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venerdì 18 maggio 2018

L'ESCURSIONE AL RIFUGIO CONTRIN

LA VOLTA DELLA MIGLIORE CHEESECAKE DEL TRENTINO (ANCORA ME LA SOGNO)

Non può sempre succedere qualcosa; questo è un dato di fatto. La maggior parte delle giornate sono monotonamente comuni e senza particolari aneddoti e a volte capita anche alle escursioni. Ed è quello che è successo durante l’escursione al Rifugio Contrin in Val di Fassa: non è successo niente di speciale. Per cui per questo articolo potevo scegliere di introdurre in modo machiavellico e un po’ traballante aneddoti buffi che non c’entravano niente (tipo la volta che non sono scesa al capolinea e ho scoperto con mio profondo terrore dove vanno a morire in solitudine i binari della metro) o potevo essere modica. E siccome, per motivi oscuri ed arcani, non ho trovato un buon modo di parlare della metropolitana romana in un pezzo che racconta le Dolomiti e il trekking in Trentino ho scelto, in completa libertà, di essere modica. Vediamo se ci riesco.

Vista del Sassolungo dal Rifugio Baita Locia Contrin

Da Alba al Rifugio Baita Locia Contrin


Per iniziare questo trekking in Val di Fassa bisogna, prima di tutto, essere in Val di Fassa, appunto; ad Alba di Canazei (1517m) per la precisione. Alba, come forse il nome completo ha già fatto intuire, è una frazione di Canazei, la prima venendo da Campitello dove noi alloggiavamo quell’estate per via della migliore pasticceria dell’universo. Se non vi ricordate più di cosa parlo vuol dire che non avete prestato abbastanza attenzione quando vi ho raccontato dell’escursione sul Sassopiatto e della ferrata del Col Rodella. Andate a ripassare che purtroppo questo pezzo non è luogo per parlare di sacher, krapfen e foreste nere.

Come ci arrivammo noi ad Alba non lo ricordo. Sono abbastanza sicura di poter escludere il teletrasporto, non altrettanto sicura per l’esclusione della proiezione astrale. Prendiamo per buono, però, che ci siamo arrivati coscienza, corpo e tutto quanto (ché così è più facile) e proseguiamo da qua.

Poco sotto i cavi della funivia Ciampac, che potrebbe portarvi in tanti bei posti ma non al Rifugio Contrin – perciò per il momento non prendetela, si dipana una strada nel bosco accessibile anche alle macchine. Non importa cosa penserete di lei guardandola da lontano: sappiate che già dopo i primi due passi la odierete e sognerete di farvi caricare in autostop dal primo che passa neanche foste Kerouc. Questa malefica stradina, infatti, si sviluppa in una continua serpentina tanto pendente che in alcuni tornanti sono state costruite delle specie di griglie per migliorare la presa degli pneumatici delle povere macchine che passano di lì.
Dopo circa mezzora, che comunque sembra una vita per colpa della fatica per affrontare questa salita del sentiero 602, si raggiunge il primo rifugio: il Rifugio Baita Locia Contrin (1736m), dove la Malefica si è immediatamente apparecchiata con il tablet che all’epoca usava come cellulare e ha dato vita ad un’intensa call sui massimi sistemi delle ricerche psicologiche, o delle tesi di laurea, o di quella particolare tesi, che poi era anche una ricerca, o di qualsiasi altra questione teologico-politico-morale che vi venga in mente. Insomma non stavo ascoltando quel che diceva. Però gesticolava in modo piuttosto convincente mentre noi bevevamo succhi e perdevamo tempo (io in particolar modo saltellavo a destra e manca a disturbare gli altri per fare video). Tirate le vostre somme su questi piccoli contrasti…

Per inciso, gira voce che ci sarebbe, in casi specifici e a pagamento, la navetta che porta al Rifigio Baita Locia Contrin. Una bella opportunità (che io ovviamente non ho sfruttato) se non volete arrivare alla baita con la lingua penzoloni.

Sentiero 602 in quota nella Valle del Contrin

Dal Rifugio Baita Locia Contrin al Rifugio Contrin


Una volta che la Malefica ha finito di salvare il mondo ci siamo riavviati per raggiungere la nostra reale meta: il Rifugio Contrin. E, per quanto il tratto da fare sia ancora piuttosto lungo, per lo meno si può trionfare del fatto che sia per lo più un sentiero pianeggiate lungo il fiume. Insomma è una passeggiata che piace a tutti e soprattutto tranquilla. Passa tra i pascoli e non è raro vederci cavalli o mucche. Noi li abbiamo incontrati entrambi, ma i cavalli erano piuttosto stanchi e fissavano il muro. Sembra stessero dormendo… Shhhh! Buonanotte.

Dopo un piccolo ponticello si raggiunge alla fine la Baita Cianci (1828m), seconda del nostro trittico di rifugi con la C. Ed è sui prati a fianco della baita che abbiamo mangiato il nostro pranzo al sacco prima di ripartire. Un pranzo incoronato da meravigliose vette: il Collac sulla destra, il torrione della Cima di Ombretta ad est, il Vernel e la Marmolada senza il suo ghiacciaio a sinistra.

Dopo la Baita Cianci si ricomincia la vera salita per arrivare, dopo aver attraversato il fiume, al Rifugio Contrin (2016m) dove abbiamo mangiato un’ottima cheesecake, o così giurava l’appunto che avevo preso, dato che, nonostante quello che dice il sottotitolo, l’ho dimenticata. Me ne vergogno, ma è anche vero che ho scritto metà di questo pezzo in dormiveglia (davvero!) quindi scegliete, non potete avere tutte le mie capacità intellettive: o la memoria, a breve o a lungo termine che sia, o la scrittura mentre dormo di testi di opinabile senso… Non pensate anche voi che madre natura mi abbia giocato un tiro basso?

Comunque, parlando d’altro, intorno al rifugio ci sono una chiesetta e qualche monumento che è carino vedere e, se ci si spinge un po’ più in là, c’è la Malga Contrin dove parrebbe ci siano tanti formaggi. Noi non ci siamo andati però perché… beh, perché bleah i formaggi!

Il Rifugio Contrin con all'orizzonte la Marmolada

Il ritorno dal Rifugio Contrin ad Alba


Il ritorno è per la stessa strada dell’andata e non è successo un granché neanche tornando indietro. A parte che è stata una faticaccia, perché la discesa è cattiva almeno quanto la salita, e che a questo punto si è rivelata tutta la mia natura dinoccolata che manco Celentano.

Quindi niente, tutto qui il Contrin. L’avevo detto: sono stata moderata nel raccontare questa bell’escursione in Val di Fassa tra boschi di larici e pascoli. Ma se avete la pazienza di affrontare le salite e le discese ve la consiglio veramente! 

Cime rocciose viste dalla Valle del Contrin

Scheda dell’escursione:


Partenza: Alba di Canazei (a piedi)
Arrivo: Alba di Canazei (a piedi)
Difficoltà: E
Durata: 3 ore circa
Dislivello: 508m
Sentieri: 602
Rifugi: Rifugio Baita Locia Contrin, Rifugio Baita Cianci, Rifugio Contrin

Tutte le foto sono del Signor Coso e del Dottor Uka (e grazie mille al Signor Coso per averle scelte!)

giovedì 19 aprile 2018

LA FERRATA COL RODELLA

LA VOLTA CHE ABBIAMO CAMBIATO VALLE PER UN KRAPFEN 

Non tutte le vie ferrate sono lunghe e difficili. Ci sono anche ferrate emozionanti, ma alla portata di più o meno tutti (fatta salva la formazione che ci vuole in ogni caso: mica si può andare a passeggiare in parete senza sapere neanche come è fatto un cavo metallico) e la ferrata del Col Rodella è proprio una di quelle meravigliose klettersteig. 

Vista della Val di Fassa dalla ferrata del Col Rodella con un parapendio in cielo


L’avvicinamento al Col Rodella


Il Col Rodella sovrasta Campitello. Ve lo ricordate Campitello? Quando vi ho raccontato della mia prima escursione, quella sul Sassopiatto,vi ho rivelato che dovrebbe essere meta di pellegrinaggio per la pasticceria più buona dell’universo che, potendo scegliere se aprire sulla Terra o su qualsiasi altro pianeta (magari Ceres che sembra proprio un bel asteroide e ha già della buona birra), ha scelto di stare proprio lì in Trentino. E già solo questo a me sembra un ottimo motivo per andare a fare trekking in Val di Fassa. E in effetti un po’ lo è stato.

L’estate del Col Rodella per il Signor Coso e me era l’estate delle ferrate. C’eravamo partiti dall’anno prima con quell’idea, per merito di un inaspettato sentiero attrezzato, che per comodità chiameremo il sentiero per il Rifugio Re Alberto, che ci aveva messo addosso una febbre da ferrata che non è mai passata. Non eravamo, però, nel raggio di azione del Col Rodella ad essere sinceri. Eravamo a Colfosco, in Val Badia, che non è dall’altra parte del mondo ma non è neanche in Val di Fassa; e ci stavamo trovando bene. Avevamo già fatto un paio di klettersteig, la ferrata del Piccolo Cir prima e la ferrata Brigata Tridentina poi, e avevamo assaltato ogni rifugio a nostra disposizione in cerca di un krapfen, neanche fossi un tossico in cerca di metadone (parlo al singolare perché in realtà ero solo io ad andare a caccia di krapfen). Ed è proprio qui che cade il pero.

Provate a immaginare di essere in una camera d’albergo, morti sul letto, sfiancati dalla fila di quattro ore sulla Tridentina e da un altro paio di escursioni piuttosto lunghe, affamati di krapfen mai trovati e in contemplazione sulla ferrata di Santa Cristina e sul suo infinito avvicinamento che dovrete fare il giorno dopo. Ora ditemi: non avreste accettato anche voi la proposta di andare a fare la breve ferrata del Col Rodella e assaltare poi la pasticceria più buona dell’universo? Chiamatemi pure debole, ma io non ho resistito. Così abbiamo caricato gli zaini e l’attrezzatura in macchina e abbiamo cambiato valle. Un viaggietto non velocissimo, ma volete mettere quanto sarebbe stato peggio se la pasticceria avesse davvero aperto su Ceres? 

Vista delle Dolomiti dalla cima del Col Rodella in Val di Fassa


La ferrata Col Rodella


Da Campitello si potrebbe salire fino all’attacco della ferrata per un facile sentiero di circa 40 minuti. L’ho detto, però: avevo scelto il Col Rodella per non fare avvicinamento quindi noi abbiamo preso la funivia e in un attimo eravamo di nuovo lì: all’uscita della stazione con il discesone spacca-ginocchia di fronte a noi. Un brutto deja-vu, ma stavolta non mi avrebbe avuta! 

Svoltando a destra siamo scesi passando sotto i cavi della funivia e abbiamo percorso una pietraia da cui è quasi immediatamente visibile l’attacco della ferrata a sinistra della stazione. Era una giornata di sole, una di quelle giornate in cui i cieli della Val di Fassa si riempiono di corvi e tipi in parapendio e infatti c’erano tutti e due e se non fosse stato per la diversa dimensione sarebbe stato facile confonderli. E mentre loro scendevano noi ci preparavamo a salire. Caschi in testa e imbrago alla vita e abbiamo cominciato a conquistare la parete sud del Col Rodella.

Il primo tratto della ferrata non presenta particolare difficoltà. Si procede in diagonale fino a incontrare un camino coricato che si supera in spaccata (grazie mamma di avermi iscritta a ginnastica artistica quando ero bambina!). Il difficile arriva dopo, quando si incontra il primo tratto di roccia liscia che, però, è abbastanza breve. Si prosegue quindi per un tratto quasi pianeggiante, ma ben schiacciati contro la parete, fino a raggiungere un traverso aereo che porta a una serie di staffe su una parete a precipizio. Ed è qui il piccolo dramma.

Il Col Rodella, vi sarà ormai chiaro, era la nostra terza ferrata in assoluto, ma soprattutto (e questo non lo potete sapere) era la prima ferrata che facevamo mandando me per prima. Me! Provate a immaginarvelo. Io, che sono talmente goffa da aver preso ben due pali in fronte nella mia vita, letteralmente, e d’aver perso il conto del numero di finestre che ho preso a testate, io andavo per prima su di una ferrata che non sarà particolarmente complessa ma che è quasi sempre esposta e molto verticale. Eravamo fregati! E io ero nel panico. Ho fatto tutta la ferrata ripetendo “perché lo sto facendo? Perché lo sto facendo? Perché lo sto facendo?” e ho cominciato a dirlo in modo ancora più stridulo quando mi sono resa conto che alla scaletta mancavano un paio di staffe per permettermi di superare facilmente la parete. Niente, non c’erano: ero bloccata lì; per il fastidio del Signor Coso che, non capendo dal basso quale fosse il problema, mi incalzava per farmi andare avanti. Tipo quelli che ti suonano quando ti fermi per far passare un pedone. Solo che in questo caso non stava passando nessuno, neanche io. 


Ora, potrei lasciarvi con il dubbio di come si supera questo piccolo imprevisto così da vedere quanto ci metterete voi quando ci andrete a trovare la soluzione che ho trovato io, ma sono buona: vi rivelo il trucco. A sinistra, verso il vuoto, c’è una conca dove poter infilare la mano. La sensazione che avrete sarà quella di starvi per suicidare, ma fidatevi ce la farete! Sì ce la farete, ma solo per finire nel bel mezzo del secondo tratto di roccia liscia, sta volta più lungo e più esposto.

A quel punto, d’improvviso e senza motivo, ho scoperto di aver paura del vuoto. Mi era successo un po’ sulla Tridentina, ma il Col Rodella è stato tutto un altro livello di paura del vuoto così da “perché lo sto facendo?” ho cominciato a ripetere “non cadere! Non cadere! Non cadere!”. È stato utile: non sono caduta. Forse avrei dovuto ripete anche “non farti colpire dal sasso! Non farti colpire dal sasso!” visto il diluvio di sassolini (piccoli ma maleficamente duri) che una signora davanti a me mi ha lanciato addosso a ripetizione per tutta la ferrata senza avvertire mai. Chissà se avrebbe funzionato.

Superato il tratto liscio si ha tempo di riprendere fiato per poi affrontare un traversino esposto che richiede l’aggiramento di uno spigolo per raggiungere un tratto più tranquillo di piccole rocce. Da questo punto in poi si è praticamente alla fine della ferrata. Una serie di gradoni di roccia, una scaletta e si è arrivati in cima, al Rifugio Col Rodella (2486m). E da qui in poi mi sono di colpo tramutata in un Messner in miniatura da sempre convinto di potercela fare. E niente: la paura del vuoto era già dimenticata. Giuro che non ero io quella che si schiacciava contro le rocce in iperventilazione e che a un certo punto ha pure rischiato di scivolare. Giuro! Era la mia gemella cattiva. 

L'ultimo tratto della ferrata Col Rodella visto dalla cima del Col Rodella


Il ritorno a Campitello


Il Signor Coso e io abbiamo festeggiato la conquista del Col Rodella con un buon piatto di fettuccine/pappardelle (non ricordo e non so la differenza) al ragù di cervo al Rifugio Col Rodella. È stato un pranzo veloce però: il nostro obiettivo era un altro. 

Attraverso un sentiero acciottolato breve ma ripidissimo (tutto da quelle parti deve essere ripido altrimenti viene bandito per sempre dal gruppo montuoso del Sassopiatto) siamo tornati al Rifugio Des Alpes (2440m) e abbiamo ripreso la funivia e giù fino a Campitello e poi alla pasticceria. Io già lo sentivo il sapore di quel krapfen. La marmellata che mi invadeva la bocca, la pasta che cedeva sotto i denti… e invece niente. Ve lo dico da subito: la pasticceria più buona dell’universo aveva finito i krapfen perché… beh, perché erano le quattro di pomeriggio più o meno. Mea culpa. Mi sono consolata con una fetta di torta, comunque. Non che mi lamenti però… ho pure cambiato valle per quel krapfen e invece… niente krapfen quell’anno. Niente in assoluto. Che tristezza! 

Fetta di torta al cioccolato con panna comprata in pasticceria a Campitello di Fassa


Scheda della ferrata:


Partenza: Campitello (in funivia) 
Arrivo: Campitello (in funivia)
Difficoltà: EEA
Durata: 1 ore circa
Dislivello: 100m
Rifugi: Rifugio Des Alpes, Rifugio Col Rodella

Tutte le foto sono mie e del Signor Coso. Le riprese video e il montaggio sono del Signor Coso. La musica del video è free royalty ed è stata presa da Bensound

venerdì 6 aprile 2018

ESCURSIONE AL RIFUGIO RE ALBERTO

LA VOLTA IN CUI IL SIGNOR COSO SI È PERSO LE SUOLE

Immaginate di aver appena terminato l’escursione fino al Rifugio Vajolet dopo essere sopravvissuti al peggior sentiero che l’inferno potesse progettare per grigliarvi e di avere un ginocchio maciullato giusto il giorno prima dal Sassopiatto. Ecco, in questa situazione, non avreste continuato a camminare anche voi e non avreste raggiunto il Rifugio Re Alberto? No, perché è esattamente quello che ho fatto io.

La conca Gartl vista dopo aver concluso il sentiero attrezzato per il Rifugio Re Alberto

La partenza dal Rifugio Vajolet


Quando sono arrivata al Rifugio Vajolet non ero più una persona, ma un uovo all’occhio di bue cotto a puntino. Nonostante ciò però, forse per merito del buonissimo primo krapfen della mia vita, mi sentivo piena di energia. Probabilmente è per questo che non ho trovato niente di male nella proposta del Signor Coso di continuare l’escursione verso il Rifugio Re Alberto; anzi ne ero entusiasta.

Così, avviandoci verso Passo Principe, abbiamo incontrato in poco tempo la svolta a sinistra dove ha inizio il sentiero 542 che sale fino al rifugio. Ed è qui che il mio entusiasmo si è un po’ gelato. Su una bella targa lucida era chiaramente scritto che la via che si dipanava da lì era un sentiero per escursionisti esperti. Ora, quando si pensa a un escursionista esperto ci si immagina uno che sa dove mettere i piedi, uno che ti sa snocciolare ogni minima differenza tra ciaspola e rampone, tra suola Vibram e suola Contagrip, uno che in montagna c’è praticamente nato e che ti sa indicare cima per cima neanche fosse Google Maps. Insomma non vengo in mente io. Soprattutto non viene in mente la versione di me sul Vajolet, ossia la me che era stata sulle Dolomiti per un totale di due giorni. Due giorni, signori e signore! Ecco, io non ero un’escursionista esperta e ho tenuto subito a specificarlo. Il Signor Coso ha fatto più o meno spallucce e mi ha giurato che ce la potevo fare. E siccome io sono un talento naturale insospettabile, così insospettabile che anche se mi ci vedi in montagna continui a dire “no, quella non è un talento naturale”, ce l’ho fatta davvero. 


Vista del Rifugio Vajolet e della vallata dal sentiero che porta al Rifugio Re Alberto

Il sentiero 542 si dipana tra ghiaia e rocce in un canale stretto tra Punta Emma e Cima Catinaccio. In realtà la via è alla portata di tutti, ma io dall’alto dei miei due giorni di esperienza mi sentivo Indiana Jones, solo che invece di scappare da un grosso masso mi arrampicavo su rocce bianche. Avanzavo con una tecnica sopraffina che ho brevettato con il nome di “stile Gollum”, che, mi giunge voce, fa ora concorrenza allo stile alpino. La tecnica è semplice: si avanza su piedi e mani agganciandosi a qualsiasi appiglio roccioso a portata di mano. Ero talmente “fiera” del mio nuovo stile che me ne sono uscita con una frase del tipo “sono come Gollum”. Ovviamente lo dicevo al Signor Coso, ma un perfetto sconosciuto che saliva pochi metri davanti a me scoppiò a ridere e ci tenne a confermare la mia affermazione. Grazie gentile e inopportuno sconosciuto! 

Durante la salita, in alcuni tratti, si incontra un cavo metallico utile soprattutto per gli escursionisti non troppo esperti. Sebbene non ci siano mai punti totalmente esposti, infatti, in alcuni tratti si passa a filo di un piccolo salto di quattro, cinque metri. Nulla di esagerato, ma cadere da lì non sarebbe comunque simpatico, soprattutto per le rocce pronte ad accoglierti. Cosa che a quanto pare, però, non impressionava particolarmente il piccolo mostriciattolo di neanche dieci anni che davanti a noi saltellava libero e spensierato, in barba a ogni cautela, ignorando deliberatamente il cavo e avvicinando sempre più il povero nonno urlante a un infarto letale.

Il bambino, comunque, è sopravvissuto, cosa che dimostra da un lato la sua enorme fortuna (avrà rapito un leprecauno e lo terrà legato in cantina, come minimo) e dall’altro la facilità di questo sentiero attrezzato che, nonostante dia il brivido dell’avventura, non espone a particolari rischi e si rivela un ottimo banco di prova per affrontare future vie ferrate

La salita verso il Rifugio Re Alberto

Dopo circa un’ora di salita si arriva così alla conca del Gartl dove, sulle sponde di un gelido laghetto, riposa comodamente il Rifugio Re Alberto (2621m) e dove si può riuscire a godere di uno splendido panorama sull'Alpe di Siusi. Non che serva spingere lo sguardo lontano per godere di una bella vista: la conca è circondata dalle maestose Torri del Vajolet, dalla Croda di Re Laurentino e dalla parete nord del Catinaccio

Il vero problema della zona, in realtà, è la fatica e il tempo per arrivarci. Insomma lassù c’eravamo solo noi che arrivavamo dal Vajolet e altri che salivano dalla ferrata di Passo Santner (che prima o poi anche il Signor Coso e io dovremo provare… appena accetto l’idea di tornare sul Vajolet). Portare cibo, acqua e altri beni di conforto lassù è complesso quindi contestualizzate la seguente frase: al Rifugio Re Alberto il pranzo non era un granché. Il ragù era risicato e la Coca Cola era più che altro caramello e acqua. Però, appunto, si può capire. Così come si capisce che la pressione dell’acqua lassù è praticamente zero quindi dal rubinetto più di un getto escono gocce e per lavarsi le mani ci vogliono praticamente 20 minuti.


Il Rifugio Re Alberto nella conca Gartl con accanto un laghetto

Il ritorno dal Rifugio Alberto


Quando siamo riusciti a finire di lavarci le mani e a pranzare siamo subito ripartiti di corsa verso casa perché eravamo un po’ stretti con gli orari della funivia.

La via di discesa è la stessa di salita: non c’è da dire molto a riguardo, se non che mentre avanzavamo tra le varie rocce il Signor Coso ha notato che non indossava più dei comodissimi ed efficientissimi scarponi da trekking, ma due papere che aprivano e chiudevano il becco a ripetizione. Ebbene sì: gli si erano scollate le suole di entrambe le scarpe, durante la discesa, in un sentiero attrezzato. Che fortuna! Non avevamo neanche nulla per rimediare, così è dovuto scendere a compromessi con le papere e avanzare con loro che facevano “qua qua” ad ogni passo. Il compromesso, comunque, ha funzionato perché non è caduto neanche mezza volta.

Tornati al Rifugio Vajolet, però, i problemi non erano finiti. Il mio ginocchio crea problemi soprattutto in discesa, motivo per cui mi ero munita di due bastoni da nordic walking essenziali per affrontare il malefico discesone che fino a qualche ora prima era il malefico salitone. Per motivi che ora non vi sto a spiegare, però, mi trovavo nella ridicola situazione di avere un solo bastone con me mentre l’altro era arrivato fino a Gardeccia ed era poi tornato senza di me a Campitello. Ho così cominciato, un po’ per fretta un po’ per tenere a bada il dolore, a camminare più velocemente possibile e a tratti a correre infilzando l’unico bastone a mia disposizione in ogni punto della strada. Immaginatevi la scena! Quando avanzavo in stile Gollum ero molto più elegante.

Comunque alla fine siamo arrivati agli impianti in tempo e siamo riusciti ad arrivare a Pera senza difficoltà. Questa escursione in Val di Fassa, però, non aveva ancora finito di giocare i suoi assi contro di noi. Per, forse, la prima e unica volta nella storia gli autobus trentini ci delusero. L’autobus che aspettavamo arrivò già pieno e si rifiutò di farci salire. Io avrei voluto spiegargli che venivo da Roma quindi per me non era un problema viaggiare nell’anfratto tra freno e frizione o sopra il tettuccio, ma non sembra che questa mia flessibilità potesse essere convincente per l’autista che ci lasciò a piedi. Per fortuna, però, il Dottor Uka era tornato a casa da tempo e si rese disponibile a venirci a recuperare in macchina guadagnandosi così una nomination alla beatificazione.

E quindi niente: la salita al Rifugio Re Alberto è veramente stupenda e, come si dice di solito, tutto bello e tutto buono, ma… dopo tutti questi imprevisti e questi dolori, c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di chiedermi perché odio il Vajolet? Piuttosto chiedetevi perché il Vajolet odia me.


Vista del panorama dalla conca Gartl verso le Alpi di Susi

Scheda dell’escursione:


Partenza: Rifugio Vajolet (a piedi) 
Arrivo: Pera (funivia)
Difficoltà: EE
Dislivello: 378 m
Durata: 3 ora
Sentieri: 542, 546 
Rifugi: Rifugio Re Alberto, Rifugio Vajolet, Rifugio Preuss, Rifugio Gardeccia

Tutte le foto sono del Signor Coso

venerdì 30 marzo 2018

L’ESCURSIONE AL RIFUGIO VAJOLET DEL CATINACCIO

LA VOLTA IN CUI "MA CHE DAVVERO DEVO FARE STA SALITA SOTTO IL SOLE E CON LA FOLLA?"

Io odio il Vajolet!
Mi sembrava giusto mettere le cose in chiaro fin da subito. Questa facile, ma crudele escursione nel Gruppo del Catinaccio mi ha praticamente divorato l’anima il primo anno che sono stata sulle Dolomiti, quindi tre anni fa, mese più mese meno. Come è stato vivere senz’anima da allora? Beh… più o meno come prima. Fatto sta che è un po’ traumatico ripensarci, ma – ehi! – terapia d’urto no?! E allora torniamo indietro ed ecco l’escursione al rifugio Vajolet del Catinaccio.


La via dal Rifugio Gardeccia al Rifugio Vajolet

L’avvicinamento al Vajolet


Se, come noi, si ha voglia di fare trekking in Val di Fassa è facile imbattersi nel Vajolet e nelle sue due mastodontiche meraviglie calcaree: le Torri del Vajolet. Se poi si è a Campitello con il Signor Coso è praticamente impossibile evitare di finirci. Lui infatti giurava che fosse bellissimo e che fosse l’escursione perfetta da fare nel nostro secondo giorno di vacanza, subito dopo l’escursione sul Sassopiatto.

Ah! Il Sassopiatto! Lui e il suo malefico discesone spacca-ginocchia e la sua accidentale via crucis che con la sua pendenza e i suoi mille gradini finisce il lavoro del discesone. E nel caso non sappiate di cosa parlo o non vi ricordiate come abbia fatto il Sassopiatto a farmi diventare la signora Zoppetta andateci a dare un’occhiata. Comunque per il momento prendete per buono che quando sono andata sul Vajolet ero Zoppetta e non ero neanche l’unica. Anche la Malefica era messa male (che poi poveretta, lei era giustificata: l’aveva investita due giorni prima un’ambulanza…).

Comunque il Signor Coso era sicuro che il Vajolet ci avrebbe trattato bene così ci siamo tutti fidati e siamo andati. Zaini in spalla e via con l’autobus verso Pera, frazione di Pozza di Fassa, dove con due tratti di seggiovia si arriva a Pian Pecei (1800m) da dove comincia l’avvicinamento. Ora, per essere onesti, è possibile raggiungere Pera da Campitello anche con una tranquilla passeggiata di circa mezzora sul lungofiume dell’Avisio. Però l’ho già detto: Zoppetta. Accontentatevi che non ho deciso di prendere direttamente l’autobus che da Campitello porta al Rifugio Gardeccia saltando in un sol colpo impianti e Pian Pecei.

Abbiamo fatto bene, però, a decidere per la seggiovia. Il tratto di strada che porta da Pian Pecei al Rifugio Gardeccia (1948m), infatti, è in mezzo al bosco e di tutta questa escursione è stata la parte più piacevole, ve lo assicuro! Però era solo l’avvicinamento. La salita vera comincia da qui e prima di intraprenderla io dovevo fare un rapido pit-stop: neanche eravamo partiti e già mi dovevo cambiare la maglietta perché stavo morendo di caldo. Ohibò! Probabilmente questo è un record personale.


Vista in un giorno sereno del Gruppo del Catinaccio dal Rifugio Gardeccia

La salita al Vajolet


Lasciato il Rifugio Gardeccia inizia quello che a tutti gli effetti potremmo chiamare “via infernale di lava e fuoco che ti rosolerà, prosciugherà di tutte le forze e anche se fingessi di essere un opossum morto ti farebbe a pezzi lo stesso perché mica è un Grizzly, ma una via infernale”, ma che per amore di sintesi chiameremo sentiero n. 546. Che poi in sostanza è una mulattiera che, eccettuati un paio di tornanti iniziali, prosegue dritta fino alla cima in un paesaggio in cui gli alberi non sembrano più andare di moda, ma invece sono un sacco in i sassi arroventati e bianchi che tra un po’ manco le case pugliesi (che per inciso quando sono stata in Puglia non riuscivo a tenere gli occhi aperti per la luce che riflettevano quei malefici muri, quindi vedete voi che effetto può fare questa crudele mulattiera).

A quanto giura e spergiura il Signor Coso a destra del sentiero dovrebbe scorrere un fiume che, l’anno prima, durante una grandinata che probabilmente sarebbe stata un inquietante dejà vu per i dinosauri di ogni epoca, aveva deciso di gonfiare il petto tipo una primadonna e aveva costretto il Signor Coso e sua madre a diventare “guadatori” esperti di fiume. Delle serie “sul Vajolet o vai a fuoco o affoghi”. Io avevo pescato la carta “vai a fuoco” e infatti non ricordo nessun fiume. Secondo me quell’anno al suo posto c’era una crepa che arrivava dritta al nucleo terrestre e al suo magma incandescente. 


Il Rifugio Vajolet e il Rifugio Preuss con le Torri del Vajolet sullo sfondo

Il caldo, comunque, sarebbe stato anche gestibile se non fosse stato per la folla. La mulattiera è piuttosto larga, quasi un’autostrada messa a confronto con il sentiero medio di montagna, ma quel giorno tutta la Val di Fassa si era data appuntamento sul Vajolet. Letteralmente eh, non scherzo. Sì perché quel giorno, a nostra insaputa, Uto Ughi avrebbe suonato il violino proprio lì sul Vajolet. E se siete ignoranti come me e non sapete chi sia Uto Ughi lo potete scoprire, ma soprattutto ascoltare, in questo video.


Alla fine dopo circa un’ora, nonostante il caldo e la folla, contro ogni previsione siamo riusciti ad arrivare alla fine del sadico sentiero e a raggiungere la balconata posta immediatamente sotto le Torri del Vajolet. Da lì è possibile guardare l’intera vallata percorsa fino a un attimo prima e si può scegliere in quale rifugio mettere il naso: il Rifugio Vajolet o il Rifugio Preuss (2243m). La vista è stupenda, ma ciò che fu veramente meraviglioso fu trovare un krapfen! Un krapfen signori! Non ricordo in quale rifugio lo comprai, però ero felicissima e soprattutto fu il primo krapfen che mangiai in vita mia. Un momento storico!

Alla fine comunque non ce lo siamo mica ascoltati Uto Ughi, anche se eravamo arrivati proprio dovrebbe avrebbe tenuto il concerto. Siamo dei polli dite voi? Può darsi, ma avevamo quasi dei buoni motivi. La Malefica era stata sconfitta dal sadico sentiero, gli altri nostri amici avevano deciso di ricominciare la discesa e il Signor Coso e io… noi siamo andati verso il Rifugio Re Alberto. Perché okay che ero la signora Zoppetta, ma come si resiste a un sentiero attrezzato? Che poi quello è bellissimo!

La croce sulla balconata del Vajolet che segna la fine del sentiero da Gardeccia

Scheda dell’escursione:


Partenza: Pera (in seggiovia)
Arrivo: Vajolet (a piedi)
Difficoltà: E
Dislivello: 243m
Durata: 2 ore circa
Sentieri: 546
Rifugi: Gardeccia, Vajolet, Preuss


Le fotografie sono mie, del Signor Coso e di Wiiiiiwoman

venerdì 16 marzo 2018

LA SALITA AL GRANDE CIR

LA VOLTA CHE “UNA FERRATA NON BASTA, FACCIAMO ANCHE IL MASSICCIO ACCANTO!”

La settimana scorsa eravamo rimasti con la conquista della ferrata del Piccolo Cir, una scivolata frenata per fortuna da un arbusto e un paio di tedeschi che morivano dal ridere per il mio incidente stile “Le comiche”. Con queste promesse potevamo fermarci e andarcene a casa? No! Siamo andati ovviamente sul Grande Cir!

Vista del panorama verso il Gruppo del Sella dalla vetta del Grande Cir

L’avvicinamento al Grande Cir


Il Grande Cir, come vi suggerisce forse il nome, va in coppia con il Piccolo Cir. Sono tipo una parure, solo un po’ più ingombrante. Per la precisione il Grande Cir è il massiccio più consistente del gruppo. Da qui il nome. Quale gruppo? Il Gruppo del Cir, ovviamente! Che nome vi aspettavate scusate? Il Gruppo di Piero? Quella era la guerra, ma è un’altra cosa.

Comunque se non si arriva da Passo Gardena, ma come il Signor Coso e me si è appena conquistata la vetta del piccolo della famiglia e si sta riscendendo nel canalone che divide i due massicci arrivati alla base del canalone è sufficiente svoltare a sinistra su un sentiero ben tracciato per raggiungere in poco tempo l’attacco della salita.

Questa strada si snoda all’ombra delle pareti e senza imprevisti porta prima alla valle successiva e poi a una forcella ghiaiosa che ricorda vagamente il piccolo tratto pietroso che precede la ferrata del Piccolo Cir. E quando dico che ricorda vagamente intendo che è decisamente più facile e meno faticosa, ma che potrebbe comunque farvi venire voglia di far evolvere le vostre mani in due piedi in più e diventare un curioso incrocio tra scimmia e capra: i pollici opponibili della prima e l’equilibrio della seconda. Okay, il solo immaginare questa chimera mi ha fatta nauseare da sola. Se siete ancora in tempo non immaginatevela e proseguite come esseri umani, ossia con poco equilibrio e, nel mio caso, tante scivolate.

In circa mezz’ora, comunque, si arriva così al termine della valle ed è qui che comincia la vera salita.


Vista del verdeggiante altopiano del Puez dalla vetta del Grande Cir

La salita al Grande Cir


Piccola premessa: se cercate online troverete ovunque questa salita indicata come la ferrata del Grande Cir. E io, a essere onesti, non sono probabilmente nessuno per contraddire questa idea ben diffusa, ma nonostante questo la contraddico: secondo me è un sentiero attrezzato. Perché se dovessi chiamare la salita del Grande Cir ferrata dovrei accettare che lo era anche la salita per Re Alberto alle torri del Vajolet che ho fatto l’anno prima. E io l’anno prima ho raggiunto facilmente il Rifugio Re Alberto senza casco né imbrago né dissipatore, esattamente come tutti gli altri escursionisti che salivano quel giorno, perché quello era solo un sentiero attrezzato. Di conseguenza, per una semplice logica di analogia, ribadisco la mia convinzione che il Grande Cir non sia una klettersteig. Detto questo ferrata o sentiero attrezzato che sia, se siete esperti questa salita ve la beve se non lo siete andateci cauti! Fine della premessa.

Una volta, quindi, terminata la valle si individua facilmente la via di salita per la vetta. Perché? Perché, oltre a non poter avanzare perché c’è una roccia ben evidente di fronte a voi (tipo che oscura il sole neanche fosse le frecce di 300), sulla destra si sviluppa una via non troppo verticale su una parete liscia e sporgente. Qui si viene assistiti da un cavo molto utile per evitare di scivolare sul terreno che potremmo definire quasi saponoso.
Questo tratto è breve, 5/10 minuti di salita in tutto, e piuttosto facile, ma nonostante questo il Signor Coso e io, che tanto eravamo ancora attrezzati dalla ferrata precedente, abbiamo pensato di non rischiare e di utilizzare il casco.

Alla fine di questo primo tratto attrezzato si raggiunge un balconcino naturale che offre una meravigliosa vista sulla miglior attrazione della zona: il Rifugio Jimmy. No, okay, lo ammetto: sto scherzando. Non che la vista non sia sul Rifugio Jimmy, ma ci sono attrazioni migliori a cui si può assistere da quel balconcino; d’altro canto il Grande Cir sta comodamente posizionato nel Parco nazionale del Puez-Odle. Però quando ci siamo arrivati noi era quasi ora di pranzo quindi il rifugio mi appariva alquanto allettante da guardare. Lo stomaco è da sempre il comandante supremo del mio corpo! Ave a te, stomaco!

Abbandonata la tentazione potentissima esercitata dalla vista di Jimmy si procede in salita a zig zag su un largo sentiero fino ad arrivare a un secondo e ultimo tratto di cavo. Anche questa volta il tratto è piuttosto breve e su terreno abbastanza liscio, ma nulla di veramente difficile. Dopo si prosegue su sentiero non obbligato, da leggere “prosegui un po’ come ti pare”, su un tratto di roccia gradinata e quindi sulla cresta fino a raggiungere la vetta (2576m).

A differenza di quella del Piccolo Cir la vetta del Grande Cir è ampia, con una croce contornata da numerose bandierine. Una cosa che hanno in comune, però, le due cime è la vista: di fronte trionfa il Gruppo del Sella mentre poco oltre si dipana l’altopiano del Puez; in fin dei conti il giro del Puez ha inizio proprio a pochi passi dai due Cir.


La croce sulla vetta del Grande Cir con le sue bandierine colorate e il Gruppo del Sella sullo sfondo

La discesa dal Grande Cir (con pit stop al Rifugio Jimmy)


Siccome la pioggia sembrava piuttosto intenzionata a cominciare a cadere, in vetta ci siamo rimasti pochi minuti. Giusto il tempo di mangiarci una barretta di cereali. L’ho detto che era l’ora di pranzo. Quindi abbiamo intrapreso la discesa che percorre la stessa via di salita.

Arrivati però alla forcella ghiaiosa invece di prendere il sentiero che ci avrebbe riportato direttamente a Passo Gardena, dove avevamo la macchina, abbiamo coscienziosamente obbedito al mio stomaco e anche a un po’ di senno e abbiamo proseguito dritti per dritti fino a raggiungere il Rifugio Jimmy. E proprio mentre stavamo pranzando è venuta giù tutta l’acqua del mondo. C’è stata tipo una piccola Katrina tutta per noi, il che è sembrato un mezzo deja vu vista l’esperienza di qualche giorno prima con il Col di Lana. Per fortuna nessuno nel rifugio aveva intenzione di buttarci fuori per cui siamo rimasti seduti comodamente al tavolo ad aspettare che spiovesse prima di ridiscendere a Passo Gardena.

Nel complesso, quindi, una buona giornata: due vette conquistate, una ferrata fatta, zero diluvi universali presi in pieno e uno squarcio sul braccio per colpa di un arbusto. Tutto nella norma direi.


Vista dei monti bianco-rossastri che circondano il primo tratto dell'altopiano del Puez

Scheda della ferrata:


Partenza: Piccolo Cir (a piedi)
Arrivo: Passo Gardena (a piedi)
Difficoltà: EEA
Durata: 2 ore circa
Dislivello: 450m
Rifugi: Rifugio Jimmy


Tutte le foto sono mie

venerdì 9 marzo 2018

LA FERRATA DEL PICCOLO CIR

LA VOLTA CHE TORNO VIVA DALLA FERRATA MA POI MI SCHIANTO CONTRO UN ARBUSTO

Lo so: vi ho già raccontato della Ferrata BrigataTridentina e della Ferrata degli Artisti, ma non vi ho ancora raccontato della mia prima volta su una via ferrata e come dice un gran bel gruppo rock italiano “dopo la prima volta prima volta non è più”. E quindi ecco qui la mia prima volta: ecco qui la Ferrata del Piccolo Cir.


Vista del panorama dalla Ferrata del Piccolo Cir con madonnina incastonata nella roccia sulla destra


L’avvicinamento alla Ferrata del Piccolo Cir


Non è stato un caso che la Ferrata del Piccolo Cir sia stata la prima klettersteig della mia vita. Il Signor Coso e io non siamo dei polli al 100% quindi abbiamo fatto una semplice equazione:



prima ferrata = ferrata semplice e non troppo lunga


Se a queste aggiungiamo che il giorno del Piccolo Cir era prevista pioggia nel pomeriggio (solo nel pomeriggio, e in quel periodo questo era un gran miracolo) era praticamente scritto che noi dovessimo fare quella ferrata.

Quindi quella mattina ci siamo messi in macchina e da Colfosco, dove soggiornavamo, siamo andati dritti per dritti a Passo Gardena da dove, dopo un attimo di perplessità perché non eravamo proprio molto sicuri di dove si potesse parcheggiare, siamo partiti per la nostra prima via ferrata. Non stavo nella pelle!

Abbiamo quindi cominciato a salire dritti per dritti ignorando la strada che qualche giorno dopo ci avrebbe portato all’altopiano del Puez e abbiamo raggiunto la stazione a monte della seggiovia Dantercepies, che avremmo potuto anche prendere per arrivare alla base dei due Cir (il Piccolo Cir infatti va a braccietto con il Grande Cir, e chi te lo doveva dire?!) se non fosse che in quel momento era ancora chiusa. A che ora era ancora chiusa? Non lo so: non me lo ricordo. A che ora apre? Non lo so, forse non l’ho mai saputo. Do informazioni lacunose? Sì, ma che vi aspettavate da una che ha aperto un blog per raccontare tutte le volte che è scivolata durante un’escursione?

Superata la stazione, quindi, abbiamo ignorato il Rifugio Jimmy perché raggiungerlo avrebbe significato una deviazione dalla nostra strada. Abbiamo invece continuato su un sentiero acciottolato senza prestare attenzione al Grande Cir: lui sarebbe venuto solo dopo aver conquistato il Piccolo Cir. Avevamo le lancette dell’orologio che ci inseguivano: non potevamo permetterci di perdere tempo e rischiare di stare attaccati a cavi metallici quando sarebbe arrivata la pioggia e il probabile temporale. Quindi abbiamo in poco tempo concluso il sentiero nel ghiaione e, all’altezza del canalone tra i due Cir, abbiamo svoltato a sinistra raggiungendo in poco tempo l’attacco della ferrata.

Strada ghiaiosa circondata dal verde che porta verso la ferrata del Piccolo Cir proveniendo da Passo Gardena


La ferrata del Piccolo Cir


Prima di poter attaccare la vera e propria ferrata bisogna superare un piccolo tragitto di rocce non assicurate dove si deve procedere in un modo vagamente simile all’arrampicata. Questo pezzetto richiede abbastanza fiato, non è proprio una passeggiata, ma non dura troppo: tempo 10/20 minuti si arriva al vero e proprio inizio della klettersteig. 

L’attacco è su di una terrazzina da dove si può godere di una vista stupenda. Il panorama prevede, tra l’altro, l’intero Gruppo del Sella e, sulla destra, il Col Rodella, sede di un’altra meravigliosa ferrata, il Sassolungo e suo “fratello” il Sassopiatto. Il tutto servito, il giorno che lo vidi io, con un abbondante spruzzata di nuvole bianche e grigiastre. Se non ve la sentite di andare oltre vi assicuro che vale la pena già arrivare quassù. Infatti un paio di coraggiosi genitori avevano portato una folla di iperattivi bambini-stambecchi fino a lì per poi riportarli giù. Audaci e pazienti quei genitori!

La ferrata comincia con una breve scaletta dopo cui si aggira uno spigolo di roccia. L’inizio è molto soft il che rende il Piccolo Cir la ferrata perfetta da cui iniziare. Durante tutta la salita, per altro, si procede con rocce e massi alla propria destra e alla propria sinistra. Nonostante l’esposizione sia evidente guardando in basso (in alcuni tratti si vede tutta la Val Gardena sotto di sé) si ha la percezione che non si rischi mai di fare un volto troppo alto se si cadesse, il che evita di entrare nel panico se per caso si soffre di paura del vuoto e non si dovesse sapere perché… beh! Perché è la prima volta che ci si trova realmente sospesi nel vuoto. Quindi no, vi assicuro che questo panico non vi prenderebbe sul Piccolo Cir. A me per esempio mi ha colto due giorni dopo sulla Tridentina, ma per fortuna poi mi è passata.

Ammetto, comunque, che anche se io non mi sono mai particolarmente agitata sul Piccolo Cir il Signor Coso, invece, ha trovato la salitella che segue lo spigolo di roccia abbastanza impressionante perché non offriva sufficienti appigli per farlo sentire sicuro al 100%. Comunque, a parte quel tratto, anche lui concorda sul fatto che tutta la ferrata sia tranquilla e piacevole con una gradevole alternanza di salite poco faticose e percorsi orizzontali su rocce curve. Ogni tanto c’erano anche dei piccoli traversi aerei dove io ripetevo ogni volta “perdonami madre per mi vida loca”. Sì perché mia madre detesta che io per divertirmi vada a passeggiare in parete e ogni volta che mi attacco a un cavo metallico lei perde dieci anni di vita. Scusa mamma, ma poteva andare peggio: fino a diciotto anni volevo fare paracadutismo. Almeno nelle ferrate il gioco è non cadere.

Comunque dopo un piccolo rognoso canaletto dove ho avuto qualche difficoltà a recuperare il cavo in alto (mai come quel giorno mi sono sentita bassa: grazie Piccolo Cir!) e aver camminato per un po’ su un pianoro dove non era necessario l’uso di alcun cavo siamo arrivati al tratto finale. Quella è la vera rogna! La vetta è sulla cima di un’ultima roccia spaccata a metà dove io mi sono praticamente infognata. Il cavo è a sinistra della spaccatura, ma il chiodo dove far leva con lo scarpone, unico appoggio possibile, è a destra e a una altezza che mi ha fatto ripensare all’idea che ho sempre avuto di me ossia “non sarò alta, ma almeno ho le gambe lunghe”. No, non ho neanche le gambe così lunghe a quanto pare. Arigrazie Piccolo Cir!

Alla fine però, contro ogni pronostico, sono riuscita anche io ad arrivare in vetta (2520m), un pezzetto di terra 2x2 dove ho trovato il Signor Coso, due tedeschi che erano saliti in sneakers e nessuna croce. No, perché qualche hanno fa sul Piccolo Cir c’è stato un crollo e adesso la croce sta più in basso della vetta su un altro montarozzo. Cose che capitano nella vita.



La discesa dalla cima del Piccolo Cir


Nonostante avessimo fatto un tour de force e avessimo calcolato i tempi proprio mentre eravamo su quella minuscola cima ha cominciato a piovere. In realtà era una finta, ma noi in quel momento non lo sapevamo. I tedeschi credo di sì perché non si scomposero molto. Noi invece ripartimmo subito.

Scendere per quella roccia è forse peggio che salire. Bisogna farlo dando le spalle agli appigli e, se siete goffi come me, 10 a 1 che vi si incastra lo scarpone nella fenditura. Comunque alla fine se ne viene fuori, specie se il Signor Coso è sceso prima di voi.

Abbandonato il masso si potrebbe decidere di riscendere attraverso la via ferrata, ma non è mai la migliore scelta percorrere una klettersteig in discesa perché da una parte diventa più difficile e dall’altra si finisce per incrociare chi sale e le vie ferrate non sono una strada a doppia corsia. Consiglio quindi l’alternativa che abbiamo adottato il Signor Coso e io: svoltare a sinistra e scendere ripidamente per un tratto attrezzato lungo dei gradoni. Da qui si raggiunge il canalone e si resta sempre ben attaccati al cavo fino a che c’è possibilità.

Quando il cavo cessa dovrebbe passare anche il rischio di capitomboli. Allora il Signor Coso e io ci siamo tolti il casco, abbiamo messo via il dissipatore e abbiamo ripreso a scendere con tranquillità. Ci siamo persino complimentati perché non eravamo scivolati mai durante la nostra prima ferrata ed eravamo tutti interi, tralasciando i mille lividi che mi sono procurata io dando ginocchiate alle rocce (però ne ho date così tante che scommetto che anche il Piccolo Cir qualche livido se l’è procurato). Insomma eravamo soddisfatti. È a quel punto che è successo: sono scivolata e mi sono fatta venti centimetri di discesa con il sedere a terra fino a che un santo arbusto non ha frenato la caduta chiedendo in cambio soltanto un terzo della pelle sul mio braccio sinistro. Però mi ha dato in omaggio un bel graffio. La scena deve essere stata divertente perché poco distanti i tedeschi, gli stessi della cima (ma davvero? Che fanno si teletrasportano sti tedeschi? Come facevano a stare già lì?), abbarbicati sotto le rocce a mangiare sono scoppiati a ridere che neanche lo sconosciuto del Monte Camicia per i mirtilli del Signor Coso. Sadici tedeschi! Guardate che non è un evento così raro vedermi cadere eh!? Chissà a che si pensavano di aver assistito.

Va beh! Comunque a parte il graffio e l’orgoglio ferito stavo piuttosto bene, mancava ancora un po’ all’ora di pranzo, la pioggia aveva smesso di fare scherzetti e sembrava intenzionata a lasciarci ancora qualche ora di quiete, quindi invece di ripiegare immediatamente verso il Rifugio Jimmy abbiamo deviato a sinistra e via di nuovo a passo di marcia verso il Grande Cir.

La croce della vetta del Piccolo Cir vista dalla vetta del Grande Cir

Scheda della ferrata:


Partenza: Passo Gardena (a piedi)
Difficoltà: EEA
Durata: 2 ore circa 

Dislivello: 390m (di cui 100m di ferrata) 
Rifugi: Rifugio Jimmy

Tutte le immagini sono sono mie e del Signor Coso. Le riprese video sono state fatte da me con l'action camera, il montaggio è mio e del Signor Coso, la musica è royalty free ed è stata presa da Bensound

venerdì 2 febbraio 2018

LA SALITA AL PIZ BOÈ

LA VOLTA CHE MI SONO CADUTI GLI OCCHIALI NUOVI, MA PER FORTUNA NON HANNO COLPITO IN TESTA NESSUN CORVO
Lo ammetto: siamo stati un po’ pigri per la salita al Pordoi che vi ho raccontato qui, e questo non ci fa onore. Ma in nostra difesa posso dire che alla fine abbiamo sfruttato le energie risparmiate grazie agli impianti per salire sul Piz Boè. Dai! Non siamo alpinisti così vergognosi (solo un po’).


La via che dal Rifugio Forcella Pordoi porta al Rifugio Boè

Dal Rifugio Forcella Pordoi al Rifugio Boè



Il Piz Boè è la cima più alta del Gruppo del Sella e, per altro, è uno dei tremila più facili da salire in zona. Io ero alle prime esperienze di alpinismo quindi ero decisamente inesperta, ma ero anche totalmente esaltata ed entusiasta. E quando io sono entusiasta si vede lontano un miglio. Divento tipo Taz il diavolo della Tasmania solo più allegra. Quindi all’idea che ci fosse un tremila che potevo raggiungere senza correre troppo il rischio di fare un salto nel vuoto di testa non voluto non stavo nella pelle. 

Altro lato decisamente positivo del Piz Boè è che raggiungerlo dal Rifugio Forcella Pordoi, dove noi eravamo, significa prendere una strada già tracciata, unica, obbligata, non confondibile, senza svolte improvvise. E quando hai il senso dell’orientamento di Topo Gigio come me essere certa di non perderti per strada è bel pro. Poi, certo, c’è da dire che io non vado in montagna con il Signor Coso solo perché è simpatico e disposto a portare anche due borracce d’acqua nel deserto dell’Appennino, ma perché tra le altre cose lui si sa orientare quindi forse non ci saremmo persi anche se ci fossero state svolte, ma tant’è.

Salutate le nostre amiche, che avevano deciso che un tremila non era nei loro gusti, e il maialino domestico del rifugio, abbiamo imboccato il sentiero n. 627 che si dipana in una lunga vallata di rocce. Il percorso di per sé è decisamente lungo e dopo un po’ che si cammina in quel paesaggio grigio quasi ci si dimentica che esistono altri colori. In questa petraia continua in cui si procede ci si trova a sinistra la valle Lasties e a destra il Passo Pordoi.

Nonostante il percorso dal Rifugio Forcella Pordoi sia probabilmente il più facile per raggiungere il Piz Boè quel giorno non c’erano molte persone che lo percorrevano con noi. Per altro, poi, quelle poche che c’erano ce le siamo perse al bivio che permetteva di scegliere se salire direttamente al Piz Boè o dirigersi prima al Rifugio Boè. No, non crediate che sia la stessa cosa. Io lo credevo: pensavo “il rifugio si chiama Boè, la cima si chiama Boè, quindi il rifugio è sulla cima”. Un sillogismo perfetto a mio parere, Hegel sarebbe stato fiero di me. Peccato che Hegel e io non siamo mai andati d’accordo; e infatti mi sbagliavo. Il Rifugio Boè non è sul Piz Boè. E mentre tutti sceglievano di salire sul Piz Boè noi abbiamo scelto il sentiero in quota per raggiungere il Rifugio Boè.

In un percorso tra rocce e sassaiole, a tratti su assi di legno, abbiamo raggiunto dopo una lunga camminata il Rifugio Boè (2873mt) dove ci siamo fermati a mangiare. Qui c’era decisamente più gente di quanto avremmo potuto supporre dal sentiero quasi deserto che avevamo fatto fino a quel momento, dato che al rifugio si può arrivare tramite altre strade tra cui quella dalla Valle di Mesdì e quella dal Rifugio Cavazza, ossia dalla Ferrata Tridentina.

Dopo pranzo io ho fatto un salto in bagno e voi direte “e che ce ne frega?”. Ce ne frega perché è un’informazione importante di questa escursione. Al Rifugio Boè, come in molti rifugi dolomitici, c’è il bagno alla turca e io, per mie esperienze personali, credevo di poterlo affrontare facilmente e invece per poco non cadevo dentro il buco. Ma io dico: un maniglione per tenersi o una postazione per i piedi un po’ più comoda no? Comunque sono uscita da lì pensando “questo è il bagno peggiore del mondo!”. Tenete a mente questa affermazione, ci tornerà utile più tardi.

Il panorama dal Rifugio Boè ai piedi del Piz Boè

La salita al Piz Boè e il ritorno a Canazei



Per salire al Piz Boè dal Rifugio Boè si prende il sentiero n. 638 e in circa 45 minuti si è in vetta. In realtà questo sentiero è percorso per lo più in discesa, ma non so quanto sia conveniente. Il sentiero è uno zig zag tra sassetti, molto pendente e scivoloso. In salita, però, diventa maggiormente fastidioso nella pinnata finale perché si viene a creare una situazione di senso unico: chi scende continua dritto per il canale, mentre chi come noi sale è costretto a una svolta verso destra. Questo tratto è decisamente esposto (tipo che le persone sotto sembravano omini della Lego) e un po’ più ostico, ma un corrimano e una breve scaletta di un paio di pioli permettono di superare questo stretto sentierino senza fare una intima conoscenza dello strapiombo.

L’ultimo tratto di salita è costituito da un sentierino gradinato in cresta e alla fine si arriva in cima dove si trova il Rifugio Capanna Fassa (3152mt). Qui sono andata a caccia di un krapfen o di qualsiasi cosa gustosa che potesse tenere a bada la mia costante fame incontenibile. Mi spiace dirlo, ma la Capanna Fassa ha deluso: non c’era assolutamente nulla da mangiare. Che colpo al cuore!

Ciò che invece c’era in cima era quello che con forse un po’ di ironia veniva chiamato “wc alpinistico”. Era tipo una baracca di legno abbarbicata su una roccia esposta e sembrava promettere di scaricare qualsiasi rifiuto nel vuoto, allo stile medioevale per capirci. Ora se lo facesse davvero io non lo so, non ho avuto il cuore di provare, ma posso dire una cosa con certezza: vi ricordate il bagno turco di prima? Ecco! Non era il bagno peggiore del mondo! E con buona pace del meraviglioso Renton di Trainspotting credo di poter anche dire che il peggior bagno del mondo non è in Scozia.

Se vi serve un motivo per affaticarvi un po’ ed arrivare in cima al Piz Boè, oltre al fatto che è un tremila e che la vista da lì è stupenda, è che non vi troverete spesso ad essere sopra ai nidi dei corvi. E ve lo possiamo assicurare sia io sia i miei Ray Ban, all’epoca nuovi, che a un certo punto hanno pensato bene di tuffarsi dalla mia faccia e schiantarsi su una roccia invece che sulla testa di un povero corvetto. Non temete: nessun corvo è stato maltrattato durante il volo dei miei Ray Ban e gli occhiali hanno riportato solo un piccolo graffietto quasi invisibile.

I corvi che nidificano poco sotto la vetta del Piz Boè

Per il ritorno a valle abbiamo intrapreso l’altro versante, quello che avevamo ignorato al bivio iniziale. La discesa, in alcuni tratti, può essere leggermente ardua soprattutto per gli inesperti ma l’assistenza della corda di metallo in questi passi rende fattibile il procedere senza troppe difficoltà. Poi io avanzavo sempre molto arrancante, ma sulla base di due bambini-stambecchi che mi hanno superato facendomi mangiare la polvere direi che la discesa non è così ostica come può sembrare (ma non consiglio comunque di farla di corsa e senza fare attenzione come facevano loro).

Raggiunto il bivio iniziale si ripercorre la strada dell’andata. Spingi sul rewind e di nuovo: Forcella Pordoi, Rifugio Maria, funivia, Passo Pordoi, Col de Rossi, Canazei, autobus, Campitello. Che detti così sembra velocissimo e invece il suo tempo lo richiede.

Così in un giorno solo ci siamo visti Pordoi e Piz Boè e anche se all’inizio sembravamo pigri Peter Griffin che andavano in montagna, alla fine un po’ di fatica l’abbiamo spesa anche noi e una vetta ce la siamo guadagnata. Quindi dio dell’alpinismo, per favore, non fulminarmi per l’onta che ti fatto prendendo tutti quegli impianti! Grazie. 


Panorama della vetta del Piz Boè dove trionfa il Rifugio Capanna Fassa

Scheda dell’escursione:



Partenza: Rifugio Forcella Pordoi (a piedi)
Arrivo: Canazei (funivia)
Difficoltà: EE
Sentieri: 627, 638
Rifugi: Rifugio Forcella Pordoi, Rifugio Boè, Rifugio Capanna Fassa

Tutte le foto sono del Signor Coso (a parte la prima che ho scattato io)