio Vajolet non ero più una persona, ma un uovo all’occhio di bue cotto a puntino. Nonostante ciò però, forse per merito del buonissimo primo krapfen della mia vita, mi sentivo piena di energia. Probabilmente è per questo che non ho trovato niente di male nella proposta del Signor Coso di continuare l’escursione verso il Rifugio Re Alberto; anzi ne ero entusiasta.

Così, avviandoci verso Passo Principe, abbiamo incontrato in poco tempo la svolta a sinistra dove ha inizio il sentiero 542 che sale fino al rifugio. Ed è qui che il mio entusiasmo si è un po’ gelato. Su una bella targa lucida era chiaramente scritto che la via che si dipanava da lì era un sentiero per escursionisti esperti. Ora, quando si pensa a un escursionista esperto ci si immagina uno che sa dove mettere i piedi, uno che ti sa snocciolare ogni minima differenza tra ciaspola e rampone, tra suola Vibram e suola Contagrip, uno che in montagna c’è praticamente nato e che ti sa indicare cima per cima neanche fosse Google Maps. Insomma non vengo in mente io. Soprattutto non viene in mente la versione di me sul Vajolet, ossia la me che era stata sulle Dolomiti per un totale di due giorni. Due giorni, signori e signore! Ecco, io non ero un’escursionista esperta e ho tenuto subito a specificarlo. Il Signor Coso ha fatto più o meno spallucce e mi ha giurato che ce la potevo fare. E siccome io sono un talento naturale insospettabile, così insospettabile che anche se mi ci vedi in montagna continui a dire “no, quella non è un talento naturale”, ce l’ho fatta davvero. 


Vista del Rifugio Vajolet e della vallata dal sentiero che porta al Rifugio Re Alberto

Il sentiero 542 si dipana tra ghiaia e rocce in un canale stretto tra Punta Emma e Cima Catinaccio. In realtà la via è alla portata di tutti, ma io dall’alto dei miei due giorni di esperienza mi sentivo Indiana Jones, solo che invece di scappare da un grosso masso mi arrampicavo su rocce bianche. Avanzavo con una tecnica sopraffina che ho brevettato con il nome di “stile Gollum”, che, mi giunge voce, fa ora concorrenza allo stile alpino. La tecnica è semplice: si avanza su piedi e mani agganciandosi a qualsiasi appiglio roccioso a portata di mano. Ero talmente “fiera” del mio nuovo stile che me ne sono uscita con una frase del tipo “sono come Gollum”. Ovviamente lo dicevo al Signor Coso, ma un perfetto sconosciuto che saliva pochi metri davanti a me scoppiò a ridere e ci tenne a confermare la mia affermazione. Grazie gentile e inopportuno sconosciuto! 

Durante la salita, in alcuni tratti, si incontra un cavo metallico utile soprattutto per gli escursionisti non troppo esperti. Sebbene non ci siano mai punti totalmente esposti, infatti, in alcuni tratti si passa a filo di un piccolo salto di quattro, cinque metri. Nulla di esagerato, ma cadere da lì non sarebbe comunque simpatico, soprattutto per le rocce pronte ad accoglierti. Cosa che a quanto pare, però, non impressionava particolarmente il piccolo mostriciattolo di neanche dieci anni che davanti a noi saltellava libero e spensierato, in barba a ogni cautela, ignorando deliberatamente il cavo e avvicinando sempre più il povero nonno urlante a un infarto letale.

Il bambino, comunque, è sopravvissuto, cosa che dimostra da un lato la sua enorme fortuna (avrà rapito un leprecauno e lo terrà legato in cantina, come minimo) e dall’altro la facilità di questo sentiero attrezzato che, nonostante dia il brivido dell’avventura, non espone a particolari rischi e si rivela un ottimo banco di prova per affrontare future vie ferrate

La salita verso il Rifugio Re Alberto

Dopo circa un’ora di salita si arriva così alla conca del Gartl dove, sulle sponde di un gelido laghetto, riposa comodamente il Rifugio Re Alberto (2621m) e dove si può riuscire a godere di uno splendido panorama sull'Alpe di Siusi. Non che serva spingere lo sguardo lontano per godere di una bella vista: la conca è circondata dalle maestose Torri del Vajolet, dalla Croda di Re Laurentino e dalla parete nord del Catinaccio

Il vero problema della zona, in realtà, è la fatica e il tempo per arrivarci. Insomma lassù c’eravamo solo noi che arrivavamo dal Vajolet e altri che salivano dalla ferrata di Passo Santner (che prima o poi anche il Signor Coso e io dovremo provare… appena accetto l’idea di tornare sul Vajolet). Portare cibo, acqua e altri beni di conforto lassù è complesso quindi contestualizzate la seguente frase: al Rifugio Re Alberto il pranzo non era un granché. Il ragù era risicato e la Coca Cola era più che altro caramello e acqua. Però, appunto, si può capire. Così come si capisce che la pressione dell’acqua lassù è praticamente zero quindi dal rubinetto più di un getto escono gocce e per lavarsi le mani ci vogliono praticamente 20 minuti.


Il Rifugio Re Alberto nella conca Gartl con accanto un laghetto

Il ritorno dal Rifugio Alberto


Quando siamo riusciti a finire di lavarci le mani e a pranzare siamo subito ripartiti di corsa verso casa perché eravamo un po’ stretti con gli orari della funivia.

La via di discesa è la stessa di salita: non c’è da dire molto a riguardo, se non che mentre avanzavamo tra le varie rocce il Signor Coso ha notato che non indossava più dei comodissimi ed efficientissimi scarponi da trekking, ma due papere che aprivano e chiudevano il becco a ripetizione. Ebbene sì: gli si erano scollate le suole di entrambe le scarpe, durante la discesa, in un sentiero attrezzato. Che fortuna! Non avevamo neanche nulla per rimediare, così è dovuto scendere a compromessi con le papere e avanzare con loro che facevano “qua qua” ad ogni passo. Il compromesso, comunque, ha funzionato perché non è caduto neanche mezza volta.

Tornati al Rifugio Vajolet, però, i problemi non erano finiti. Il mio ginocchio crea problemi soprattutto in discesa, motivo per cui mi ero munita di due bastoni da nordic walking essenziali per affrontare il malefico discesone che fino a qualche ora prima era il malefico salitone. Per motivi che ora non vi sto a spiegare, però, mi trovavo nella ridicola situazione di avere un solo bastone con me mentre l’altro era arrivato fino a Gardeccia ed era poi tornato senza di me a Campitello. Ho così cominciato, un po’ per fretta un po’ per tenere a bada il dolore, a camminare più velocemente possibile e a tratti a correre infilzando l’unico bastone a mia disposizione in ogni punto della strada. Immaginatevi la scena! Quando avanzavo in stile Gollum ero molto più elegante.

Comunque alla fine siamo arrivati agli impianti in tempo e siamo riusciti ad arrivare a Pera senza difficoltà. Questa escursione in Val di Fassa, però, non aveva ancora finito di giocare i suoi assi contro di noi. Per, forse, la prima e unica volta nella storia gli autobus trentini ci delusero. L’autobus che aspettavamo arrivò già pieno e si rifiutò di farci salire. Io avrei voluto spiegargli che venivo da Roma quindi per me non era un problema viaggiare nell’anfratto tra freno e frizione o sopra il tettuccio, ma non sembra che questa mia flessibilità potesse essere convincente per l’autista che ci lasciò a piedi. Per fortuna, però, il Dottor Uka era tornato a casa da tempo e si rese disponibile a venirci a recuperare in macchina guadagnandosi così una nomination alla beatificazione.

E quindi niente: la salita al Rifugio Re Alberto è veramente stupenda e, come si dice di solito, tutto bello e tutto buono, ma… dopo tutti questi imprevisti e questi dolori, c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di chiedermi perché odio il Vajolet? Piuttosto chiedetevi perché il Vajolet odia me.


Vista del panorama dalla conca Gartl verso le Alpi di Susi

Scheda dell’escursione:


Partenza: Rifugio Vajolet (a piedi) 
Arrivo: Pera (funivia)
Difficoltà: EE
Dislivello: 378 m
Durata: 3 ora
Sentieri: 542, 546 
Rifugi: Rifugio Re Alberto, Rifugio Vajolet, Rifugio Preuss, Rifugio Gardeccia

Tutte le foto sono del Signor Coso

venerdì 30 marzo 2018

L’ESCURSIONE AL RIFUGIO VAJOLET DEL CATINACCIO

LA VOLTA IN CUI "MA CHE DAVVERO DEVO FARE STA SALITA SOTTO IL SOLE E CON LA FOLLA?"

Io odio il Vajolet!
Mi sembrava giusto mettere le cose in chiaro fin da subito. Questa facile, ma crudele escursione nel Gruppo del Catinaccio mi ha praticamente divorato l’anima il primo anno che sono stata sulle Dolomiti, quindi tre anni fa, mese più mese meno. Come è stato vivere senz’anima da allora? Beh… più o meno come prima. Fatto sta che è un po’ traumatico ripensarci, ma – ehi! – terapia d’urto no?! E allora torniamo indietro ed ecco l’escursione al rifugio Vajolet del Catinaccio.


La via dal Rifugio Gardeccia al Rifugio Vajolet

L’avvicinamento al Vajolet


Se, come noi, si ha voglia di fare trekking in Val di Fassa è facile imbattersi nel Vajolet e nelle sue due mastodontiche meraviglie calcaree: le Torri del Vajolet. Se poi si è a Campitello con il Signor Coso è praticamente impossibile evitare di finirci. Lui infatti giurava che fosse bellissimo e che fosse l’escursione perfetta da fare nel nostro secondo giorno di vacanza, subito dopo l’escursione sul Sassopiatto.

Ah! Il Sassopiatto! Lui e il suo malefico discesone spacca-ginocchia e la sua accidentale via crucis che con la sua pendenza e i suoi mille gradini finisce il lavoro del discesone. E nel caso non sappiate di cosa parlo o non vi ricordiate come abbia fatto il Sassopiatto a farmi diventare la signora Zoppetta andateci a dare un’occhiata. Comunque per il momento prendete per buono che quando sono andata sul Vajolet ero Zoppetta e non ero neanche l’unica. Anche la Malefica era messa male (che poi poveretta, lei era giustificata: l’aveva investita due giorni prima un’ambulanza…).

Comunque il Signor Coso era sicuro che il Vajolet ci avrebbe trattato bene così ci siamo tutti fidati e siamo andati. Zaini in spalla e via con l’autobus verso Pera, frazione di Pozza di Fassa, dove con due tratti di seggiovia si arriva a Pian Pecei (1800m) da dove comincia l’avvicinamento. Ora, per essere onesti, è possibile raggiungere Pera da Campitello anche con una tranquilla passeggiata di circa mezzora sul lungofiume dell’Avisio. Però l’ho già detto: Zoppetta. Accontentatevi che non ho deciso di prendere direttamente l’autobus che da Campitello porta al Rifugio Gardeccia saltando in un sol colpo impianti e Pian Pecei.

Abbiamo fatto bene, però, a decidere per la seggiovia. Il tratto di strada che porta da Pian Pecei al Rifugio Gardeccia (1948m), infatti, è in mezzo al bosco e di tutta questa escursione è stata la parte più piacevole, ve lo assicuro! Però era solo l’avvicinamento. La salita vera comincia da qui e prima di intraprenderla io dovevo fare un rapido pit-stop: neanche eravamo partiti e già mi dovevo cambiare la maglietta perché stavo morendo di caldo. Ohibò! Probabilmente questo è un record personale.


Vista in un giorno sereno del Gruppo del Catinaccio dal Rifugio Gardeccia

La salita al Vajolet


Lasciato il Rifugio Gardeccia inizia quello che a tutti gli effetti potremmo chiamare “via infernale di lava e fuoco che ti rosolerà, prosciugherà di tutte le forze e anche se fingessi di essere un opossum morto ti farebbe a pezzi lo stesso perché mica è un Grizzly, ma una via infernale”, ma che per amore di sintesi chiameremo sentiero n. 546. Che poi in sostanza è una mulattiera che, eccettuati un paio di tornanti iniziali, prosegue dritta fino alla cima in un paesaggio in cui gli alberi non sembrano più andare di moda, ma invece sono un sacco in i sassi arroventati e bianchi che tra un po’ manco le case pugliesi (che per inciso quando sono stata in Puglia non riuscivo a tenere gli occhi aperti per la luce che riflettevano quei malefici muri, quindi vedete voi che effetto può fare questa crudele mulattiera).

A quanto giura e spergiura il Signor Coso a destra del sentiero dovrebbe scorrere un fiume che, l’anno prima, durante una grandinata che probabilmente sarebbe stata un inquietante dejà vu per i dinosauri di ogni epoca, aveva deciso di gonfiare il petto tipo una primadonna e aveva costretto il Signor Coso e sua madre a diventare “guadatori” esperti di fiume. Delle serie “sul Vajolet o vai a fuoco o affoghi”. Io avevo pescato la carta “vai a fuoco” e infatti non ricordo nessun fiume. Secondo me quell’anno al suo posto c’era una crepa che arrivava dritta al nucleo terrestre e al suo magma incandescente. 


Il Rifugio Vajolet e il Rifugio Preuss con le Torri del Vajolet sullo sfondo

Il caldo, comunque, sarebbe stato anche gestibile se non fosse stato per la folla. La mulattiera è piuttosto larga, quasi un’autostrada messa a confronto con il sentiero medio di montagna, ma quel giorno tutta la Val di Fassa si era data appuntamento sul Vajolet. Letteralmente eh, non scherzo. Sì perché quel giorno, a nostra insaputa, Uto Ughi avrebbe suonato il violino proprio lì sul Vajolet. E se siete ignoranti come me e non sapete chi sia Uto Ughi lo potete scoprire, ma soprattutto ascoltare, in questo video.


Alla fine dopo circa un’ora, nonostante il caldo e la folla, contro ogni previsione siamo riusciti ad arrivare alla fine del sadico sentiero e a raggiungere la balconata posta immediatamente sotto le Torri del Vajolet. Da lì è possibile guardare l’intera vallata percorsa fino a un attimo prima e si può scegliere in quale rifugio mettere il naso: il Rifugio Vajolet o il Rifugio Preuss (2243m). La vista è stupenda, ma ciò che fu veramente meraviglioso fu trovare un krapfen! Un krapfen signori! Non ricordo in quale rifugio lo comprai, però ero felicissima e soprattutto fu il primo krapfen che mangiai in vita mia. Un momento storico!

Alla fine comunque non ce lo siamo mica ascoltati Uto Ughi, anche se eravamo arrivati proprio dovrebbe avrebbe tenuto il concerto. Siamo dei polli dite voi? Può darsi, ma avevamo quasi dei buoni motivi. La Malefica era stata sconfitta dal sadico sentiero, gli altri nostri amici avevano deciso di ricominciare la discesa e il Signor Coso e io… noi siamo andati verso il Rifugio Re Alberto. Perché okay che ero la signora Zoppetta, ma come si resiste a un sentiero attrezzato? Che poi quello è bellissimo!

La croce sulla balconata del Vajolet che segna la fine del sentiero da Gardeccia

Scheda dell’escursione:


Partenza: Pera (in seggiovia)
Arrivo: Vajolet (a piedi)
Difficoltà: E
Dislivello: 243m
Durata: 2 ore circa
Sentieri: 546
Rifugi: Gardeccia, Vajolet, Preuss


Le fotografie sono mie, del Signor Coso e di Wiiiiiwoman