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venerdì 22 febbraio 2019

9 CONSIGLI PER PRENDERSI CURA DEI TUOI PIEDI

OSSIA COME COMBATTERE E SOPRAVVIVERE ALLE VESCICHE (E MAGARI PURE VINCERE LA GUERRA)

Scrivere questo post sarà per me una sofferenza, sappiatelo! Se c’è una cosa che davvero mi schifa al mondo (a parte il formaggio che detesto cordialmente) sono i piedi. Li odio! Se potessi li cancellerei dalla faccia della terra, ma purtroppo non posso. Per cui nel corso degli anni sono dovuta scendere a patti con la loro esistenza, soprattutto dopo aver cominciato con l’escursionismo. D’altro canto la cura dei piedi è un elemento base della vita di qualsiasi escursionista. Quindi, nonostante la mia sofferenza, ecco qui il mio piccolo compendio di consigli per prendersi cura dei tuoi piedi!


L’importanza della cura dei piedi durante le escursioni


Per quanto i piedi siano indubbiamente la nostra parte peggiore (probabilmente un ultimo piccolo screzio di qualche scienziato rettiliano, considerando quanto sono brutti) è importantissimo curarli fino alla nausea quando si fa trekking.

Queste orride estremità, infatti, sopportano tutto il nostro peso e, in aggiunta, anche quello dello zaino. Se poi si ha la sfortuna di poter essere solo “un escursionista della domenica” ogni trekking, anche il più piccolo, si trasforma in un inferno per loro. D’altro canto ogni cosa diventa migliore con l’esperienza e praticare l’escursionismo solo nel weekend, e magari - peggio ancora - solo in primavera ed estate, non è il modo migliore per evitare dolore, vesciche e gonfiori.

La sensibilità dei piedi, in fondo, è piuttosto alta anche quando sono ben chiusi dentro gli scarponi. Registrano ogni minima variazione di pendenza o di tipo di terreno - che si passi dalle foglie secche ai ciottoli o dal fango alla ghiaia - e ne pagano inevitabilmente le conseguenze. Magari voi avrete i piedi d’amianto, ma è difficile passarla sempre liscia quando si fa trekking per un po’. Non è mica necessario avere i piedi di frolla come il Dottor Uka, che già dopo la prima passeggiata sul Sassopiatto aveva più vesciche che dita, per ritrovarsi a zoppicare per giorni interi. Quindi è importante prendersi cura dei propri piedi. Meglio, allora, seguire qualche semplice consiglio e non avere più problemi.



5 consigli per la cura dei piedi


Il fastidio principale di cui si può soffrire quando si fa trekking sono probabilmente le vesciche, che poi non sono altro che una reazione di autodifesa della pelle. Ah! Che bello il corpo umano che per difendersi ti fa vedere i sorci verdi dal dolore. Proprio intelligente questo corpo umano!

In sostanza quando c’è un eccessivo sfregamento si produce un accumulo di fluidi nell’area di attrito che evita il danneggiamento dell’epidermide. Come piccolo effetto collaterale, però, il siero produce una forte pressione che causa il dolore e, quando va bene, il fastidio.
Per fortuna curare i propri piedi per evitare o contenere le vesciche è piuttosto facile. Basta seguire qualche semplice regola:
  1. Fate regolarmente lunghi pediluvi in acqua calda massaggiando la cute con una pietra pomice. Al termine del pediluvio idratate la pelle con una crema o un olio specifico per i piedi. Potete non crederci, ma già questa piccola accortezza farà miracoli. Quest’estate io sono riuscita a sopravvivere senza nessuna vescica in 8 giorni consecutivi di trekking (5 escursioni e 3 ferrate) proprio grazie a un uso giornaliero di una crema all’Aloe, che è tipo il Santo Graal fatto pianta, mentre quel pollo del Signor Coso che si è rifiutato di usarla ne è uscito molto peggio, ve lo assicuro. Pollo!
  2. Se durante un’escursione iniziate a sentire un dolore o un bruciore fastidioso NON fate finta di niente e intervenite subito. Come si suol dire meglio prevenire che curare. E se proprio non siete riusciti a evitare un principio di vescica, procedere subito con una medicazioni tramite garza e cerotto di tela potrebbe riuscire a contenere il danno. L’importante, però, è ricordarsi a fine giornata di togliere la medicazione, disinfettare il piede e lasciarlo ad asciugare e a prendere aria.
  3. Se già sapete in partenza che soffrite di vesciche (a qualcuno deve pure toccare la pagliuzza corta) non fatevi cogliere impreparati: in farmacia o nei negozi sportivi più specializzati si trovano facilmente cerotti ad hoc o creme antisfregamento che possono prevenire la creazione delle vesciche.
  4. Se durante un’escursione incontrate un torrente o un lago prendetevi il tempo di immergere i piedi nella sua acqua fredda. In questo modo costringerete i vasi sanguigni e velocizzerete la circolazione diminuendo gonfiori e infiammazioni. Ci sono poche cose altrettanto piacevoli al mondo. Il Signor Coso e io abbiamo inzuppato i nostri piedini (si fa per dire, lui porta il 47…) almeno tre volte - al Lago Pian Palù, dopo la ferrata Fernau e dopo la salita al Promontorio del Circeo - e ogni volta lo abbiamo adorato. Dopo averli bagnati, però, bisogna sempre asciugarli bene; e questo vale sia in caso di sudore che nel caso di torrente/lago. Per questo è sempre bene portare con sé un asciugamano e dei calzini di ricambio.
  5. Nel malaugurato caso in cui non siate riusciti proprio a evitare queste maledette vesciche provate a resistere alla tentazione di esploderle senza alcuna necessità. Si chiama follia quella idea che vi sta passando in testa e che vi dice che esplodere la vostra vescichina è una buona idea. Fidatevi! Io vivo con questa follia tipo ogni due per tre. La scelta migliore che potete fare è lasciare che la vescica si riassorba da sola. E se invece è così grande e fastidiosa da doverla esplodere bisogna farlo con strumenti sterili e una giusta disinfestazione e medicazione. In caso di vesciche enormi meglio chiedere a personale esperto. E se invece esplode… munitevi di garze e disinfettante e giù di medicazione!

Non importa quanto vi prendete cura dei vostri piedi: se scegliete le scarpe sbagliate è tutto un cacchio. Trovare la scarpa giusta per il proprio piedi è essenziale. Per fortuna, però, anche per questo ci sono un paio di consigli che possono venirci in aiuto:
  1. Una stessa scarpa non va bene su qualsiasi terreno. Bisognerebbe scegliere sempre la calzatura in base al terreno e all’attività che si sta per fare. Ad esempio sulle vie ferrate è meglio usare una scarpa con una suola piuttosto rigida. In generale, comunque, io preferisco scarponcini alti alla caviglia, ma il Signor Coso, per esempio, non concorda con me. Diciamo però che se siete super goffi come me uno scarponcino alto può fare la differenza tra una passeggiata e una storta assassina. Inoltre ha come lato positivo quello di evitare l’allagamento della scarpa in caso di pioggia. Ve lo dico, però: se passate sotto una cascata non vi tengono all’asciutto neppure loro. Il Signor Coso e io lo abbiamo sperimentato sulla ferrata Hoellenrachen. Non è stato piacevole.
  2. La scelta della scarpa dipende anche dalla conformazione del piede. Un piede magro e uno con una pianta larga non sono affatto la stessa cosa. La mia peggiore piaga, ad esempio, è trovare una scarpa quotidiana che abbia senso con il mio piede: magro fino alla carestia ma non particolarmente corto. Soprattutto con i sandali è praticamente un terno al Lotto. Per fortuna, però, con le scarpe da trekking il problema non si pone così facilmente: la maggior parte dei marchi delle scarpe da trekking prestano molta cura a questi dettagli. Inoltre molti negozi di escursionismo hanno personale e strumenti più che professionali e adeguati per individuare la perfetta scarpa per ogni piede.
  3. La cosa che mi inquieta di più dell’arrampicata è che di solito tocca comprare le scarpette più piccole di un paio di numeri. Per fortuna con l’escursionismo non è così, anzi: meglio prendere le scarpe di un mezzo numero in più. Le vostre dita dovrebbero potersi muovere sempre liberamente e non andare mai a sbattere in punta. Se così non fosse finireste per avere un’unghia particolarmente nera. E anche qui, per esperienza personale, vi assicuro che non è carino e che ci mette mesi a passare. Meglio evitarlo. Però state attenti a non dare troppa libertà al piede. Se il tallone avesse troppo gioco finirebbe per generare attrito e in quel caso… bravi! Vescica!
  4. Anche il materiale della scarpa è una questione essenziale. Se ci si trova in climi freddi e in alta montagna la miglior scelta è il goretex, che garantisce impermeabilità e traspirazione. In generale, comunque, meglio la pelle per la tomaia (ossia la parte superiore della scarpa). La pelle assicura traspirazione e durevolezza.

Insomma, se spendete “due” soldi per le scarpe da trekking, vi munite di calze tecniche e curate attentamente i vostri piedi uscirete anche dall’escursione più lunga senza vesciche, saltellanti come una capretta e,soprattutto, con quelle piccole oscenità che si chiamano piedi super presentabili, pronti per qualsiasi sandalo e solo un po’ pallidini. Insomma, non è che facendo trekking si prenda proprio tutto questo sole...

venerdì 25 gennaio 2019

LA FALESIA JURASSIC PARK

OSSIA LA VOLTA CHE TI ASPETTI I DINOSAURI E INVECE TROVI UNA “VIA FERRATA”


Lo so che da tutte le mie disavventure non sembra, ma il Signor Coso e io siamo persone abbastanza accorte in montagna. Per questo motivo prima di tentare la nostra prima estate di klettersteig abbiamo pensato, ormai qualche anno fa, di seguire un corso CAI sulle vie ferrate. Il bello dei corsi CAI è che non si limitano a essere teorici ma regalano anche un po’ di pratica. Quindi, per tutti quelli di voi che si stanno chiedendo come sarebbe frequentare un corso CAI, ecco la storia della Falesia Jurassic Park, ossia della nostra uscita CAI.


Vista dalla grotta alla Falesia Jurassic Park
Il panorama della Falesia Jurassic Park visto dalla grotta dove finisce la via ferrata


Il corso di vie ferrate del CAI


Per quanto mi piacerebbe vendermi come un talento naturale dell’alpinismo (e per quanto io sia consapevole di confessarmi invece come una mezza sola dell’escursionismo e una campionessa della goffagine a 360°) devo ammettere che la ferrata del Piccolo Cir, ossia la mia prima klettersteig, non è stata un’esperienza poco programmata.

L’inverno che ha preceduto la nostra estate in Val di Badia, infatti, il Signor Coso e io ci siamo fatti due conti sul nostro entusiasmo per la montagna e la nostra aspirazione per le klettersteig e abbiamo pensato che fosse una buona idea rivolgerci a qualcuno di esperto. Così ci siamo iscritti al corso sulle vie ferrate della scuola CAI Franco Alletto. Ora la Franco Alletto è a Roma (ma ha anche un interessante, per quanto non aggiornato, canale YouTube per chiunque volesse darci una sbirciatina), ma le sezioni CAI si possono trovare un po’ in tutta Italia.



Purtroppo il Signor Coso ha fatto un insensato affidamento sulle mie capacità mnemoniche per cui non mi ha raccontato molto del corso in sé. Quello che posso dirvi in generale sul corso è decisamente poco e si potrebbe riassumere in:
  • una lezione teorica sui rischi della montagna in cui, tra l’altro, abbiamo imparato nozioni dal valore decisamente alto come “ferrata = metallo ovunque; temporale = fulmini; metallo = parafulmini; ferrata + temporale = brutta cosa”. Il che, riassunto in linguaggio umano, significa che se piove non si va in ferrata (anche perché la roccia della parete diventa fastidiosamente liscia) e che se ci si trova in parete e scoppia un temporale è importante allontanarsi il più possibile quanto prima e liberarsi di tutta l’attrezzatura di ferro;
  • una lezione teorica sull’attrezzatura e le tecniche specifiche 
  • una lezione in palestra sui nodi e l’allestimento delle soste
  • una lezione pratica presso la Falesia Jurassic Park in un sabato di primavera. 

L'arrivo alla grotta alla Falesia Jurassic Park
L'ingresso alla grotta che conclude la via ferrata della Falesia Jurassic Park

Le prove di via ferrata e la discesa in corda doppia nella Falesia Jurassic Park


La Falesia Jurassic Park, nonostante quello che potrebbe far pensare il nome, non c’entra nulla né con i T-Rex né con il professor Ian Malcom, mia cotta infantile. E per questo sono ancora un po’ in lutto, lo ammetto. In compenso, però, ha molto a che fare con diverse pareti di arrampicata oltre che con una piccola zona attrezzata ad hoc per allenarsi a percorrere le vie ferrate.

La falesia si trova vicino a Tagliacozzo, sulla strada che porta fuori dal piccolo paese di Petrella Liri. Dopo un paio di curve si raggiunge uno spiazzo abbastanza ampio da parcheggiarci più di una macchina. Da lì si è già arrivati nell’area attrezzata.

La zona ha tre attrazioni principali: una serie di due scalette (che però potrebbero anche essere montate volta per volta per il corso CAI), un punto allestito per la discesa in corda doppia e la via ferrata vera e propria.

Quel giorno noi eravamo una mezza bolgia: più di 20 persone con 5 istruttori CAI. Tra le oltre 20 persone c’era persino chi soffriva di vertigini (tanto di cappello allo sconosciuto di cui non ho mai memorizzato il nome che con le vertigini a 1000 ha provato a fare un corso di ferrate) e poi c’ero io che non sapevo neanche legarmi il dissipatore all’imbrago. Non che non sappia fare un nodo a bocca di lupo - eh! - ma il mio dissipatore è del tipo “mi piego ma non mi spezzo” quindi… di solito interviene il Signor Coso che lo “spiezza in due”. Insomma forse non eravamo il gruppo più brillante della storia dell’alpinismo...

Per poter far tutto, senza incalzarci più dello stretto necessario, siamo stati divisi in due gruppi. Il Signor Coso e io siamo finiti in quello che cominciava dalle scalette. Lo scopo essenziale di queste due scalette era quello di farci familiarizzare con la parete e l’avanzamento verticale. La regola base da imparare, in generale, era quella di tenere le longe del dissipatore nell’incavo del gomito per non lasciarselo troppo indietro. Sapete com’è: effetto della forza di gravità! Regola base da imparare per me: smettere di tremare. Spoiler alert. Non ho imparato.

La prima scaletta è piuttosto ampia e comoda, mentre la seconda si stringe un po’ e si fa più ardua, anche se forse la maggiore difficoltà è dovuta soprattutto al mancato allineamento delle due scalette. Io le ho fatte tremare entrambe neanche fossi il terremoto stesso. Il mio tremore però non aveva senso: ovviamente la salita era totalmente in sicurezza. Un istruttore ci faceva sicura da terra. Era un tipo strano, però affidabile: portava degli occhiali a prisma che gli permettevano di guardare in alto senza dove inarcare il collo. Decisamente comodo, ma inconsueto da vedere. Era talmente inconsueto che è rimasto nella fantasia collettiva per molto tempo al punto che, qualche mese dopo, senza nessun buon motivo ha cominciato a circolare sul gruppo Whatsapp del corso la convinzione che fosse morto, manco fosse Tonio Cartonio. Non lo era, ovviamente. Ma almeno adesso l’anonimo istruttore CAI può entrare a pieno titolo nella rosa dei morti ancora in vita insieme a Paul McCartney, Macaulay Culkin e Fabri Fibra. Fico no?!

Alla fine della scala dovevamo lasciarci andare. L’intero corso CAI è praticamente un continuo dover dare fiducia a sconosciuti. Il Tonio Cartonio del CAI ci doveva calare lentamente a terra. E qui se ne sono viste di tutti i colori. Qualcuno si è ancorato alle scale neanche fosse un riccio sullo scoglio. Vi giuro che era difficile convincere alcuni a staccarsi da lì.

Subito sopra la scala si sviluppano 5/6 metri di ferrata orizzontale dove è necessario avanzare con sedere in pizzo e piedi puntati sulla roccia. È un tratto breve, ma abbastanza sfidante, perfetto per imparare a cavarsela anche nei punti un po’ più ostici. Una volta calati nuovamente a terra era il momento di passare alla corda doppia.

Prima di farci affrontare una vera discesa in corda doppia ci hanno spiegato in sicurezza e con i piedi ben piantati a terra tutti i nodi e le sicure da usare e come fare a fermarsi e ripartire. Siccome vi ho già ammorbato sufficientemente su tutte queste tecniche quando vi ho raccontato del Monte Viglio direi di saltare la teoria e andare subito alla pratica.

Il punto allestito per la corda doppia si trova in cima a una rupe. Lì ci aspettava un altro istruttore pronto a controllare che fosse tutto a posto prima di dare il via alla nostra discesa per 20 metri. Nel complesso era una discesa piuttosto autonoma: unica sicurezza l’istruttore a terra sempre pronto a tirare la corda doppia per fermarci.

Discesa assistita alla Falesia Jurassic Park
La mia discesa assistita per 30 metri alla Falesia Jurassic Park


La via ferrata della Falesia Jurassic Park


A questo punto era già passata qualche ora ed era il momento di riunire i gruppi e affrontare la via ferrata vera e propria. Che poi fa ridere chiamarla così: “via ferrata vera e propria”. Che uno a sentirla chiamare così chissà che si immagina, magari l’Elferkofel e invece è praticamente un sentiero attrezzato. Che poi non è neanche un sentiero attrezzato, a dire il vero. La via per il Rifugio Re Alberto è un sentiero attrezzato, questo è più un semplice sentiero per il 90% del percorso. Il 10% che si potrebbe chiamare “attrezzato”, invece, è all’inizio e alla fine del sentiero.

I primi due/tre metri del sentiero sono particolarmente verticali e scivolosi. Un po’ per l’inesperienza, un po’ per il terriccio qui si potrebbe avere qualche difficoltà. L’istinto spinge quasi subito ad ancorarsi al cavo metallico. Il problema è che l’istinto di tutti agisce nello stesso identico modo e in più il cavo è un po’ lasso… così è quasi inevitabile che tira tu tira io… la mia mano resta intrappolata tra il cavo e la roccia. Così ho imparato quanto può far male affidarsi troppo al cavo della ferrata. Tra cavo e roccia, sempre scegliere la roccia!

Il secondo tragico tratto è quasi all’imbocco della grotta dove si conclude la ferrata. Qui un gradone di circa un metro e mezzo, due metri è riuscito a farmi incagliare come poche volte nella vita. Non c’era modo di superarlo. Non c’era appiglio, non c’era presa. Il cavo non aiutava. E io ero ferma a un passo dalla fine, destinata a essere per sempre un tappo nella lunghissima fila indiana di noi formichine ferratiste.

Ho provato a superare quel tratto più e più volte. Ricordo lo scarpone che non faceva presa e le mie braccine rachitiche che non erano in grado di trascinarmi su a forza. Ho supplicato il Signor Coso di salvarmi. Il mio orgoglio c’è rimasto particolarmente male per questo mio obbligatorio momento di debolezza. Cioè, ci fosse almeno stato il professor Ian Malcom da supplicare… e invece mi è toccato il Signor Coso. Me lo sono dovuto far bastare…

A dire il vero non ricordo precisamente come ho superato quel gradone. Forse mi ha sollevato di peso il Signor Coso, forse un miracolo mi ha permesso di trovare un appiglietto su cui far leva, forse un T-rex mi ha tirato su con le sue lunghe e possenti braccia. In effetti potrebbe essere… tra le tre quella del T-rex mi sembra l’opzione più plausibile.

Fatto sta che alla fine sono arrivata anche io all’interno della grotta dove l’ultimo istruttore aveva già attrezzato la sosta per permetterci di fare la discesa assistita di 30 metri che ci avrebbe riportato fuori dalla ferrata.

Una discesa assistita significa non fare nulla se non sporgersi abbastanza da permettere all’altro di calarti in sicurezza e tenere lontane le mani dal cavo. Davvero, si deve fare solo questo: sporgersi, non toccare il cavo e camminare. E sapete quali sono state le tre cose che ha sbraitato più spesso l’istruttore?

  1. “Sporgiti! E sporgiti! Su forza sporgiti! Più fuori! Più fuori! Devi scendere in parete quindi vai sulla parete! SPORGITI!”
  2. “Togli le mani dal cavo! Non tenerti al cavo! Togli le mani dal cavo ci penso io! Non è una discesa in corda doppia: togli le mani dal cavo! Togli quelle mani o te le taglio! TOGLI. LE. MANI. DAL. CAVO!”
  3. “Non saltare! Non saltare! Devi camminare! Cammina! Non fare come 007 che non ha senso! Non saltare! Non si salta, si cammina! Non saltare! Ti ho detto di NON SALTARE!”
A ripetizione. Poveraccio!

Comunque una volta a terra era finito tutto. Tu eri vivo, l’insegnante senza voce e la tua adrenalina era talmente tanta che per i tre giorni successivi sembrava ti fossi fatta di cocaina. Ah! L’effetto della montagna!

Quindi, tirando le fila:

  • il corso del CAI? Buono, molto buono!
  • come iniziare con le ferrate? Facendo un corso CAI o se si hanno amici esperti facendosi fare un corso perfetto, serio e completo da loro
  • Jurassic Park? Una falesia davvero divertente!
  • La via ferrata? Semplice ma carina.
  • La corda doppia? Bella!
  • La discesa assistita? Più comica che terrorizzante.
  • Il professor Ian Malcom? Non pervenuto.
  • Il T-rex? Il mio nuovo eroe!
Sulla via ferrata della Falesia Jurassic Park
La via verdeggiante della ferrata della Falesia Jurassic Park


Le foto sono tutte del Signor Coso

venerdì 18 gennaio 2019

5 COSE DA NON FARE DURANTE UN'ESCURSIONE

UN PICCOLO VADEMECUM PER MUOVERE I PRIMI PASSI


Anno nuovo, vita nuova! Per cui se fino ad ora siete stati tipi da mare che ne dite di provare qualcosa di diverso e darvi all’escursionismo? Non dico subito, d’altro canto anche io prediligo la stagione calda per andare in montagna, ma per prepararsi non è mai troppo presto, no?! E allora, se avete deciso di mettere da parte per un po’ l’ombrellone eccovi 5 cose da non fare assolutamente durante un’escursione. 5 informazioni essenziali per cominciare, ma anche per continuare al meglio!


Sentiero sull'Hoher Burgstall
Sentiero di ritorno sull'Hoher Burgstall

1. NON SOTTOVALUTARE IL SENTIERO


Quando si fa un’escursione la prima cosa importante è sapere quanto è difficile il sentiero che si sta per affrontare. Tranquilli! Non mi aspetto che siate onniscienti. Fortunatamente libri e siti straripano di ottime informazioni sulla maggioranza dei sentieri, ma è importante saperle leggere.

Cosa cercare quando si tenta di farsi un’idea di un’escursione? Prima di tutto il dislivello, quindi la sua lunghezza: la combo dislivello+lunghezza vi darà il valore vero della fatica richiesta.

Importante è anche il terreno su cui si cammina: la ghiaia secondo me è il peggior nemico dell’escursionista. Di certo è il mio peggior nemico! La Val Setus, per riscendere dalla Ferrata Tridentina, ad esempio, è stata forse l’esperienza peggiore della mia breve, goffa e caotica esperienza escursionistica (seconda solo al Vajolet, ma lì la ghiaia non c’entrava niente…).

Anche l’esposizione al vuoto e la presenza di tratti “ferrati” implicano, inevitabilmente, un sentiero più impegnativo. Se siete all’inizio, quindi, è meglio evitarli.

Fortunatamente nel tempo è stata codificata una scala di difficoltà per evitare agli escursionisti di affrontare un’escursione troppo al di sopra delle loro capacità. Qualche semplice lettera può fare la differenza tra una divertente avventura e un inquietante incubo.

I sentieri possono essere:

  • T - Turistici. Escursioni tranquille, solitamente al di sotto dei 2000 m, su mulattiere, stradine o sentieri larghi. Tendenzialmente sono ben segnalati, non comportano problemi di orientamento e sono alla portata anche di escursionisti totalmente inesperti.
  • E - Escursionistici. Escursioni solo leggermente più sfidanti delle precedenti, su terreni misti e costellate dei giusti cartelli. Qui è là potrebbero esserci dei piccoli tratti esposti non difficili grazie alla presenza costante di cavi.
  • EE - per Escursionisti Esperti. Qui il terreno può essere impervio e scivoloso, a volte roccioso ma non prevede mai l’avanzare su un ghiacciaio. Il sentiero è tendenzialmente segnalato, ma le caratteristiche variabili del terreno, la lunghezza elevata dell’escursione e il dislivello non piccolo che caratterizzano questi percorsi rendono necessari una preparazione fisica e di conoscenze non da principianti e la presenza di tutto il materiale tecnico adeguato.
  • EEA - per Escursionisti Esperti con Attrezzatura. Sono praticamente le EE ma con l’aggiunta dei tratti attrezzati. In sostanza sono le ferrate. Quindi divieto assoluto di affrontare queste escursioni se non si possiede la giusta attrezzatura di autoassicurazione (moschettoni, dissipatore, imbragatura, cordini)!
Dopo questi livelli ci sono solo i gradi di scalata, ma adesso non esageriamo, no?!


2. NON PRENDERE SCORCIATOIE


Una cosa che non va mai fatta in montagna è quella di barare. Capita a tutti, soprattutto le prime volte, di credersi più furbi del sentiero. Guardate tutta la strada davanti a voi e pensate “ma sai che c’è? Io prendo a destra, qui, per campi così accorcio”. Ecco, questo è il modo giusto per fare un’escursione di 10 ore invece di quella da 4 che vi prometteva il sentiero. Perché inevitabilmente, con una certezza del 100%, vi perderete e dovrete tornare indietro dopo aver vagabondato senza meta, senza senso e senza speranza e aver sperperato tutte le vostre energie. Fidatevi! So di cosa parlo: d’altro canto è esattamente quello che è successo a me al Monte di Cambio, purtroppo…

Altra cosa da non fare è andare fuoripista. è pericoloso, per voi e per gli altri. No, non è da furbi: è solo da scemi!


3. NON ANDARE DI FRETTA


Roma non è stata costruita in un giorno e neanche le vostre capacità escursionistiche saranno al top già dalla prima escursione. Insomma io sono entrata nel mio quinto anno di escursioni e sono ancora soltanto una goffa zoppetta. Magari voi siete più talentuosi di me, ma comunque vi servirà tempo per diventare i nuovi Bonatti.

Per cui tenete a mente le tre parole chiave del muovere i primi passi in montagna:

  • Gradualità. Cominciate con un trekking facile. Anche i più allenati di voi non sono abituati a pendenze e altitudini come quelle che le montagne possono regalare, quindi è facile che durante la prima escursione sarete un po’ privi di energie. Non esagerate e ricordatevi sempre: il gioco è tornare giù con ancora un po’ di forze, altrimenti non avete giocato bene.
  • Costanza. Non cominciate a fare escursioni lunghissime e poi a passare mesi con il sedere ben ancorato sul divano. Lo so, lo so: la vita quotidiana è faticosa! C’è il lavoro, la scuola o quel che vi pare e poi siamo tutti un po’ pigri… però no! Dovete continuare a muovervi, abituare il vostro fisico a uno stato diverso da quello di pachiderma spiaggiato. Se abitate in città potete sempre farvi lunghe passeggiate o andare in palestra, meglio ancora se tutte e due. E poi ci sono allenamenti ad hoc per non perdere il passo. Quindi non avete scuse: vi siete dati all’escursionismo? E adesso dovete continuare a camminare!
  • Intensità del passo. La cosa più difficile da imparare le prime volte è il passo da tenere. Avrete la tentazione di dover correre, ma il trekking non è una gara (e anche se lo fosse sarebbe una maratona, non i 100 metri). Non potete consumare tutte le energie all’inizio, ma non ha neanche senso andare troppo piano: finireste per non arrivare mai. Dovete trovare il passo giusto, la giusta velocità per non decelerare mai e riuscire a fare tutto nei tempi che vi siete prefissati. Lo so che non è facile, ma vi tocca. Nella mia magnanimità vi consiglio la tecnica che uso io per tenere il passo: mi canticchio in testa vecchie canzoni popolari. Provate voi a canticchiare “il Piave mormorava caldo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio…” e a non continuare a marciare nonostante la stanchezza!


4. NON FARTI SORPRENDERE DAL BUIO


Quando siete in montagna dovete considerarvi come Cenerentola. Solo che siete peggio di Cenerentola: lei almeno poteva aspettare la mezzanotte, voi dovete rientrare prima del tramonto. Ebbene sì! Penserete che non c’è niente di più bello che un tramonto visto in vetta ma vi sbagliate. Al tramonto in montagna succedono due cose:

  • inizia a fare freddo
  • non ci si vede più nulla (ricordate? Montagna, niente lampioni…)
Per cui è essenziale tornare indietro quando il sole è ancora piuttosto alto. Calcolate bene i tempi sia prima che durante l’escursione e in caso vi doveste trovare ancora sul sentiero quando il sole scende (non deve succedere, ma se succede) assicuratevi di aver fatto lo zaino per bene e di averci messo dentro anche una torcia.

5. FAI LE PAUSE DURANTE L’ESCURSIONE, NON L’ESCURSIONE DURANTE LE PAUSE


C’è un motivo se il Signor Coso non ha amato particolarmente le prime escursioni con me. E no, non è perché non stavo mai zitta, altra cosa da non fare in montagna: il fiato è tipo oro, va conservato gelosamente!

No, è perché facevo pause continue. A mia difesa erano tutte motivate: sentivo caldo, e poi freddo, e poi caldo, e poi freddo, e poi caldo, e poi freddo, e poi… insomma, avete capito! Tipo ogni tre passi dovevo mettermi la felpa, o togliermi la felpa, e poi mettermi il giacchetto, e poi accorciarmi i pantaloni… e così via.

In sostanza noi non facevamo un’escursione, facevamo delle pause! L’escursione era solo quello che capitava in mezzo, in modo anche piuttosto disparato, tra le mille pause e le altre mille pause. Era un lento stillicidio, a pensarci adesso.

Ecco, tutta questa cosa delle pause è terribilmente sbagliata quando si è in montagna. Ve lo ho detto prima: bisogna tenere il giusto passo e bisogna tornare a casa con il sole. Tradotto: bisogna evitare le pause. Non dico di non farle mai, io non ce la farei a vivere senza fare mai pause, ma dovreste fare solo quelle strettamente necessarie.

Se il vostro corpo riesce ancora ad andare avanti senza troppa difficoltà è probabile che quella pausa che volete tanto fare sia solo pigrizia. Evitatela!


Ecco le 5 cose da non fare. E nei miei pochi anni di escursioni le ho fatte quasi tutte. Oh! Come sono brava! Ma voi datemi soddisfazione: almeno voi imparate dai miei errori e non fatele mai.

venerdì 2 novembre 2018

L'ESCURSIONE ALL'EREMO DI POGGIO CONTE

LA VOLTA CHE UN CANE ERA INDECISO SE INVESTIRCI O SBRANARCI… O TUTTE E DUE


Chiariamo una cosa: il trekking non è bello solo quando si arriva su vette altissime. Ci sono certe piccole grandi meraviglie qui in Italia che sono alla portata di tutti. Basta avere la pazienza di andarle a scovare, perché sono ben nascoste. Oggi voglio aiutarvi a scoprirne una: l’escursione all’Eremo di Poggio Conte, un sentiero pianeggiante, non troppo lungo, facilissimo e tranquillissimo, perfetto per tutti.


L'Eremo di Poggio Conte e la cascata che lo affianca
Vista dell'Eremo di Poggio Conte e della sua cascata

A caccia dell’Eremo di Poggio Conte


A essere onesti il Signor Coso e io non eravamo esattamente alla ricerca dell’eremo quando ci siamo imbattuti in lui. Non che lo avessimo trovato di improvviso, lo ammetto, ma il fatto era che semplicemente avevamo un weekend libero, una vaga idea di passarlo sul Lago di Bolsena e un amico di famiglia del Signor Coso che essendo del luogo ci ha dato due (ottimi) consigli:
  1. di andare a mangiare in uno squisito ristorantino di Laterna, “La cantina del Mago”, famoso soprattutto per il sopralardo che ha fatto venire tipo gli occhi a cuoricino al Signor Coso che, meno bastian contrario di me, si è mangiato anche il secondo e non solo il primo (ci tengo a precisare che la menzione di questo locale non è in alcun modo una pubblicità voluta. È solo che mi è proprio piaciuto a bestia, e basta!); 
  2. di farci un paio di ore di passeggiata nel bel mezzo del nulla per vedere una delle bellezze meno conosciute del viterbese: l’Eremo di Poggio Conte
Ovviamente quello che ha spinto noi ad andare è stato il ristorante, mica l’eremo! E fra i due, se proprio lo volete sapere, quello che ci ha fatto più perdere è stato sempre lui: il ristorante. Laterna è un dannato labirinto di stradine talmente pendenti che tra poco la macchina ci lasciava per strada! Alla fine ci è toccato parcheggiare ammassati a un muro, su di una pendenza del 200% e metterci a cercare a piedi sto maledetto ristorantino. Se ci volete andare io ve lo dico subito: parcheggiate alla prima occasione buona, pure al paese accanto, che tanto non c’è speranza di arrivare in bocca al ristorante con la macchina, ma manco di arrivargli vicino.

Fatto sta che il giorno dopo, data l’esperienza con La cantina del Mago, che doveva essere la meta facile da trovare, il Signor Coso e io avevamo un po’ di dubbi di riuscire a trovare questo romitoro dell’anno Mille, più o meno. Che poi se non lo sapeste, perché magari siete ignoranti come lo ero io fino a un minuto fa, romitoro o romitorio è un sinonimo di eremo. E pure per oggi la parola del giorno è andata!

A quando risalga veramente l’eremo non è dato saperlo. Ciò che sappiamo è che la sua prima testimonianza scritta risale al 1027 d.C., ma che probabilmente lo stile che si può godere oggi gli è stato dato tra il XII e il XIII secolo. Che poi a voler essere precisi va detto che non è proprio vero che lo stile che vediamo oggi è quello originario. Prima c’erano anche degli affreschi degli apostoli che io non ho visto neanche di striscio: nel 1964, molto prima che nascessi, ne sono stati trafugati 6, il che ha portato inevitabilmente lo spostamento dei restanti nel Museo Civico di Ischia di Castro, dove tuttora sono esposti.

Quindi se volete andare a vedere gli affreschi andate al museo; se invece volete andare a vedere l’Eremo di Poggio Conte, anche detto San Colombano, ora vi spiego come fare. 

Il fiume ai piedi dell'Eremo di Poggio Conte
Il fiumiciattolo e le panchine nella conca ai piedi dell'Eremo di Poggio Conte

La via per l’Eremo di Poggio Conte


L’Eremo di Poggio Conte sorge nel territorio comunale di Ischia di Castro (VT), in una zona dove in passato sono state ritrovate anche tombe etrusche a camera intagliate che nel medioevo furono tramutate in camere per i monaci.

Il punto di attacco dell’escursione è un po’ misterioso perché, in sostanza, è uno slargo lungo la strada non meglio identificato. Noi abbiamo avuto fortuna: quando siamo arrivati in zona c’erano già due macchine nello slargo e delle persone (di ritorno dall’escursione) a cui chiedere. Per aiutare voi, invece, il Signor Coso ha reperito le coordinate GPS: 42.518227, 11.613413. Messa così sembra una grande avventura no? Tipo il giro del mondo in ottanta giorni. Solo che questo giro è un po’ più corto. Giusto un po’!
Dallo slargo si intraprende un sentierino sterrato che quasi fa precipitare dentro casa di uno. Non proprio dentro casa, a dire il vero: dentro la fattoria. Non che questo sia così sorprendente: sulle Dolomiti capita abbastanza spesso di imboccare nei recinti altrui, ma qui in Centro Italia siamo un po’ più contenuti in casi simili. Per questo si svolta a destra e si fa un giro più ampio evitando di invadere la proprietà privata di un povero viterbese sconosciuto. Si ridiscende quindi oltre la fattoria e si prosegue su un terreno anche un po’ fangoso fino a raggiungere il fiume Fiora, un lunghissimo fiume che quasi fa invidia al Danubio (83 chilometri!) e che nasce dal bel Monte Amiata.
A questo punto sbagliare strada è impossibile! Si prosegue, lasciandosi il Fiora a destra, sul lungofiume, una strada pianeggiante e sassosa, quasi una wanna-be-spiaggia, scoperta e senza una traccia d’ombra. E siccome siamo lucci ricordatevi: noi andiamo nel senso della corrente. Seguiamo il fiume!

Sarà che tutti gli altri sono salmoni, ma vi giuro che non abbiamo incontrato una sola anima viva. Il che, sommato alla totale mancanza di cartelli, ci ha cominciato a far sorgere un piccolo, insignificante dubbio: ma non è che avevamo totalmente sbagliato strada? Cosa che, come prevedibile, aveva degli ovvi corollari: come era possibile? Stavamo andando a tuffarci nel Mar Tirreno? C’era modo, lungo la strada, di barattare le scarpe da trekking con dei braccioli? I tipi alla piazzola avevano mentito? Erano dei sadici che come hobby mentivano sui sentieri escursionistici? Dove diamine stavamo andando? Saremmo finiti nella pampa uruguayana? (sì era un ovvio corollario anche la pampa). Insomma, per farla breve, stavamo nel bel mezzo di un attacco di ansia e tachicardia. E io lo davo pure a vedere. Tanto eravamo solo il Signor Coso e io e voi pensate davvero che io che sclero sia una novità per il Signor Coso? Su dai! Siamo realistici!

Fatto sta, comunque, che dopo un po’ che si procede si raggiunge il bosco dove bisogna obbligatoriamente immergersi, tanto non è che ci siano altre strade alternative. Nonostante il bosco sia un intrigo di fitto sottobosco, rocce muschiate ed erba ovunque, o forse proprio per questo, vi posso assicurare che è probabilmente la parte più bella di tutto il sentiero! Sarà pure perché in un paio di punti ci sono anche dei piccoli pontili di legno per attraversare qui e là smilzi tratti del fiume Fiora.
A questo punto c’è solo un’ultima svolta a sinistra prima di imboccare una conca rocciosa dove trionfa una cascatella che il Signor Coso si ricorda essere piccola e secca e invece io ricordo normale e scorrevole. Chi ha ragione? Boh! Saranno passati quattro anni da quando siamo stati laggiù! Quello che ci ricordiamo entrambi, comunque, sono una serie di panchine messe a semicerchio, come se la conca fosse un piccolo anfiteatro naturale.

Attraverso una scaletta a sinistra è, alla fine, possibile raggiungere questo isolato eremo, una grotta di due stanze ricavata nella roccia. La sua vista toglie il fiato per quanto è suggestivo. In una delle due stanze attualmente c’è un presepe, ma la vera bellezza è il soffitto decorato da incisioni e dipinti floreali e geometrici. Di solito gli eremi non hanno decorazioni del genere, motivo per cui qualcuno ha supposto che l’Eremo di Poggio Conte sia appartenuto, per lo meno all’inizio, nel XII secolo, all’Ordine dei Templari. Se già pensate, però, di andare lì a caccia del Santo Graal lasciate perdere: quello lo trovate giusto nel Codice da Vinci. 



Il ritorno dall’Eremo di Poggio Conte


La via del ritorno è la stessa dell’andata. Sapendo già che era la via giusta non mi avrebbe dovuto preoccupare molto, ma a quel punto il sole stava tramontando, il sentiero era sempre più deserto e dall’altra parte del fiume si sentivano sempre più spesso gli spari dei cacciatori per cui… niente! Sono morta di tachicardia pure sulla via del ritorno. Che vita grama quella dell’escursionista!

Comunque a conti fatti quest’escursione è stata veramente fattibilissima, al punto che non ricordo neppure se avevo le scarpe da trekking o meno. Certo è che, se non è necessario preparare chissà che tipo di zaino (però ricordatevi che lungo il sentiero non c’è alcuna traccia di ristoro), può essere una buona idea mettersi le scarpe da trekking: il fango è veramente tanto!

Tornati alla macchina credevamo di essere riusciti a scamparla senza troppi problemi, ma ignoravamo che il mostro finale era a un passo da noi. Neanche avevamo percorso un paio di metri che un pastore maremmano si è fiondato contro di noi da uno dei pascoli che costeggiano la strada e ci ha cominciato ad abbaiare contro con la bava alla bocca. Giuro: era furioso! Ci ha persino inseguito in quello che non ho ben capito se era un tentativo di essere investito o di investire noi. Solo una cosa posso dire: a un certo punto mi sono pure chiesta se il cane poteva essere in grado di aprire la macchina. Era talmente arrabbiato che sembrava quasi volerci provare. Non lo nascondo: io nel dubbio ho chiuso tutte le portiere. Però pure tu cane: noi eravamo in strada mica nel tuo pascolo tra le tue pecore! Mamma mia come sei esagerato! 


Alberi intorno all'Eremo di Poggio Conte
Il miracolo dell'Eremo di Poggio Conte: alberi apparentemente sani con le radici all'aria

Scheda dell’escursione:


Partenza: Ischia di Castro, coordinate GPS "42.518227, 11.613413"
Arrivo: Ischia di Castro, coordinate GPS "42.518227, 11.613413"
Difficoltà: E
Durata: 2,30 ore circa


Le fotografie sono mie e del Signor Coso. Le riprese del video le ha fatte il Signor Coso, il montaggio è mio. La musica del video è free copyright e viene dal sito Purple Planet Music