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venerdì 29 giugno 2018

LA SALITA ALLE TORRI DI CASANOVA

LA VOLTA CHE… "SCUSATE MA DOVE DIAMINE È LA FERRATA E QUANDO ARRIVA IL SOCCORSO ALPINO A SALVARMI?"

Sono stata sconfitta! È ufficiale. Sono traumatizza, completamente a pezzi, con la dignità in frantumi. Ebbene sì: un’escursione mi ha devastata. Ma non un sentiero alpinistico qualunque, ma la salita alle Torri di Casanova, ossia l’estrema propaggine occidentale della dorsale del Monte Prena. E visto che a conti fatti è stato il Prena, il mio monte appenninico preferito, a farmi questo, sono mortalmente ferita nei sentimenti. Quindi quest’escursione provo a raccontarvela dal punto di vista del Signor Coso perché dal mio sarebbe solo un “tu quoque Prena, filii mi? Pecché? Pecchééé?” (prego, usare tono iperacuto e terribilmente melodrammatico quando lo leggete).

La cresta dalla sella delle Torri di Casanova

La partenza da Piano di Pietranzoni


In principio era il buon umore. La salita alle Torri di Casanova prevede una breve ferrata che sulla carta non sarebbe dovuta essere troppo difficile. Ora, noi avevamo già fatto una ferrata in Liguria (la Ferrata degli Artisti) e tre in Trentino (vi suonano familiari la ferrata del Piccolo Cir, la Tridentina e la ferrata del Col Rodella), ma in Abruzzo non ne avevamo ancora fatta nessuna; quindi eravamo in brodo di giuggiole all’idea.

Così, armati di entusiasmo, buon umore e attrezzatura, siamo partiti di buon’ora da Roma e verso le otto eravamo poco oltre il bivio tra Campo Imperatore e Castel del Monte, là dove si lascia la macchina in uno slargo sulla destra in corrispondenza con dei cartelli informativi. E davanti a noi, d’un solo tratto, si dipanava l’infinito mare verde di Piano di Pietranzoni (1660m).

Se credete che l’oceano sia spaesante provate ad andare al Piano di Pietranzoni: qui sì che la labirintite fa festa. In questa immensità erbosa non si vedeva lo straccio di un sentiero nonostante mappa e GPS (sì lo stesso GPS ubriaco del Monte di Cambio) giurassero che il sentiero n. 230A fosse proprio lì davanti a noi. E allora via a camminare a caso in mezzo all’erba. E mentre io ancora ero tutta gioviale e saltellavo in giro manco fossi Heidi con l’agnellino, il Signor Coso cominciava a farsi venire qualche dubbio su quello che stavamo facendo: ma non era per caso che ci stavamo già perdendo? E magari avesse continuato ad averlo quel dubbio! E invece no: a un certo punto siamo finiti in un ampio ghiaione che in poco tempo ci ha condotto fino a un canalone con tanto di fiume-scolo del ghiacciaio che ci scorreva dentro e zac! Il giusto presentimento era svanito dalla mente del Signor Coso. E quindi niente: avremmo potuto salvarci e invece siamo andati verso la nostra fine. Povera mente a cui nessuno crede! Da oggi in poi temo che si sia giustamente e tristemente guadagnata il nome di Cassandra.


Cartello turistico delle cime montuose dal Piano di Pietranzoni

La salita alle Torri di Casanova per la via CAI Penne


Per comprendere l’altalena bipolare a cui il Signor Coso è stato sottoposto durante la salita delle Torri di Casanova (io invece ho semplicemente preso la china di una depressione nera) bisogna che sappiate che noi pensavamo di star per salire dalla via Familiari che sul web viene definita “divertente ma non difficilissima”, “il limite estremo di ciò che è percorribile con i bambini”. Invece, in realtà, quella che stavamo per intraprendere era la via CAI Penne che sul web è descritta come un susseguirsi di canaloni che col cattivo tempo si possono facilmente tramutare in “trappole mortali”. Non sto scherzando: c’è scritto letteralmente “trappole mortali” su alcuni siti…

Il primo di questi canaloni è quello del fiume-scolo che prevede anche alcuni tratti di arrampicata su piccoli massi e paretine di un paio di metri. Il che, ovviamente, rende tutto molto avventuroso e a suo modo fico. Motivo per cui Cassandra in quel momento era più entusiasta di un tifoso del Celtic mentre canta You’ll never walk alone. Era tipo impazzita e in effetti il Signor Coso aveva un bel sorriso stampato sul viso.

Più si sale di quota, però, più questi benedetti canaloni diventano difficili. In sostanza la via CAI Penne è un incrocio tra i gironi dell’inferno e i livelli di Super Mario. Nel nostro caso il primo mostro era un blocco di neve che se ne stava bello spaparanzato su tutto il canalone e ci si frapponeva davanti stile muretto gandalfiano “tu non puoi passare”. Probabilmente il blocco era anche un gentile signor blocco di neve che ci voleva solo proteggere da quello che veniva dopo, ma noi non lo abbiamo capito e invece di essere grati lo abbiamo preso a calci finché non siamo riusciti a scavarci un gradino per poterlo scavalcare. A questo punto Cassandra stava già fuori di sé per l’entusiasmo avventuroso con una bottiglia di champagne in una mano e il microfono del karaoke nell’altra per cantare tutto il repertorio degli Oasis (sì, a Cassandra piacciono gli Oasis, nessuno è perfetto).

Dopo questo primo ostacolo, che per il Signor Coso è stato più divertente che pericoloso (mentre io già redigevo mentalmente il mio testamento), la neve è stata una compagna presente, ma non costante che ci ha costretto a giochi di equilibrismo che hanno avuto l’unico effetto di fomentare ulteriormente la già esaltata Cassandra. In ogni caso, comunque, la presenza continua di segnavia (e la totale assenza di possibili svolte) rassicuravano alquanto sulla direzione che avevamo preso e non ci facevano per niente supporre che in realtà fossimo sulla strada sbagliata. Il dubbio c’è venuto quando a un certo punto siamo arrivati in uno slargo e ci siamo trovati di fronte segnavia in ogni dove.

Avete presente quelle classiche scene delle tre porte identiche davanti a voi e voi ne dovete scegliere una? Ecco, noi avevamo tre segnavia e ne dovevamo scegliere uno. Il primo ad arrivare e scegliere è stato l’Amico Esperto che, col suo istinto da alpinista navigato, ha imboccato un canaletto che in poco tempo si è trasformato in una morsa assassina dove si è quasi incastrato. Nel frattempo, però, era arrivato il Signor Coso che, vedendo l’amico in un vicolo cieco, ha imboccato sicuro la strada a destra seguendo una grossa freccia rossa. La sicurezza è andata a farsi friggere velocemente però, perché da che prima saliva bello dritto si è rapidamente trovato, senza neanche accorgersene subito, prima a quattro zampe e poi attaccato a una parete verticale con la stessa difficoltà a tornare giù dell’Amico Esperto. È qui che Cassandra ha ricominciato ad avere qualche dubbio su quel che stavamo facendo. E chi le può dar torto? L’unica rimasta libera di muoversi e di controllare l’ultima via ero io. Al posto suo anche io mi sarei preoccupata un po’. In realtà la via a sinistra era un sentiero tranquillissimo, ma che procedeva in chiara discesa e che quindi non ci avrebbe mai portato in vetta: era un altro buco nell’acqua. 


Roccia a forma di pollice vista dalla via CAI Penne verso le Torri di Casanova

E così stavamo lì, in questo slargo, con me seduta sulle rocce finalmente a recuperare fiato dopo la scarpinata faticosa di poco prima, l’Amico Esperto impegnato in una lenta e faticosa ritirata, il Signor Coso culo a terra per tornare giù senza precipitare e Cassandra decisamente meno entusiasta di poco prima. È a quel punto che tre abruzzesi sono comparsi da un punto ignoto e ci hanno rivelato che no, quel sentiero infuoca-polpacci non era la via Familiari, ma la via CAI Penne, di cui noi ignoravamo totalmente l’esistenza, e che per altro stavamo percorrendo l’anello delle Torri di Casanova al contrario: salivamo dalla discesa e saremmo scesi dalla salita. Ora, gentili signori abruzzesi, io quel malefico sentiero l’ho fatto in salita e mi chiedo: ma come vi viene in mente che il verso giusto sia in discesa? Ma l’avete notata la roccia franosa e friabile che vi circonda e su cui camminate? Diamine! A calcetto saponato si scivola di meno! 

Ad ogni modo i tre abruzzesi, decisamente più esperti e più attrezzati di noi, sono stati così cortesi da improvvisarsi in un sol colpo re magi e stella cometa e indicarci la strada. A quanto pare c’era una quarta porta, quella da cui provenivano loro, ed era quella giusta. Peccato solo che da lì si arrivasse a un canalone strapieno di neve che andava fatto, a loro dire, con la piccozza. Indovinate cosa non avevamo noi?

Arrivati al canalone, in effetti, la situazione richiedeva un po’ di inventiva. Avevamo però con noi il famoso cordone da 70 metri che più di una volta ci eravamo portati appresso per allestire una discesa in corda doppia e una serie di attrezzatura come secchiello, piastrina, dadi, kevlar e imbrago con cui, in relativamente poco tempo, abbiamo allestito una sosta più o meno sicura. L’adrenalina ha cominciato a scorrere a frotte nel Signor Coso. Con una lucidità e una calma sorprendente ha fatto da sicura prima all’Amico Esperto e poi a me per farci attraversare il canalone sulle tracce lasciate dai re magi. A quel punto toccava a lui. Affidandosi alla nuova sosta realizzata dall’altra parte dall’Amico Esperto ha affrontato la neve. Cassandra era quieta: non preannunciava morte. Al primo passo il piede gli è scivolato. Non esattamente un buon modo per cominciare, ma Cassandra forse dormiva o era in coma o che so io perché non si è spaventata e il secondo passo è stato più fermo del primo e così via. E il Signor Coso procedeva anche con una certa eleganza, chiedendo corda con calma come se stesse chiedendo permesso in metro. Non come me che, un attimo prima nella stessa situazione, gracchiavo come una pazza “CORDA! CORDA! CORDAAA!”.

A questo punto mi piacerebbe dirvi che da qui in poi, senza ulteriore fatica o imprevisti, siamo arrivati in vetta, ma la realtà è che ci siamo di nuovo persi. O almeno lo supponiamo visto che in poco tempo ci siamo ritrovati nell’ennesimo canale sdrucciolevole senza più traccia di sentieri o segnavia. È qui che, mi vergogno ad ammetterlo, ho avuto un totale crollo mentale e, ridotta a procedere praticamente a carponi, ho completamente perso il senno e mi sono testardamente seduta sull’ennesima roccia friabile e ho sentenziato che volevo il soccorso alpino. In quel momento l’Amico Esperto era troppo avanti per accorgersene e vicino a me c’era solo il Signor Coso che era più incline a spronarmi ad andare avanti che ad accondiscendere ai miei capricci. Io non sapevo che numero si dovesse chiamare per avvertire il soccorso alpino (è vergognoso! Non fate come me!) e non sapevo neanche dove mi trovassi (in quel momento non mi era neanche chiaro che quelle verso cui procedevamo si chiamassero Torri di Casanova), quindi senza l’alleanza di uno dei miei due compagni non avevo speranza di farmi soccorrere e, d’altro canto, anche il ritorno era ormai fuori questione superato il malefico canalone.

Così alla fine sono andata avanti mentre il Signor Coso, preoccupato e un po’ confuso, si interrogava mentalmente se fosse il caso di parlare o tacere, correre avanti verso l’Amico Esperto o restare indietro con me. Tanti quesiti, lo devo ammettere, su cui è meglio non soffermarsi quando, come noi, ti ritrovi a circumnavigare una roccia sporgente sopra un canalone abbracciando con sommo amore tutti gli speroni a disposizione. Quesiti, d’altro canto, che non hanno una buona risposta neppure in città, al livello del mare, figurarsi in montagna a 2000 metri di altezza.

Dopo il panico da circumnavigazione di roccia, comunque, abbiamo raggiunto in poco tempo la cresta dove ci siamo ricongiunti con la Via del Centenario. Qui, con suo sommo sgomento, Cassandra ha dovuto constatare che si era sbagliata: niente ferrata laggiù, ma solo altri tratti rocciosi, quasi dolomitici, di II grado con vecchi chiodi dismessi infilati nella roccia. In poco tempo, però, abbiamo raggiunto a sinistra quella che io ho creduto essere la vetta di una delle torri dove tre romani come noi se ne stavano comodamente spaparanzati a bersi un Ichnusa. Per essere onesti, in realtà, abbiamo raggiunto la sella sotto la vetta, ma questo lo abbiamo scoperto solo il giorno dopo, per la “felicità” del Signor Coso e dell’Amico Esperto (io mi sono accontentata di essere tornata a casa intera, vetta o non vetta). Che poi non ho neanche capito se quella sotto cui siamo passati ignorandola bellamente sia la torre più alta, ossia la vetta di 2362m, ma non devastateci ulteriormente: diciamo che lo era.


Vista della sella delle Torri di Casanova dal Sentiero del Centenario

Il ritorno dalle Torri di Casanova per la via Familiari


I tre romani erano stati più furbi di noi: erano saliti dalla via di salita e sarebbero anche ridiscesi da lì. Il che gli permetteva di assicurarci che il peggio era passato e che la via Familiari, che finalmente avremmo intrapreso, era decisamente alla portata di tutti. Cassandra ormai, però, era malfidata: non gli credette. Ve lo dico subito: non mentivano, avevano ragione loro.

La via ferrata Gianni Familiari (2276 m circa) è poco distante dalla vetta e fin dal primo poderoso tratto verticale si mostra subito maltenuta. Il primo tratto non presenta un cavo di acciaio, ma una corda alpinistica. Nonostante faccia effetto vederlo dal basso non è certo questo primo tratto a costituire il problema di questa breve, brevissima ferrata. Anzi, dopo essersi issati lungo la fune ed essersi arrotati fino a ridiscendere per la successiva scaletta si può godere di una fessura naturale nella roccia dove il vento si incanala a tal punto da diventare suono, un suono tipo flauto stonato intento a suonare, come tutti i flautisti alle prime armi, Viva viva l’olio d’oliva.

È il secondo tratto della ferrata Familiari che si rivela più ostica. La verticalità rimane elevata e la discesa si fa difficile, al punto che il Signor Coso non riusciva più a turnicare e developparsi. Stava lì come un pesce lesso a cercare un modo per inforcare la scaletta. E provatevelo a immaginare un pesce a 2000 metri, senza acqua e senza gambe (in fondo è un pesce…) che cerca di inforcare una scaletta: non riesce molto bene.

Superate le difficoltà del pesce lesso e la mia sensazione di vuoto e terminata la ferrata si procede per un sentiero in quota fino a raggiungere la Forchetta di Santa Colomba (2250 m circa). Qui si abbandona il Sentiero del Centenario e si inizia finalmente a scendere prima nell’ennesimo canale ghiaioso ripido e scosceso e poi, a quota 2050m circa, in un largo dosso erboso dove, dopo un paio di ore di discesa abbiamo imboccato un sentiero segnato, che poi sarebbe il sentiero n.230, fino ad arrivare alla macchina sfiniti, tesi, ma entusiasti (tutti a parte me) per l’avventura appena vissuta.

Un ultimo appunto su questo trekking nel Gruppo del Gran Sasso inaspettatamente più complicato di qualsiasi cosa avessimo fatto fino a quel momento e inquietantemente più caldo di quanto il meteo avesse promesso: Cassandra aveva ragione fin dall’inizio. Ebbene sì, saremmo dovuti andare a sinistra nel Piano di Pietranzoni e imboccare fin dall’inizio questo sentiero segnato che poi, a conti fatti, c’era e solo noi non notavamo, ma a quel punto poi che avremmo fatto? Saremmo riscesi dalla via CAI Penne? Non c’è niente da fare, Cassandra: porti sfiga in ogni caso!


Vista del panorama dolomitico delle Torri di Casanova

Scheda dell’escursione:


Partenza: Piano di Pietranzoni (a piedi)
Arrivo: Piano di Pietranzoni (a piedi)
Difficoltà: II grado (Via CAI Penne), EEA (Via Familiari)
Durata: 8 ore e mezzo circa
Dislivello: 850m
Sentieri: 230, 230A


Le fotografie sono mie e del Signor Coso

venerdì 4 maggio 2018

LA SALITA AL MONTE PRENA

LA VOLTA CHE C’ERA LA NEVE A GIUGNO… OH CAVOLO! LA NEVE!

Vi rivelo un segreto: erano mesi che avevo voglia di parlare di questa escursione. E finalmente siamo giunti a lei: la salita al Monte Prena, montagna unica nel massiccio del Gran Sasso con il suo paesaggio lunare. Che se per caso un giorno vi svegliate e vi sentite Astolfo (quello dell’Orlando Furioso, per intenderci), ma non trovate in giro nessun carro di Elia, vi assicuro che andare sul Prena sarà un ottimo ripiego alla mancata luna (che poi, almeno, lì non correte neanche il rischio di inciampare sul senno di qualcun altro. E non è poco). 

Vista del Monte Prena durante la salita dalla via normale

L’avvicinamento al Monte Prena


Il Monte Prena è stato un sacco di prime volte. È stata la prima escursione di Wini con noi. È stata la prima volta che ho capito che non serve per forza andare sulle Dolomiti per incontrare un paesaggio dolomitico. È stata la prima volta che ho trovato la neve sulla mia strada. Ed è stata anche la prima volta che ho creduto che la mia fortuna metereologica avesse fatto cilecca. Ebbene sì: ho una fortuna sfacciata con il tempo. Non mi piove mai addosso quando sono in montagna. E neanche sul Prena è successo, ma questo non ha escluso comunque il vento gelido e il freddo birichino. Ma andiamo per ordine.

Il Prena, per chi non lo sapesse, è il gemello buono del Monte Camicia. O per meglio dire non si assomigliano per niente, ma stanno là, uno accanto all’altro, quindi diciamo che sono gemelli. Che poi se volessimo essere precisi più che altro sono trigemini (tipo i Pantano dei Una serie di sfortunati eventi. Se non sapete di cosa parlo shame on you!) perché ci sarebbe di mezzo anche il Monte Brancastello, ma lasciamo perdere questa questione che se no ci incartiamo e non andiamo avanti.

Visto che stanno uno accanto all’altro va da sé che la via per il Monte Prena è la stessa che porta al Camicia. Solo che una volta superato Campo Imperatore per raggiungere il Monte Camicia si deve arrivare alla località Fonte Vetica. Per il Prena, invece, ci si ferma circa 300 metri prima, all’altezza di una stradina sterrata sulla sinistra che, almeno che non abbiate un fuoristrada, è impercorribile in macchina, tanto è sassosa e dissestata. Quindi gioco forza si parcheggia qui. 

La conca verdeggiante prima del Vado di Ferruccio nella salita al Monte Prena sulla via normale


La salita al Monte Prena


La strada sterrata è proprio l’inizio di questa escursione che fin da subito ci ha fatto capire che non sarebbe andata come ci aspettavamo. Appena scesi dalle macchine già battevamo quasi i denti. Ed era giugno eh! Mica eravamo in pieno inverno. Ma si da il caso che questo non significasse niente per il Prena: giugno o non giugno lui sarebbe stato comunque innevato. E a dire il vero questa non è neanche una grande novità per la mia famiglia: siamo specializzati nel trovare neve nei periodi dell’anno sbagliati. I miei si sono sposati il primo giorno di primavera. Hanno montato le catene alle macchine prima di andare in chiesa: nevicava da morire! Quindi insomma era destino che prima o poi sarebbe capitato anche a me qualcosa del genere ed ecco fatto.

Dopo una mezzora circa di camminata sul sentiero sassoso ancora non sentivo caldo ed era ormai chiaro che eravamo tutti vestiti troppo leggeri per sperare di stare bene quel giorno. A quel punto, comunque, rassegnati abbiamo svoltato a destra e, a una deviazione ben segnata, abbiamo cominciato a salire dritti per dritti tra il Prena e il Camicia ignorando, per altro, che se avessimo continuato sul sentiero precedente saremmo giunti alle miniere di bitume finite di costruire nel 1944 e mai entrate in funzione (sapete com’è: c’era la guerra…). Ora, che cosa sia il bitume io l’ho appena scoperto, perché per 27 anni della mia vita sono stata convinta che fosse un sinonimo di letame (ma miniere di letame non si può sentire!) e invece è una miscela di idrocarburi naturali o residuati derivanti dalla distillazione o raffinazione del greggio. Che poi tutti sti paroloni significano asfalto: il bitume è l’asfalto…

Dopo la breve salita di qualche metro dritti per dritti ha inizio nei prati un sali e scendi continuo non troppo pendente che porta, in relativamente poco tempo, a una vallata verde. Ed è qui che abbiamo trovato la neve e che io ho cominciato a temere che avrei perso per sempre Wini. E poi come lo spiegavo a casa? Perché la neve era in uno scivoloso canaletto che dovevamo per forza attraversare. E mentre io mi preoccupavo per Wini, nel canaletto ci stava quasi per scivolare il Signor Coso. O per lo meno così afferma lui: io non ci ho neanche fatto caso. Povero Signor Coso! 

La salita del Monte Prena per la via normale con sullo sfondo due guglie rocciose con incastrato in mezzo un grande masso ovale

Superato questo piccolo canalone, però, si arriva a un tratto pianeggiante che ci ha dato modo di distendere i nervi. Sì, la neve era anche lì ma più rada e non era uno scivolo da montagne russe, quindi nel complesso era gestibile. Per altro questo tratto deve essere particolarmente suggestivo visto nel pieno dell’estate perché è costellato di ruscelletti e cascatine veramente belle da vedere. Però ovviamente la “pianura” non può durare. Aggirata la conca a destra, infatti, all’altezza del Vado di Ferruccio (2242m), da cui si potrebbe fuggire verso il malefico Camicia, abbiamo cominciato di nuovo la salita vera e propria verso la vetta del Prena dal lato tirrenico. Questo perché, dall’altro lato, è si possibile arrivare in vetta, ma attraverso dei sentieri attrezzati e noi, invece, stavamo percorrendo la via normale.

Da qui raggiungere la nostra meta era facile. Non perché questa escursione sia leggera, anzi – è decisamente dura e riservata a chi ha buona resistenza fisica – ma perché a segnare il cammino davanti a noi c’era un punto di riferimento inconfondibile: due guglie rocciose con incastrato in mezzo a loro un bel masso piuttosto rotondo. Secondo me è la prova che a un certo punto Sisifo si è rotto le scatole e ha dato forfait proprio lì sul Prena. Che sia così o meno, comunque, questa curiosa scultura naturale è stata la nostra stella polare: dovevamo solo proseguire in salita dritti per dritti verso di lei. Almeno finché non abbiamo raggiunto un secondo e ben più pendente e pericoloso canalone pieno come una pignatta di neve. Ed è qui che abbiamo rischiato di perdere Wini. Per fortuna i miei bastoni da nordic walking le hanno offerto una salvifica stabilità che altrimenti non avrebbe avuto. In compenso io, vedendola scivolare, ho perso almeno dieci anni di vita. Secondo me è per questo che adesso ho ben tre capelli bianchi!

Comunque, superato quest’ultimo canalone la salita si fa ancora più interessante perché da qui in poi è solo rocce brulle. Questo perché in realtà si sta procedendo a ridosso della parete. Dopo pochi minuti infatti si arriva sullo stretto filo di cresta da cui, a 20 metri circa, si staglia la piccola vetta (2561m) dove riesce a starci quasi solo la croce. E se per caso state conquistando il Monte Prena in una giornata particolarmente ventosa (il nostro ventaccio freddo si credeva la Bora, per esempio) fate attenzione a quando scavallate per arrivare in cresta: il vento può sorprendervi per la sua forza e può farvi facilmente perdere l’equilibrio.

La discesa dalla vetta del Monte Prena tra le rocce bianche e la nebbia

Il ritorno dalla vetta del Monte Prena


Ho sentito dire che dalla vetta del Monte Prena si goda di una vista meravigliosa. Purtroppo io non posso confermarlo perché durante tutta l’escursione siamo stati completamente immersi in una fitta nebbia lattiginosa che non ci ha fatto vedere niente. E se a questo aggiungiamo il fatto che stavamo morendo di freddo capirete facilmente perché siamo stati sì e no in vetta uno o due minuti e poi abbiamo ricominciato la discesa.

Per tornare ai piedi del monte la strada di discesa è la stessa di salita. Bella ma impegnativa quindi, e non certo da fare di corsa, anche se io a un certo punto sentivo talmente freddo che avrei volentieri preso la scorciatoia che offriva il canalone che qualche minuto prima aveva provato a portarsi via Wini. Se solo quella scorciatoia non fosse stata letale… Chi ha invece rischiato di prenderla davvero è stato purtroppo un nostro amico, uno dei più esperti della compagnia, a cui ha ceduto sotto al piede una roccia mentre strisciavamo lungo la parete per evitare di finire nel canalone. E lì davvero ci siamo spaventati tutti molto. Per fortuna però è riuscito a evitare di cadere e si è solo ferito un po’ la mano. Un mezzo miracolo! A riprova che la montagna è pericolosa sempre: non importa se stai a 2000 metri o a 8000 e neppure da quanto tempo fai alpinismo.

A parte questo imprevisto, comunque, alla fine è andato tutto bene e non abbiamo più avuto incidenti o incontrato difficoltà particolari. Quando siamo arrivati alle macchine, però, eravamo veramente sfiniti. Il freddo ci aveva irrigidito i muscoli rendendo peggiore e più faticoso ogni movimento e a me aveva fatto venire una contrattura al quadricipite che ci avrebbe messo giorni a passare. E per fortuna che se ne andò giusto il giorno prima della Ferrata degli Artisti che feci la settimana dopo. Se me l’avesse rovinata non sono sicura che adesso avrei amato così tanto il Prena. Perché sì, lo ammetto: il Monte Prena è il mio preferito sull’Appennino e ho deciso che ci devo assolutamente tornare, sta volta senza neve. D’altro canto la prima volta non ho visto né camosci né genziane né stelle alpine, che dicono invece brulichino lassù, e non siamo neanche andati a mangiarci gli arrosticini per quanto eravamo stanchi. Ah gli arrosticini! Perché li ho nominati? Adesso mi è venuta fame. A voi no? 

Vista delle rocce del Monte Prena tra la nebbia


Scheda dell’escursione:


Partenza: Ai piedi del Monte Prena (tramite sentiero)
Arrivo: Ai piedi del Monte Prena (tramite sentiero)
Difficoltà: E
Durata: 6 ore circa
Dislivello: 850m

Le foto sono mie e del Signor Coso