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venerdì 25 gennaio 2019

LA FALESIA JURASSIC PARK

OSSIA LA VOLTA CHE TI ASPETTI I DINOSAURI E INVECE TROVI UNA “VIA FERRATA”


Lo so che da tutte le mie disavventure non sembra, ma il Signor Coso e io siamo persone abbastanza accorte in montagna. Per questo motivo prima di tentare la nostra prima estate di klettersteig abbiamo pensato, ormai qualche anno fa, di seguire un corso CAI sulle vie ferrate. Il bello dei corsi CAI è che non si limitano a essere teorici ma regalano anche un po’ di pratica. Quindi, per tutti quelli di voi che si stanno chiedendo come sarebbe frequentare un corso CAI, ecco la storia della Falesia Jurassic Park, ossia della nostra uscita CAI.


Vista dalla grotta alla Falesia Jurassic Park
Il panorama della Falesia Jurassic Park visto dalla grotta dove finisce la via ferrata


Il corso di vie ferrate del CAI


Per quanto mi piacerebbe vendermi come un talento naturale dell’alpinismo (e per quanto io sia consapevole di confessarmi invece come una mezza sola dell’escursionismo e una campionessa della goffagine a 360°) devo ammettere che la ferrata del Piccolo Cir, ossia la mia prima klettersteig, non è stata un’esperienza poco programmata.

L’inverno che ha preceduto la nostra estate in Val di Badia, infatti, il Signor Coso e io ci siamo fatti due conti sul nostro entusiasmo per la montagna e la nostra aspirazione per le klettersteig e abbiamo pensato che fosse una buona idea rivolgerci a qualcuno di esperto. Così ci siamo iscritti al corso sulle vie ferrate della scuola CAI Franco Alletto. Ora la Franco Alletto è a Roma (ma ha anche un interessante, per quanto non aggiornato, canale YouTube per chiunque volesse darci una sbirciatina), ma le sezioni CAI si possono trovare un po’ in tutta Italia.



Purtroppo il Signor Coso ha fatto un insensato affidamento sulle mie capacità mnemoniche per cui non mi ha raccontato molto del corso in sé. Quello che posso dirvi in generale sul corso è decisamente poco e si potrebbe riassumere in:
  • una lezione teorica sui rischi della montagna in cui, tra l’altro, abbiamo imparato nozioni dal valore decisamente alto come “ferrata = metallo ovunque; temporale = fulmini; metallo = parafulmini; ferrata + temporale = brutta cosa”. Il che, riassunto in linguaggio umano, significa che se piove non si va in ferrata (anche perché la roccia della parete diventa fastidiosamente liscia) e che se ci si trova in parete e scoppia un temporale è importante allontanarsi il più possibile quanto prima e liberarsi di tutta l’attrezzatura di ferro;
  • una lezione teorica sull’attrezzatura e le tecniche specifiche 
  • una lezione in palestra sui nodi e l’allestimento delle soste
  • una lezione pratica presso la Falesia Jurassic Park in un sabato di primavera. 

L'arrivo alla grotta alla Falesia Jurassic Park
L'ingresso alla grotta che conclude la via ferrata della Falesia Jurassic Park

Le prove di via ferrata e la discesa in corda doppia nella Falesia Jurassic Park


La Falesia Jurassic Park, nonostante quello che potrebbe far pensare il nome, non c’entra nulla né con i T-Rex né con il professor Ian Malcom, mia cotta infantile. E per questo sono ancora un po’ in lutto, lo ammetto. In compenso, però, ha molto a che fare con diverse pareti di arrampicata oltre che con una piccola zona attrezzata ad hoc per allenarsi a percorrere le vie ferrate.

La falesia si trova vicino a Tagliacozzo, sulla strada che porta fuori dal piccolo paese di Petrella Liri. Dopo un paio di curve si raggiunge uno spiazzo abbastanza ampio da parcheggiarci più di una macchina. Da lì si è già arrivati nell’area attrezzata.

La zona ha tre attrazioni principali: una serie di due scalette (che però potrebbero anche essere montate volta per volta per il corso CAI), un punto allestito per la discesa in corda doppia e la via ferrata vera e propria.

Quel giorno noi eravamo una mezza bolgia: più di 20 persone con 5 istruttori CAI. Tra le oltre 20 persone c’era persino chi soffriva di vertigini (tanto di cappello allo sconosciuto di cui non ho mai memorizzato il nome che con le vertigini a 1000 ha provato a fare un corso di ferrate) e poi c’ero io che non sapevo neanche legarmi il dissipatore all’imbrago. Non che non sappia fare un nodo a bocca di lupo - eh! - ma il mio dissipatore è del tipo “mi piego ma non mi spezzo” quindi… di solito interviene il Signor Coso che lo “spiezza in due”. Insomma forse non eravamo il gruppo più brillante della storia dell’alpinismo...

Per poter far tutto, senza incalzarci più dello stretto necessario, siamo stati divisi in due gruppi. Il Signor Coso e io siamo finiti in quello che cominciava dalle scalette. Lo scopo essenziale di queste due scalette era quello di farci familiarizzare con la parete e l’avanzamento verticale. La regola base da imparare, in generale, era quella di tenere le longe del dissipatore nell’incavo del gomito per non lasciarselo troppo indietro. Sapete com’è: effetto della forza di gravità! Regola base da imparare per me: smettere di tremare. Spoiler alert. Non ho imparato.

La prima scaletta è piuttosto ampia e comoda, mentre la seconda si stringe un po’ e si fa più ardua, anche se forse la maggiore difficoltà è dovuta soprattutto al mancato allineamento delle due scalette. Io le ho fatte tremare entrambe neanche fossi il terremoto stesso. Il mio tremore però non aveva senso: ovviamente la salita era totalmente in sicurezza. Un istruttore ci faceva sicura da terra. Era un tipo strano, però affidabile: portava degli occhiali a prisma che gli permettevano di guardare in alto senza dove inarcare il collo. Decisamente comodo, ma inconsueto da vedere. Era talmente inconsueto che è rimasto nella fantasia collettiva per molto tempo al punto che, qualche mese dopo, senza nessun buon motivo ha cominciato a circolare sul gruppo Whatsapp del corso la convinzione che fosse morto, manco fosse Tonio Cartonio. Non lo era, ovviamente. Ma almeno adesso l’anonimo istruttore CAI può entrare a pieno titolo nella rosa dei morti ancora in vita insieme a Paul McCartney, Macaulay Culkin e Fabri Fibra. Fico no?!

Alla fine della scala dovevamo lasciarci andare. L’intero corso CAI è praticamente un continuo dover dare fiducia a sconosciuti. Il Tonio Cartonio del CAI ci doveva calare lentamente a terra. E qui se ne sono viste di tutti i colori. Qualcuno si è ancorato alle scale neanche fosse un riccio sullo scoglio. Vi giuro che era difficile convincere alcuni a staccarsi da lì.

Subito sopra la scala si sviluppano 5/6 metri di ferrata orizzontale dove è necessario avanzare con sedere in pizzo e piedi puntati sulla roccia. È un tratto breve, ma abbastanza sfidante, perfetto per imparare a cavarsela anche nei punti un po’ più ostici. Una volta calati nuovamente a terra era il momento di passare alla corda doppia.

Prima di farci affrontare una vera discesa in corda doppia ci hanno spiegato in sicurezza e con i piedi ben piantati a terra tutti i nodi e le sicure da usare e come fare a fermarsi e ripartire. Siccome vi ho già ammorbato sufficientemente su tutte queste tecniche quando vi ho raccontato del Monte Viglio direi di saltare la teoria e andare subito alla pratica.

Il punto allestito per la corda doppia si trova in cima a una rupe. Lì ci aspettava un altro istruttore pronto a controllare che fosse tutto a posto prima di dare il via alla nostra discesa per 20 metri. Nel complesso era una discesa piuttosto autonoma: unica sicurezza l’istruttore a terra sempre pronto a tirare la corda doppia per fermarci.

Discesa assistita alla Falesia Jurassic Park
La mia discesa assistita per 30 metri alla Falesia Jurassic Park


La via ferrata della Falesia Jurassic Park


A questo punto era già passata qualche ora ed era il momento di riunire i gruppi e affrontare la via ferrata vera e propria. Che poi fa ridere chiamarla così: “via ferrata vera e propria”. Che uno a sentirla chiamare così chissà che si immagina, magari l’Elferkofel e invece è praticamente un sentiero attrezzato. Che poi non è neanche un sentiero attrezzato, a dire il vero. La via per il Rifugio Re Alberto è un sentiero attrezzato, questo è più un semplice sentiero per il 90% del percorso. Il 10% che si potrebbe chiamare “attrezzato”, invece, è all’inizio e alla fine del sentiero.

I primi due/tre metri del sentiero sono particolarmente verticali e scivolosi. Un po’ per l’inesperienza, un po’ per il terriccio qui si potrebbe avere qualche difficoltà. L’istinto spinge quasi subito ad ancorarsi al cavo metallico. Il problema è che l’istinto di tutti agisce nello stesso identico modo e in più il cavo è un po’ lasso… così è quasi inevitabile che tira tu tira io… la mia mano resta intrappolata tra il cavo e la roccia. Così ho imparato quanto può far male affidarsi troppo al cavo della ferrata. Tra cavo e roccia, sempre scegliere la roccia!

Il secondo tragico tratto è quasi all’imbocco della grotta dove si conclude la ferrata. Qui un gradone di circa un metro e mezzo, due metri è riuscito a farmi incagliare come poche volte nella vita. Non c’era modo di superarlo. Non c’era appiglio, non c’era presa. Il cavo non aiutava. E io ero ferma a un passo dalla fine, destinata a essere per sempre un tappo nella lunghissima fila indiana di noi formichine ferratiste.

Ho provato a superare quel tratto più e più volte. Ricordo lo scarpone che non faceva presa e le mie braccine rachitiche che non erano in grado di trascinarmi su a forza. Ho supplicato il Signor Coso di salvarmi. Il mio orgoglio c’è rimasto particolarmente male per questo mio obbligatorio momento di debolezza. Cioè, ci fosse almeno stato il professor Ian Malcom da supplicare… e invece mi è toccato il Signor Coso. Me lo sono dovuto far bastare…

A dire il vero non ricordo precisamente come ho superato quel gradone. Forse mi ha sollevato di peso il Signor Coso, forse un miracolo mi ha permesso di trovare un appiglietto su cui far leva, forse un T-rex mi ha tirato su con le sue lunghe e possenti braccia. In effetti potrebbe essere… tra le tre quella del T-rex mi sembra l’opzione più plausibile.

Fatto sta che alla fine sono arrivata anche io all’interno della grotta dove l’ultimo istruttore aveva già attrezzato la sosta per permetterci di fare la discesa assistita di 30 metri che ci avrebbe riportato fuori dalla ferrata.

Una discesa assistita significa non fare nulla se non sporgersi abbastanza da permettere all’altro di calarti in sicurezza e tenere lontane le mani dal cavo. Davvero, si deve fare solo questo: sporgersi, non toccare il cavo e camminare. E sapete quali sono state le tre cose che ha sbraitato più spesso l’istruttore?

  1. “Sporgiti! E sporgiti! Su forza sporgiti! Più fuori! Più fuori! Devi scendere in parete quindi vai sulla parete! SPORGITI!”
  2. “Togli le mani dal cavo! Non tenerti al cavo! Togli le mani dal cavo ci penso io! Non è una discesa in corda doppia: togli le mani dal cavo! Togli quelle mani o te le taglio! TOGLI. LE. MANI. DAL. CAVO!”
  3. “Non saltare! Non saltare! Devi camminare! Cammina! Non fare come 007 che non ha senso! Non saltare! Non si salta, si cammina! Non saltare! Ti ho detto di NON SALTARE!”
A ripetizione. Poveraccio!

Comunque una volta a terra era finito tutto. Tu eri vivo, l’insegnante senza voce e la tua adrenalina era talmente tanta che per i tre giorni successivi sembrava ti fossi fatta di cocaina. Ah! L’effetto della montagna!

Quindi, tirando le fila:

  • il corso del CAI? Buono, molto buono!
  • come iniziare con le ferrate? Facendo un corso CAI o se si hanno amici esperti facendosi fare un corso perfetto, serio e completo da loro
  • Jurassic Park? Una falesia davvero divertente!
  • La via ferrata? Semplice ma carina.
  • La corda doppia? Bella!
  • La discesa assistita? Più comica che terrorizzante.
  • Il professor Ian Malcom? Non pervenuto.
  • Il T-rex? Il mio nuovo eroe!
Sulla via ferrata della Falesia Jurassic Park
La via verdeggiante della ferrata della Falesia Jurassic Park


Le foto sono tutte del Signor Coso

venerdì 16 novembre 2018

4 MODI PER PREVEDERE IL METEO

OSSIA QUALCHE INFO CHE SAREBBE TORNATA UTILE ANCHE A NOÈ


Ci sono un paio di cose che non so fare: leggere l’orologio (ebbene sì!) e capire se 16 gradi vuol dire che farà freddo o caldo. Giuro! Non ne ho proprio idea. Ammetto però che negli ultimi anni sono un po’ migliorata; no, non con l’orologio. Se c’è una cosa, in fin dei conti, che un alpinista deve saper fare è prevedere il meteo per cui un po’ sono dovuta migliorare. Solo un po’ eh! Ma almeno qualche cosa l’ho imparata. Per cui, per tutti i meteorignoranti come me, ecco qui le mie pillole di saggezza da quattro soldi.

Foto di Jplenio, fonte pixabay.com

Saper leggere il bollettino metereologico


La prima cosa che si deve imparare quando si fa trekking è leggere il bollettino meteorologico. L’estate in cui il Signor Coso e io siamo stati in Val Badia il bollettino è stato praticamente il nostro miglior amico. Lo consultavamo ogni giorno per sapere quando saremmo finalmente potuti andare sulla Tridentina e grazie a lui abbiamo evitato di prenderci un paio di diluvi universali.

All’epoca, però, io ero completamente incapace di leggere quel foglietto che giorno dopo giorno ci prometteva di prevedere pioggia, vento e sole con un’esattezza veramente sorprendente. Per fortuna per me, però, c’era il Signor Coso che oltre a saper leggere le mappe (sì, io non so fare granché nemmeno questo) e l’orologio, sa leggere il bollettino. Ma se voi non aveste la fortuna di avere un vostro Signor Coso? D’altro canto non li fanno proprio in serie! Ecco allora un piccolo glossario:

  • la pressione atmosferica è il carico esercitato dall’atmosfera sulla superficie terrestre. L’alta pressione significa bel tempo, la bassa pressione invece meteo instabile
  • il rain rate è la quantità di pioggia che potrebbe cadere in un certo periodo di tempo con precipitazioni di intensità costante. Un rain rate minore di 10 mm/h vuol dire precipitazioni deboli, uno maggiore di 100 mm/h invece promette precipitazioni forti
  • il wind chill e l’heat index indicano la temperatura percepita dal corpo umano in condizioni differenti. La temperatura che noi percepiamo, infatti, non è precisamente la temperatura reale. Ci sono vari fattori che possono farci percepire una temperatura più alta o più bassa. Nel caso del wind chill il malefico colpevole è il vento, in quello dell’heat index è per lo più l’umidità.
Cosa significhi avere a che fare con il wind chill io l’ho purtroppo scoperto sulla mia pelle sul Monte Prena in una giornata in cui faceva veramente freddo, ma in cui soprattutto il vento faceva sembrare tutto ancora più freddo. Un paio di volte ho creduto di star per diventare un ghiacciolo. E, d’altro canto, la contrattura che mi è poi venuta alla gamba ricordava molto un ghiacciolo, quindi forse non ero neanche così lontano dalla verità. Per cui voi che potete fate buon uso dei consigli di un ghiacciolo: informatevi sempre sul meteo e sul vento che ci sarà. Ne va del vostro essere un non-ghiacciolo!


Prevedere il meteo grazie alle nuvole


Mia madre, che è una montanara ma che soprattutto ha sempre molta cura di non fomentare la mia naturale ansia devastante, ogni volta che vado a fare trekking mi ricorda che “in montagna il tempo cambia velocissimamente!”. È il suo dolce modo per ricordarmi che vive nel panico ogni volta che io decido di andare un po’ troppi metri sul livello del mare. Non che la faccia stare meglio quando sto proprio al livello del mare, ma questa è un’altra storia.

Purtroppo per me, ma pure un po’ per voi, ha ragione: la montagna è volubile, un attimo prima c’è il sole e quello dopo ti passa davanti Noè sull’arca (e non ti dà nemmeno un passaggio, il maledetto!). E quindi come fare? L’unica soluzione è stare con il naso all’insù e cercare di prevedere quando arriverà la fine del mondo. Per fortuna un indizio ce lo abbiamo, e no, non sto parlando dei reumatismi di vostra nonna, anche se pure quelli possono essere un ottimo uccellino nella miniera: le nuvole.

Esistono vari tipi di nuvole e ognuno di loro ci dice qualcosa del tempo che stiamo per incontrare. Vi suonano familiari i nomi “cumuli”, “cumulinembi”, “cirri” e “cirrocumuli”? Lo so che state pensando: “diamine! Dove ho messo il libro di scienza della terra di quando andavo alle medie?”. Ve lo dico io: nell’immondizia, con ogni probabilità. Chi l’avrebbe mai detto che c’era dentro un’informazione importante per il trekking eh!? Per fortuna vostra oggi mi sento tanto professoressa delle medie quindi vi rinfresco la memoria, poi però qualcuno mi deve regalare una mela eh!
  • I cumuli sono sostanzialmente quei bei batuffoli di cotone che vi fanno sempre vedere in cielo dinosauri, elefanti e Igor Stravinsky. Se ne stanno sempre nel cielo azzurro perché sono indice di tempo stabile
  • II cumulinembi sono una brutta evoluzione dei cumuli. È quando diventano scuri e si allungano e vogliono dire una sola cosa: a breve ci sarà un temporale, quindi se li vedete mi spiace per voi; 
  • I cirri sono praticamente i corridori del cielo. Vanno più veloce di Bolt, ma a differenza sua hanno la forma allungata di riccioli o fiocchi. Non promettono bene neanche a loro, ma a differenza dei cumulinembi vi danno il tempo di cercare un riparo: il tempo peggiorerà nel giro di 15/18 ore
  • I cirrocumuli… beh! Loro sono facili da spiegare. Sapete come si dice, no?! Cielo a pecorelle, pioggia a catinelle. Ecco! È dei cirrocumuli che si parla, perché loro annunciano pioggia imminente.
Capire come cambierà il tempo guardando le nuvole non è particolarmente difficile. Insomma se ci sono riuscita io sul Col di Lana ci può riuscire chiunque. A parte Noè. A Noè non glielo insegnamo come leggere le nuvole. A lui non va detto niente. Neanche dove si nasconde il dodo, che non lo trova più. Quel maledetto di Noè non ci dà un passaggio? E noi gli facciamo estinguere il dodo, che si sa che è il suo animale preferito!

Prevedere il meteo con il barometro


A dire il vero esiste da tempo anche un piccolo strumento fatto ad hoc per prevedere il meteo. Stiamo parlando del barometro, uno strumento in grado di registrare le variazioni della pressione atmosferica. Ci sono diversi aggeggini tecnologici (orologi, GPS etc.) che ormai lo hanno integrato, quindi forse un barometro vero e proprio non lo avete mai visto. Comunque se vi capita di doverlo leggere la regola generale è: se la pressione sale il tempo sarà buono, se la pressione scende si avrà cattivo tempo in un modo o nell’altro. Questo perché le masse di aria più fredda si spostano verso il basso, creando zone di alta pressione (le famose “anticicloniche”) e portando quindi il bel tempo, mentre l’aria più calda tende a salire creando zone di bassa pressione (le “cicloniche”) e causando il maltempo. Facile no?! Sono quasi sicura che anche questa roba ce l’hanno insegnata alle medie, ma io non me la ricordavo più, non so voi.

I migliori siti per vendere il meteo


C’è poi un’ultima opzione da considerare per conoscere il meteo: i siti web! O anche le app se preferite. Insomma il caro vecchio web e la cara vecchia tecnologia. Perché se Noè è un raccomandato con suggerimenti dai piani alti anche noi possiamo scoprire qualcosa senza faticare troppo.

I suggeritori che preferisco io sono:
  • 3BMETEO, un sito molto affidabile che mi ha saputo dare ottime previsioni sia in Italia che in Svizzera e Austria
  • ILMETEO, un sito e un’app a cui mi affidavo prima di scoprire 3BMETEO e che nel complesso non è male
  • METEOAM, il servizio meteo dell’Aeronatutica Militare che sbaglia di rado
Nonostante la mia ossessione per il tre vi aggiungerò un ultimo sito meteorologico perché è un’ottima fonte da prendere davvero in considerazione: METEOTERAMO.IT, una fonte affidabile per chi fa trekking sul Gran Sasso perché dà anche il clima in vetta. Qualche volta sbaglia, ma nel complesso non è male.

Foto di Paul Gilmore, fonte Unsplash
Ecco qui tutti i miei consigli da quattro soldi. Non saranno tanto, ma è più di quello che vi offrirebbe Noè: lui sa solo costruire un’arca che poi parcheggia pure in vetta a una montagna. Ma dimmi tu se si può considerare okay come modo di scalare!

venerdì 21 settembre 2018

6 CONSIGLI PER UNA PRIMA ESCURSIONE PERFETTA

OSSIA LE COSE CHE AVREI VOLUTO SAPERE DURANTE LA MIA PRIMA VOLTA


Ammettiamolo: non nasciamo tutti con le scarpe da trekking incorporate, purtroppo. Qualcuno, come me, si innamora della montagna solo da grande, per i motivi più svariati, e in fin dei conti certo non ne mancano! Ma innamorarsi non è mica sufficiente: cominciare a fare escursionismo richiede talmente tante conoscenze e competenze che i consigli per i principianti potrebbero non finire mai. D’altro canto non è mica un caso se la maggior parte degli incidenti in montagna avvengono su sentieri non difficili: spesso gli “escursionisti della domenica” ignorano persino le regole base.

Ma come iniziare nel modo migliore la propria avventura nel mondo dell’escursionismo? Beh, per cominciare potete assicurarvi di avere una grande prima volta seguendo 6 semplici consigli che mi sarebbe tanto piaciuto conoscere alla mia prima escursione




1) ALLENATEVI


Dovete sempre essere consapevoli del vostro livello di allenamento, soprattutto quando siete alla vostra prima volta e non sapete bene che impegno fisico richiede l’escursionismo. Siete Mike Tyson o siete un pachiderma spiaggiato sul divano come me? Dalla risposta a questa domanda consegue la scelta dell’escursione: è fondamentale scegliere un percorso in linea con il proprio stato di allenamento. Il rischio è quello di sopravvalutarsi e affrontare un’escursione che vi porti al vostro limite massimo o addirittura a superarlo. E vi posso assicurare per esperienza diretta che non è divertente: le Torri di Casanova, con il loro sentiero-trappola mortale, mi hanno insegnato molto bene questa lezione! D’altro canto la fatica e la stanchezza sono alcune delle principali cause di infortuni. Ma non temete: ci sono alcuni ottimi allenamenti, anche quotidiani, per prepararsi per l’escursionismo.



2) DOCUMENTATEVI SULL’ESCURSIONE


Non è mai una buona idea affrontare un’escursione senza conoscerla a fondo. La cosa migliore è documentarsi nel dettaglio durante i giorni precedenti, specie se si va in luoghi isolati o mal gestiti e senza segnali (qualcuno ha detto Appennino?). Una documentazione approssimativa o superficiale ha il potere di trasformare anche la più facile delle escursioni in un incubo ad occhi aperti e piedi doloranti senza fine e soprattutto senza più senso dell’orientamento. Se è capitato a me sul facilissimo sentiero di Rocca Calascio può succedere anche a voi ovunque! Quindi bisogna conoscere bene: da dove partire, dove arrivare, la pendenza e il dislivello e possibilmente i punti dove potersi appoggiare e riposare (rifugi, bivacchi, paesi a cui si passa vicino…) e le fonti d’acqua, specie per le escursioni di più giorni. Come fare? Semplice! Con mappe, riviste e libri specialistici e qualche buon sito sparso nell’infinito web. Un paio di nomi per cominciare la vostra ricerca al meglio: VieNormali.it e VieFerrate.it.



3) STATE ATTENTI AL METEO


Sapete quanto velocemente cambia il tempo in montagna? E quanto può diventare pericoloso trovarsi in vetta o in cresta o senza riparo durante un temporale? È importantissimo evitare che succeda! Per questo dovete sempre informarvi sulle condizioni metereologiche già 2 giorni prima dell’escursione. La probabilità che il meteo visto il giorno prima sbagli è minima. Potreste organizzare per tutta la settimana un’uscita ed essere costretti a rinunciarvi quando avete già lo zaino pronto. Lo so che brucia, ma meglio non correre rischi. E se proprio non ci state a restare a becco asciutto (e se il tempo non promette proprio nubifragi e piaghe divine) munitevi di piano B: un’escursione più breve, più facile, più vicina al centro abitato, meno esposta, meno in quota… insomma un’escursione più fattibile. Ma soprattutto, in ogni caso, partite presto: tendenzialmente in montagna piove il pomeriggio e in più partire presto significa approfittare di tutte le ore di luce.

Purtroppo non sempre si riesce a evitare di imbattersi nel cattivo tempo, anche prendendo tutte le precauzioni del caso. Per questo motivo bisogna sempre guardarsi intorno e saper riconoscere tutti gli indizi di buono o cattivo tempo che la natura ci offre.



4) SCEGLIETE BENE L’EQUIPAGGIAMENTO E L’ABBIGLIAMENTO


Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare: gente in scarpe da ginnastica sulla ferrata del Piccolo Cir, ragazzi in jeans e Eastpack su un Monte Prena freddo e ostile. La follia nelle scelte dell’equipaggiamento e dell’abbigliamento in montagna è all’ordine del giorno. Basta andarci un paio di volte per incontrare inesperti senza il giusto materiale, e se non vi è mai capitato allora forse siete voi quegli inesperti. Ma come evitarlo? Intanto portando le cose necessarie: giacca a vento, cambio, occhiali da sole (che vi eviteranno una bella congiuntivite attinica) etc… Poi ovviamente scegliendo le scarpe giuste, che non è mai una cosa così facile, e anche lo zaino perfetto, altra piccola sfida. E una volta che avete tutto… beh! Dovete farcelo stare nello zaino, ma non temete: per questo ci sono tecniche ad hoc.


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5) STATE ATTENTI ALL’ALIMENTAZIONE E AL SONNO


La vostra prestazione durante l’escursione non dipenderà soltanto dall’allenamento giornaliero che fate (o non fate). In realtà mantenere la giusta alimentazione e dormire abbastanza potrebbe davvero fare la differenza tra un disastro di escursione e un’uscita perfetta. Per cui sì, ha ragione vostra nonna: la colazione è il pasto più importante della giornata. Basta prendere solo un caffè, vi toccherà mangiare, mangiare tanto e bene. Non sarà sufficiente, però, solo questo. L’intera dieta dei giorni precedenti sarà determinante, quindi bisogna fare caso a quanti carboidrati, quanti grassi, quante proteine e quante vitamine si assumono. D’altro canto c’è una dieta specifica per chi vive la montagna. Per esempio la cosa migliore è cenare il giorno prima con dei carboidrati (pasta, riso, cereali…) e non farlo tardi perché anche andare a dormire presto è essenziale per avere migliori riflessi e ottime capacità cognitive. E soprattutto ricordatevi di bere durante l’escursione: minimo un litro d’acqua, meglio ancora se due. Quindi non osate scordarvi di riempire la borraccia perché sarà allora che il vostro sentiero pieno di corsi d’acqua diventerà un sentiero pieno di fango, non è vero Sentiero dei Tedeschi?



6) NON LASCIATE TRACCIA



Quando si va in montagna è importante seguire delle regole non scritte, un galateo montanaro che prevede soprattutto un principio: non lasciare traccia. In molti casi la montagna è ancora uno dei pochi luoghi incontaminati del mondo. È laggiù che si può ritrovare la natura, quella vera, quella indomita, quella che si estende ben al di là degli ordinati confini d’asfalto di un parco urbano. È laggiù che l’uomo torna a essere mero ospite, un ospite che, come tutti gli ospiti, deve essere educato, rispettoso e ammodo. Questo significa non sporcare, né con i rifiuti né con i propri bisogni fisiologici. Ecco perché esistono strategie per occuparsi anche di questo. In fin dei conti anche questo è escursionismo (forse il lato oscuro, certo il più scomodo, dell’escursionismo).




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Ecco qua 6 piccoli consigli per essere certi di avere una grande prima volta in questo mondo stupendo che è l’escursione in montagna. Ora sì che potete stare sereni e se proprio esitate ancora vi regalo un ultimo consiglio bonus: usate sempre la testa e se vi trovate davvero in difficoltà chiedete aiuto chiamando il 112 o il 118. Ricordate, però, questa è l’estrema ratio non la soluzione facile.