Visualizzazione post con etichetta Consigli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Consigli. Mostra tutti i post

venerdì 22 febbraio 2019

9 CONSIGLI PER PRENDERSI CURA DEI TUOI PIEDI

OSSIA COME COMBATTERE E SOPRAVVIVERE ALLE VESCICHE (E MAGARI PURE VINCERE LA GUERRA)

Scrivere questo post sarà per me una sofferenza, sappiatelo! Se c’è una cosa che davvero mi schifa al mondo (a parte il formaggio che detesto cordialmente) sono i piedi. Li odio! Se potessi li cancellerei dalla faccia della terra, ma purtroppo non posso. Per cui nel corso degli anni sono dovuta scendere a patti con la loro esistenza, soprattutto dopo aver cominciato con l’escursionismo. D’altro canto la cura dei piedi è un elemento base della vita di qualsiasi escursionista. Quindi, nonostante la mia sofferenza, ecco qui il mio piccolo compendio di consigli per prendersi cura dei tuoi piedi!


L’importanza della cura dei piedi durante le escursioni


Per quanto i piedi siano indubbiamente la nostra parte peggiore (probabilmente un ultimo piccolo screzio di qualche scienziato rettiliano, considerando quanto sono brutti) è importantissimo curarli fino alla nausea quando si fa trekking.

Queste orride estremità, infatti, sopportano tutto il nostro peso e, in aggiunta, anche quello dello zaino. Se poi si ha la sfortuna di poter essere solo “un escursionista della domenica” ogni trekking, anche il più piccolo, si trasforma in un inferno per loro. D’altro canto ogni cosa diventa migliore con l’esperienza e praticare l’escursionismo solo nel weekend, e magari - peggio ancora - solo in primavera ed estate, non è il modo migliore per evitare dolore, vesciche e gonfiori.

La sensibilità dei piedi, in fondo, è piuttosto alta anche quando sono ben chiusi dentro gli scarponi. Registrano ogni minima variazione di pendenza o di tipo di terreno - che si passi dalle foglie secche ai ciottoli o dal fango alla ghiaia - e ne pagano inevitabilmente le conseguenze. Magari voi avrete i piedi d’amianto, ma è difficile passarla sempre liscia quando si fa trekking per un po’. Non è mica necessario avere i piedi di frolla come il Dottor Uka, che già dopo la prima passeggiata sul Sassopiatto aveva più vesciche che dita, per ritrovarsi a zoppicare per giorni interi. Quindi è importante prendersi cura dei propri piedi. Meglio, allora, seguire qualche semplice consiglio e non avere più problemi.



5 consigli per la cura dei piedi


Il fastidio principale di cui si può soffrire quando si fa trekking sono probabilmente le vesciche, che poi non sono altro che una reazione di autodifesa della pelle. Ah! Che bello il corpo umano che per difendersi ti fa vedere i sorci verdi dal dolore. Proprio intelligente questo corpo umano!

In sostanza quando c’è un eccessivo sfregamento si produce un accumulo di fluidi nell’area di attrito che evita il danneggiamento dell’epidermide. Come piccolo effetto collaterale, però, il siero produce una forte pressione che causa il dolore e, quando va bene, il fastidio.
Per fortuna curare i propri piedi per evitare o contenere le vesciche è piuttosto facile. Basta seguire qualche semplice regola:
  1. Fate regolarmente lunghi pediluvi in acqua calda massaggiando la cute con una pietra pomice. Al termine del pediluvio idratate la pelle con una crema o un olio specifico per i piedi. Potete non crederci, ma già questa piccola accortezza farà miracoli. Quest’estate io sono riuscita a sopravvivere senza nessuna vescica in 8 giorni consecutivi di trekking (5 escursioni e 3 ferrate) proprio grazie a un uso giornaliero di una crema all’Aloe, che è tipo il Santo Graal fatto pianta, mentre quel pollo del Signor Coso che si è rifiutato di usarla ne è uscito molto peggio, ve lo assicuro. Pollo!
  2. Se durante un’escursione iniziate a sentire un dolore o un bruciore fastidioso NON fate finta di niente e intervenite subito. Come si suol dire meglio prevenire che curare. E se proprio non siete riusciti a evitare un principio di vescica, procedere subito con una medicazioni tramite garza e cerotto di tela potrebbe riuscire a contenere il danno. L’importante, però, è ricordarsi a fine giornata di togliere la medicazione, disinfettare il piede e lasciarlo ad asciugare e a prendere aria.
  3. Se già sapete in partenza che soffrite di vesciche (a qualcuno deve pure toccare la pagliuzza corta) non fatevi cogliere impreparati: in farmacia o nei negozi sportivi più specializzati si trovano facilmente cerotti ad hoc o creme antisfregamento che possono prevenire la creazione delle vesciche.
  4. Se durante un’escursione incontrate un torrente o un lago prendetevi il tempo di immergere i piedi nella sua acqua fredda. In questo modo costringerete i vasi sanguigni e velocizzerete la circolazione diminuendo gonfiori e infiammazioni. Ci sono poche cose altrettanto piacevoli al mondo. Il Signor Coso e io abbiamo inzuppato i nostri piedini (si fa per dire, lui porta il 47…) almeno tre volte - al Lago Pian Palù, dopo la ferrata Fernau e dopo la salita al Promontorio del Circeo - e ogni volta lo abbiamo adorato. Dopo averli bagnati, però, bisogna sempre asciugarli bene; e questo vale sia in caso di sudore che nel caso di torrente/lago. Per questo è sempre bene portare con sé un asciugamano e dei calzini di ricambio.
  5. Nel malaugurato caso in cui non siate riusciti proprio a evitare queste maledette vesciche provate a resistere alla tentazione di esploderle senza alcuna necessità. Si chiama follia quella idea che vi sta passando in testa e che vi dice che esplodere la vostra vescichina è una buona idea. Fidatevi! Io vivo con questa follia tipo ogni due per tre. La scelta migliore che potete fare è lasciare che la vescica si riassorba da sola. E se invece è così grande e fastidiosa da doverla esplodere bisogna farlo con strumenti sterili e una giusta disinfestazione e medicazione. In caso di vesciche enormi meglio chiedere a personale esperto. E se invece esplode… munitevi di garze e disinfettante e giù di medicazione!

Non importa quanto vi prendete cura dei vostri piedi: se scegliete le scarpe sbagliate è tutto un cacchio. Trovare la scarpa giusta per il proprio piedi è essenziale. Per fortuna, però, anche per questo ci sono un paio di consigli che possono venirci in aiuto:
  1. Una stessa scarpa non va bene su qualsiasi terreno. Bisognerebbe scegliere sempre la calzatura in base al terreno e all’attività che si sta per fare. Ad esempio sulle vie ferrate è meglio usare una scarpa con una suola piuttosto rigida. In generale, comunque, io preferisco scarponcini alti alla caviglia, ma il Signor Coso, per esempio, non concorda con me. Diciamo però che se siete super goffi come me uno scarponcino alto può fare la differenza tra una passeggiata e una storta assassina. Inoltre ha come lato positivo quello di evitare l’allagamento della scarpa in caso di pioggia. Ve lo dico, però: se passate sotto una cascata non vi tengono all’asciutto neppure loro. Il Signor Coso e io lo abbiamo sperimentato sulla ferrata Hoellenrachen. Non è stato piacevole.
  2. La scelta della scarpa dipende anche dalla conformazione del piede. Un piede magro e uno con una pianta larga non sono affatto la stessa cosa. La mia peggiore piaga, ad esempio, è trovare una scarpa quotidiana che abbia senso con il mio piede: magro fino alla carestia ma non particolarmente corto. Soprattutto con i sandali è praticamente un terno al Lotto. Per fortuna, però, con le scarpe da trekking il problema non si pone così facilmente: la maggior parte dei marchi delle scarpe da trekking prestano molta cura a questi dettagli. Inoltre molti negozi di escursionismo hanno personale e strumenti più che professionali e adeguati per individuare la perfetta scarpa per ogni piede.
  3. La cosa che mi inquieta di più dell’arrampicata è che di solito tocca comprare le scarpette più piccole di un paio di numeri. Per fortuna con l’escursionismo non è così, anzi: meglio prendere le scarpe di un mezzo numero in più. Le vostre dita dovrebbero potersi muovere sempre liberamente e non andare mai a sbattere in punta. Se così non fosse finireste per avere un’unghia particolarmente nera. E anche qui, per esperienza personale, vi assicuro che non è carino e che ci mette mesi a passare. Meglio evitarlo. Però state attenti a non dare troppa libertà al piede. Se il tallone avesse troppo gioco finirebbe per generare attrito e in quel caso… bravi! Vescica!
  4. Anche il materiale della scarpa è una questione essenziale. Se ci si trova in climi freddi e in alta montagna la miglior scelta è il goretex, che garantisce impermeabilità e traspirazione. In generale, comunque, meglio la pelle per la tomaia (ossia la parte superiore della scarpa). La pelle assicura traspirazione e durevolezza.

Insomma, se spendete “due” soldi per le scarpe da trekking, vi munite di calze tecniche e curate attentamente i vostri piedi uscirete anche dall’escursione più lunga senza vesciche, saltellanti come una capretta e,soprattutto, con quelle piccole oscenità che si chiamano piedi super presentabili, pronti per qualsiasi sandalo e solo un po’ pallidini. Insomma, non è che facendo trekking si prenda proprio tutto questo sole...

venerdì 18 gennaio 2019

5 COSE DA NON FARE DURANTE UN'ESCURSIONE

UN PICCOLO VADEMECUM PER MUOVERE I PRIMI PASSI


Anno nuovo, vita nuova! Per cui se fino ad ora siete stati tipi da mare che ne dite di provare qualcosa di diverso e darvi all’escursionismo? Non dico subito, d’altro canto anche io prediligo la stagione calda per andare in montagna, ma per prepararsi non è mai troppo presto, no?! E allora, se avete deciso di mettere da parte per un po’ l’ombrellone eccovi 5 cose da non fare assolutamente durante un’escursione. 5 informazioni essenziali per cominciare, ma anche per continuare al meglio!


Sentiero sull'Hoher Burgstall
Sentiero di ritorno sull'Hoher Burgstall

1. NON SOTTOVALUTARE IL SENTIERO


Quando si fa un’escursione la prima cosa importante è sapere quanto è difficile il sentiero che si sta per affrontare. Tranquilli! Non mi aspetto che siate onniscienti. Fortunatamente libri e siti straripano di ottime informazioni sulla maggioranza dei sentieri, ma è importante saperle leggere.

Cosa cercare quando si tenta di farsi un’idea di un’escursione? Prima di tutto il dislivello, quindi la sua lunghezza: la combo dislivello+lunghezza vi darà il valore vero della fatica richiesta.

Importante è anche il terreno su cui si cammina: la ghiaia secondo me è il peggior nemico dell’escursionista. Di certo è il mio peggior nemico! La Val Setus, per riscendere dalla Ferrata Tridentina, ad esempio, è stata forse l’esperienza peggiore della mia breve, goffa e caotica esperienza escursionistica (seconda solo al Vajolet, ma lì la ghiaia non c’entrava niente…).

Anche l’esposizione al vuoto e la presenza di tratti “ferrati” implicano, inevitabilmente, un sentiero più impegnativo. Se siete all’inizio, quindi, è meglio evitarli.

Fortunatamente nel tempo è stata codificata una scala di difficoltà per evitare agli escursionisti di affrontare un’escursione troppo al di sopra delle loro capacità. Qualche semplice lettera può fare la differenza tra una divertente avventura e un inquietante incubo.

I sentieri possono essere:

  • T - Turistici. Escursioni tranquille, solitamente al di sotto dei 2000 m, su mulattiere, stradine o sentieri larghi. Tendenzialmente sono ben segnalati, non comportano problemi di orientamento e sono alla portata anche di escursionisti totalmente inesperti.
  • E - Escursionistici. Escursioni solo leggermente più sfidanti delle precedenti, su terreni misti e costellate dei giusti cartelli. Qui è là potrebbero esserci dei piccoli tratti esposti non difficili grazie alla presenza costante di cavi.
  • EE - per Escursionisti Esperti. Qui il terreno può essere impervio e scivoloso, a volte roccioso ma non prevede mai l’avanzare su un ghiacciaio. Il sentiero è tendenzialmente segnalato, ma le caratteristiche variabili del terreno, la lunghezza elevata dell’escursione e il dislivello non piccolo che caratterizzano questi percorsi rendono necessari una preparazione fisica e di conoscenze non da principianti e la presenza di tutto il materiale tecnico adeguato.
  • EEA - per Escursionisti Esperti con Attrezzatura. Sono praticamente le EE ma con l’aggiunta dei tratti attrezzati. In sostanza sono le ferrate. Quindi divieto assoluto di affrontare queste escursioni se non si possiede la giusta attrezzatura di autoassicurazione (moschettoni, dissipatore, imbragatura, cordini)!
Dopo questi livelli ci sono solo i gradi di scalata, ma adesso non esageriamo, no?!


2. NON PRENDERE SCORCIATOIE


Una cosa che non va mai fatta in montagna è quella di barare. Capita a tutti, soprattutto le prime volte, di credersi più furbi del sentiero. Guardate tutta la strada davanti a voi e pensate “ma sai che c’è? Io prendo a destra, qui, per campi così accorcio”. Ecco, questo è il modo giusto per fare un’escursione di 10 ore invece di quella da 4 che vi prometteva il sentiero. Perché inevitabilmente, con una certezza del 100%, vi perderete e dovrete tornare indietro dopo aver vagabondato senza meta, senza senso e senza speranza e aver sperperato tutte le vostre energie. Fidatevi! So di cosa parlo: d’altro canto è esattamente quello che è successo a me al Monte di Cambio, purtroppo…

Altra cosa da non fare è andare fuoripista. è pericoloso, per voi e per gli altri. No, non è da furbi: è solo da scemi!


3. NON ANDARE DI FRETTA


Roma non è stata costruita in un giorno e neanche le vostre capacità escursionistiche saranno al top già dalla prima escursione. Insomma io sono entrata nel mio quinto anno di escursioni e sono ancora soltanto una goffa zoppetta. Magari voi siete più talentuosi di me, ma comunque vi servirà tempo per diventare i nuovi Bonatti.

Per cui tenete a mente le tre parole chiave del muovere i primi passi in montagna:

  • Gradualità. Cominciate con un trekking facile. Anche i più allenati di voi non sono abituati a pendenze e altitudini come quelle che le montagne possono regalare, quindi è facile che durante la prima escursione sarete un po’ privi di energie. Non esagerate e ricordatevi sempre: il gioco è tornare giù con ancora un po’ di forze, altrimenti non avete giocato bene.
  • Costanza. Non cominciate a fare escursioni lunghissime e poi a passare mesi con il sedere ben ancorato sul divano. Lo so, lo so: la vita quotidiana è faticosa! C’è il lavoro, la scuola o quel che vi pare e poi siamo tutti un po’ pigri… però no! Dovete continuare a muovervi, abituare il vostro fisico a uno stato diverso da quello di pachiderma spiaggiato. Se abitate in città potete sempre farvi lunghe passeggiate o andare in palestra, meglio ancora se tutte e due. E poi ci sono allenamenti ad hoc per non perdere il passo. Quindi non avete scuse: vi siete dati all’escursionismo? E adesso dovete continuare a camminare!
  • Intensità del passo. La cosa più difficile da imparare le prime volte è il passo da tenere. Avrete la tentazione di dover correre, ma il trekking non è una gara (e anche se lo fosse sarebbe una maratona, non i 100 metri). Non potete consumare tutte le energie all’inizio, ma non ha neanche senso andare troppo piano: finireste per non arrivare mai. Dovete trovare il passo giusto, la giusta velocità per non decelerare mai e riuscire a fare tutto nei tempi che vi siete prefissati. Lo so che non è facile, ma vi tocca. Nella mia magnanimità vi consiglio la tecnica che uso io per tenere il passo: mi canticchio in testa vecchie canzoni popolari. Provate voi a canticchiare “il Piave mormorava caldo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio…” e a non continuare a marciare nonostante la stanchezza!


4. NON FARTI SORPRENDERE DAL BUIO


Quando siete in montagna dovete considerarvi come Cenerentola. Solo che siete peggio di Cenerentola: lei almeno poteva aspettare la mezzanotte, voi dovete rientrare prima del tramonto. Ebbene sì! Penserete che non c’è niente di più bello che un tramonto visto in vetta ma vi sbagliate. Al tramonto in montagna succedono due cose:

  • inizia a fare freddo
  • non ci si vede più nulla (ricordate? Montagna, niente lampioni…)
Per cui è essenziale tornare indietro quando il sole è ancora piuttosto alto. Calcolate bene i tempi sia prima che durante l’escursione e in caso vi doveste trovare ancora sul sentiero quando il sole scende (non deve succedere, ma se succede) assicuratevi di aver fatto lo zaino per bene e di averci messo dentro anche una torcia.

5. FAI LE PAUSE DURANTE L’ESCURSIONE, NON L’ESCURSIONE DURANTE LE PAUSE


C’è un motivo se il Signor Coso non ha amato particolarmente le prime escursioni con me. E no, non è perché non stavo mai zitta, altra cosa da non fare in montagna: il fiato è tipo oro, va conservato gelosamente!

No, è perché facevo pause continue. A mia difesa erano tutte motivate: sentivo caldo, e poi freddo, e poi caldo, e poi freddo, e poi caldo, e poi freddo, e poi… insomma, avete capito! Tipo ogni tre passi dovevo mettermi la felpa, o togliermi la felpa, e poi mettermi il giacchetto, e poi accorciarmi i pantaloni… e così via.

In sostanza noi non facevamo un’escursione, facevamo delle pause! L’escursione era solo quello che capitava in mezzo, in modo anche piuttosto disparato, tra le mille pause e le altre mille pause. Era un lento stillicidio, a pensarci adesso.

Ecco, tutta questa cosa delle pause è terribilmente sbagliata quando si è in montagna. Ve lo ho detto prima: bisogna tenere il giusto passo e bisogna tornare a casa con il sole. Tradotto: bisogna evitare le pause. Non dico di non farle mai, io non ce la farei a vivere senza fare mai pause, ma dovreste fare solo quelle strettamente necessarie.

Se il vostro corpo riesce ancora ad andare avanti senza troppa difficoltà è probabile che quella pausa che volete tanto fare sia solo pigrizia. Evitatela!


Ecco le 5 cose da non fare. E nei miei pochi anni di escursioni le ho fatte quasi tutte. Oh! Come sono brava! Ma voi datemi soddisfazione: almeno voi imparate dai miei errori e non fatele mai.

venerdì 16 novembre 2018

4 MODI PER PREVEDERE IL METEO

OSSIA QUALCHE INFO CHE SAREBBE TORNATA UTILE ANCHE A NOÈ


Ci sono un paio di cose che non so fare: leggere l’orologio (ebbene sì!) e capire se 16 gradi vuol dire che farà freddo o caldo. Giuro! Non ne ho proprio idea. Ammetto però che negli ultimi anni sono un po’ migliorata; no, non con l’orologio. Se c’è una cosa, in fin dei conti, che un alpinista deve saper fare è prevedere il meteo per cui un po’ sono dovuta migliorare. Solo un po’ eh! Ma almeno qualche cosa l’ho imparata. Per cui, per tutti i meteorignoranti come me, ecco qui le mie pillole di saggezza da quattro soldi.

Foto di Jplenio, fonte pixabay.com

Saper leggere il bollettino metereologico


La prima cosa che si deve imparare quando si fa trekking è leggere il bollettino meteorologico. L’estate in cui il Signor Coso e io siamo stati in Val Badia il bollettino è stato praticamente il nostro miglior amico. Lo consultavamo ogni giorno per sapere quando saremmo finalmente potuti andare sulla Tridentina e grazie a lui abbiamo evitato di prenderci un paio di diluvi universali.

All’epoca, però, io ero completamente incapace di leggere quel foglietto che giorno dopo giorno ci prometteva di prevedere pioggia, vento e sole con un’esattezza veramente sorprendente. Per fortuna per me, però, c’era il Signor Coso che oltre a saper leggere le mappe (sì, io non so fare granché nemmeno questo) e l’orologio, sa leggere il bollettino. Ma se voi non aveste la fortuna di avere un vostro Signor Coso? D’altro canto non li fanno proprio in serie! Ecco allora un piccolo glossario:

  • la pressione atmosferica è il carico esercitato dall’atmosfera sulla superficie terrestre. L’alta pressione significa bel tempo, la bassa pressione invece meteo instabile
  • il rain rate è la quantità di pioggia che potrebbe cadere in un certo periodo di tempo con precipitazioni di intensità costante. Un rain rate minore di 10 mm/h vuol dire precipitazioni deboli, uno maggiore di 100 mm/h invece promette precipitazioni forti
  • il wind chill e l’heat index indicano la temperatura percepita dal corpo umano in condizioni differenti. La temperatura che noi percepiamo, infatti, non è precisamente la temperatura reale. Ci sono vari fattori che possono farci percepire una temperatura più alta o più bassa. Nel caso del wind chill il malefico colpevole è il vento, in quello dell’heat index è per lo più l’umidità.
Cosa significhi avere a che fare con il wind chill io l’ho purtroppo scoperto sulla mia pelle sul Monte Prena in una giornata in cui faceva veramente freddo, ma in cui soprattutto il vento faceva sembrare tutto ancora più freddo. Un paio di volte ho creduto di star per diventare un ghiacciolo. E, d’altro canto, la contrattura che mi è poi venuta alla gamba ricordava molto un ghiacciolo, quindi forse non ero neanche così lontano dalla verità. Per cui voi che potete fate buon uso dei consigli di un ghiacciolo: informatevi sempre sul meteo e sul vento che ci sarà. Ne va del vostro essere un non-ghiacciolo!


Prevedere il meteo grazie alle nuvole


Mia madre, che è una montanara ma che soprattutto ha sempre molta cura di non fomentare la mia naturale ansia devastante, ogni volta che vado a fare trekking mi ricorda che “in montagna il tempo cambia velocissimamente!”. È il suo dolce modo per ricordarmi che vive nel panico ogni volta che io decido di andare un po’ troppi metri sul livello del mare. Non che la faccia stare meglio quando sto proprio al livello del mare, ma questa è un’altra storia.

Purtroppo per me, ma pure un po’ per voi, ha ragione: la montagna è volubile, un attimo prima c’è il sole e quello dopo ti passa davanti Noè sull’arca (e non ti dà nemmeno un passaggio, il maledetto!). E quindi come fare? L’unica soluzione è stare con il naso all’insù e cercare di prevedere quando arriverà la fine del mondo. Per fortuna un indizio ce lo abbiamo, e no, non sto parlando dei reumatismi di vostra nonna, anche se pure quelli possono essere un ottimo uccellino nella miniera: le nuvole.

Esistono vari tipi di nuvole e ognuno di loro ci dice qualcosa del tempo che stiamo per incontrare. Vi suonano familiari i nomi “cumuli”, “cumulinembi”, “cirri” e “cirrocumuli”? Lo so che state pensando: “diamine! Dove ho messo il libro di scienza della terra di quando andavo alle medie?”. Ve lo dico io: nell’immondizia, con ogni probabilità. Chi l’avrebbe mai detto che c’era dentro un’informazione importante per il trekking eh!? Per fortuna vostra oggi mi sento tanto professoressa delle medie quindi vi rinfresco la memoria, poi però qualcuno mi deve regalare una mela eh!
  • I cumuli sono sostanzialmente quei bei batuffoli di cotone che vi fanno sempre vedere in cielo dinosauri, elefanti e Igor Stravinsky. Se ne stanno sempre nel cielo azzurro perché sono indice di tempo stabile
  • II cumulinembi sono una brutta evoluzione dei cumuli. È quando diventano scuri e si allungano e vogliono dire una sola cosa: a breve ci sarà un temporale, quindi se li vedete mi spiace per voi; 
  • I cirri sono praticamente i corridori del cielo. Vanno più veloce di Bolt, ma a differenza sua hanno la forma allungata di riccioli o fiocchi. Non promettono bene neanche a loro, ma a differenza dei cumulinembi vi danno il tempo di cercare un riparo: il tempo peggiorerà nel giro di 15/18 ore
  • I cirrocumuli… beh! Loro sono facili da spiegare. Sapete come si dice, no?! Cielo a pecorelle, pioggia a catinelle. Ecco! È dei cirrocumuli che si parla, perché loro annunciano pioggia imminente.
Capire come cambierà il tempo guardando le nuvole non è particolarmente difficile. Insomma se ci sono riuscita io sul Col di Lana ci può riuscire chiunque. A parte Noè. A Noè non glielo insegnamo come leggere le nuvole. A lui non va detto niente. Neanche dove si nasconde il dodo, che non lo trova più. Quel maledetto di Noè non ci dà un passaggio? E noi gli facciamo estinguere il dodo, che si sa che è il suo animale preferito!

Prevedere il meteo con il barometro


A dire il vero esiste da tempo anche un piccolo strumento fatto ad hoc per prevedere il meteo. Stiamo parlando del barometro, uno strumento in grado di registrare le variazioni della pressione atmosferica. Ci sono diversi aggeggini tecnologici (orologi, GPS etc.) che ormai lo hanno integrato, quindi forse un barometro vero e proprio non lo avete mai visto. Comunque se vi capita di doverlo leggere la regola generale è: se la pressione sale il tempo sarà buono, se la pressione scende si avrà cattivo tempo in un modo o nell’altro. Questo perché le masse di aria più fredda si spostano verso il basso, creando zone di alta pressione (le famose “anticicloniche”) e portando quindi il bel tempo, mentre l’aria più calda tende a salire creando zone di bassa pressione (le “cicloniche”) e causando il maltempo. Facile no?! Sono quasi sicura che anche questa roba ce l’hanno insegnata alle medie, ma io non me la ricordavo più, non so voi.

I migliori siti per vendere il meteo


C’è poi un’ultima opzione da considerare per conoscere il meteo: i siti web! O anche le app se preferite. Insomma il caro vecchio web e la cara vecchia tecnologia. Perché se Noè è un raccomandato con suggerimenti dai piani alti anche noi possiamo scoprire qualcosa senza faticare troppo.

I suggeritori che preferisco io sono:
  • 3BMETEO, un sito molto affidabile che mi ha saputo dare ottime previsioni sia in Italia che in Svizzera e Austria
  • ILMETEO, un sito e un’app a cui mi affidavo prima di scoprire 3BMETEO e che nel complesso non è male
  • METEOAM, il servizio meteo dell’Aeronatutica Militare che sbaglia di rado
Nonostante la mia ossessione per il tre vi aggiungerò un ultimo sito meteorologico perché è un’ottima fonte da prendere davvero in considerazione: METEOTERAMO.IT, una fonte affidabile per chi fa trekking sul Gran Sasso perché dà anche il clima in vetta. Qualche volta sbaglia, ma nel complesso non è male.

Foto di Paul Gilmore, fonte Unsplash
Ecco qui tutti i miei consigli da quattro soldi. Non saranno tanto, ma è più di quello che vi offrirebbe Noè: lui sa solo costruire un’arca che poi parcheggia pure in vetta a una montagna. Ma dimmi tu se si può considerare okay come modo di scalare!