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venerdì 11 maggio 2018

L'ESCURSIONE PER IL SENTIERO DEI TEDESCHI

LA VOLTA CHE CI SIAMO SCORDATI L’ACQUA… OPS!

Mettiamo il caso che siate dalle parti della Val di Pejo e che abbiate voglia di fare una bella escursione lunga, ma che per non si sa quale folle motivo non vogliate andare sul Monte Vioz; ecco in quel caso potrebbe tornarvi perfetta l’escursione sul Sentiero dei tedeschi. Così, per beneficio di quel ipotetico voi futuro, meglio che vi racconti com’è questa meravigliosa escursione. 

La via del Sentiero dei tedeschi tra abeti, erba e rocce

La partenza da Pejo Fonti


A dire il vero l’ipotetico caso è capitato a delle persone in carne e ossa e quelle persone eravamo il Signor Coso e io. Era il nostro primo giorno in Val di Sole e, sebbene non volessimo fare da subito i pigri dandoci a sentieri troppo facili come il giro del Lago Covel, non ce la sentivamo di partire in quarta con percorsi come il giro dei laghi del Cevedale, che avremmo fatto qualche giorno dopo. Così pensammo che per riscaldarci un po’ e svegliarci dal nostro letargo un’escursione lunga ma tendenzialmente in quota come il Sentiero dei tedeschi potesse essere perfetta. Quello che non avevamo pensato, invece, era di partire con le borracce vuote. Avevamo deciso di riempirle alla fontanella di Cogolo vicino al parcheggio dove ci avrebbe recuperato il pullman, ma un improvviso black out celebrale collettivo (solo così me lo spiego) ce lo ha fatto dimenticare e ci ha fatto arrivare là dove non c’era più neanche una fonte prima di accorgercene.

Per cominciare l’escursione bisogna prendere la funivia da Pejo Fonti e arrivare al Rifugio Scoiattolo (2000m) dove si prende la seggiovia per Doss dei Cembri (2315m). Forse vi ricorderete di Doss dei Cembri dalla salita del Monte Vioz (oddio! Mi sono sentita un po’ Troy McLure nello scrivere questa frase) e infatti l’inizio dell’escursione è sulla stessa via: il sentiero n. 138 che sale abbastanza ripido di fronte alla seggiovia. Solo che dopo poco, a un bivio, invece di voltare a destra e procedere verso il Vioz si prende a sinistra il sentiero n. 139, anche più romanticamente detto il Sentiero dei tedeschi. Ed è a questo bivio che ci siamo accorti di avere entrambi gli zaini stranamente leggeri: grazie al cavolo avevamo un litro d’acqua in meno sulla schiena! Non ci siamo particolarmente allarmati però. Il Sentiero dei tedeschi è un sali e scendi tra vallate piene di rivoli, torrenti, fiumi e cascatelle. Volevate che non avremmo trovato una bella fonte d’acqua cristallina con cui riempire le borracce? Spoiler alert: no! Non l’abbiamo trovata. Nei giorni precedenti aveva piovuto e rivoli, torrenti, fiumi e cascatelle erano tutti pieni di fango e acqua marrone. Questo non lo avevamo previsto. 

Fiume sul Sentiero dei tedeschi

L’escursione sul Sentiero dei tedeschi


Il Sentiero dei tedeschi si chiama così perché è stato costruito durante la Prima Guerra Mondiale per scopi militari e anche se all’inizio questo non è subito visibile, lungo l’escursione la sua storia diventa evidente grazie ai suggestivi resti di fortificazioni dell’epoca. Quando ci siamo arrivati la nebbia fitta che ci aveva accolto all’inizio si era, per fortuna, diradata per permetterci di goderci a pieno la loro vista. Purtroppo, invece, non ci è andata altrettanto bene con aquile reali, camosci e stambecchi che dicono siano frequenti in zona, ma che noi non abbiamo visto neanche di striscio. Per non parlare del gipeto (da non confondere con Geppetto che è un’altra cosa) che bazzica comunque la zona, ma che è più raro e di cui noi, come da copione, non abbiamo intravisto neanche l’ombra.

Il sentiero è di per sé inconfondibile: taglia il massiccio in orizzontale e non presenta molte svolte così anche una persona priva di orientamento come me riesce a evitare di perdersi. Il che è molto comodo specie pensando che quando ci siamo stati noi non c’era nessun altro, letteralmente: eravamo soli soletti, cosa che ha rallegrato la mia parte più misantropa e ha invece inquietato il Signor Coso. In compenso, però, abbiamo incontrato un gruppo di pecore belle piazzate sul sentiero che non ci hanno certo potuto assistere nell’orientamento o nella mancanza totale di acqua, ma hanno potuto comunque costringerci ad abbandonare il sentiero e ad arrampicarci sul pendio erboso per non disturbarle. Peccato che io sono ovviamente scivolata e le ho spaventate tutte facendole scappare. E niente: io ci avevo provato a passare inosservata.

La mia scivolata appare piuttosto ridicola se si pensa che poco prima, sul sentiero, avevamo attraversato punti ben più complessi: dapprima l’attraversamento di una cascatella su gradini di legno e rocce scivolose al punto da rendere utile un cavo metallico, e poi un ponticello di legno in concomitanza di un’altra cascatella. Insomma sarebbe stato più normale scivolare su legno o roccia bagnati no?! Ma chi ha mai detto che sono normale? Certo non io!

Valle verde attraversata dal Sentiero dei tedeschi

Scavallata una selletta abbiamo finalmente cominciato a vedere il Lago Pian Palù, segno che eravamo ormai oltre il giro di boa. Dalla sella in poco tempo abbiamo raggiunto la Valle degli Orsi (dove però non ci sono orsi, tranquilli!) in cui la via si biforca. Si potrebbe continuare dritti verso ghiacciai e altre vie oppure, come abbiamo fatto noi, si scende per la Val Cadini per il sentiero n. 139B. In questa valle erbosa si percorre una discesa morbida lungo la sponda del Rio Cadini prendendo il sentiero n. 129. L’obiettivo è uno solo: arrivare al Lago Pian Palù nonostante l’erba alta e il boschetto in cui ci si trova a passare. Per questo, alla prima occasione, si inforca il sentiero n. 124, anche detto strada militare, che porta fino a Malga Giumella. Sacra Malga Giumella! Da quei pizzi, dopo circa 4 ore di cammino nella natura incontaminata e di allucinazioni e deliri da disidratazione, abbiamo trovato una fattoria ma soprattutto un fontanile! Finalmente si beveva!

Proseguendo lungo la strada militare si raggiunge il Lago Pian Palù ed è qui che bisogna fare una scelta: si potrebbe decidere di continuare sul sentiero 124 che fa il giro del lago oppure si potrebbe decidere che dopo ore e ore di camminata tutto ciò che si desidera è tornare a Pejo Fonti (soprattutto considerando che non ci sono mezzi pubblici che ti vengano a recuperare in zona e ti riportino in paese). Indovinate cosa abbiamo scelto noi? A essere onesti, però, c’è da dire che avevamo già deciso a priori che avremmo fatto il giro del Lago Pian Palù un altro giorno. Così ci trovavamo solo a dover decidere se tornare a Pejo Fonti per la via carrabile, una discesa nel complesso morbida, o attraversare la diga e affrontare una discesa ben più ripida. 

Cartello per la Valle degli orsi tra le nubi e l'erba

Il ritorno a Pejo Fonti dal Lago Pian Palù


Abbiamo deciso di attraversare la diga e di tenere la sinistra e scendere per la ripida scalinata di terriccio e legna fino al Rifugio Fontanino (1675m). Se cercate indicazioni chiare per trovare questa scalinata sulla mappa o dal vivo sappiate che è parte del sentiero n. 199. Se cercate invece un consiglio eccovelo: non bevete l’acqua del Fontanino! Non del rifugio, ma proprio l’acqua della fonte del Fontanino. Non importa se la targa dice che nell’ottocento/novecento (non ricordo il secolo) andava di moda e che fa molto bene: i nostri avi non avevano le papille gustative secondo me. Quell’acqua è terribile per quanto è ferrosa! Invece se avete sete bevete la birra: le bottigliette di mini Frost che si comprano al Rifugio Fontanino sono fantastiche.

Per tornare a Pejo Fonti dal Rifugio Fontanino abbiamo preso il sentiero n. 110 che si immerge nel bosco dall’altra parte del fiume. Stando alla mappa sarebbe dovuto essere un’ottima alternativa alla strada asfaltata e ci avrebbe dovuto portare in relativamente poco tempo in paese. E non è che la mappa mentisse proprio; diciamo che però aveva lievemente omesso che c’era una svolta. A un certo punto, per farla breve, avremmo dovuto attraversare un ponte sulla sinistra e quando ci siamo tornati la volta del giro del Lago Pian Palù ci siamo anche accorti che in effetti i segnavia per il ponte c’erano, ma la volta del Sentiero dei tedeschi, invece, non abbiamo visto né segnavia né ponte. Conclusione? Abbiamo preso a destra e siamo saliti per una terribile salita talmente pendente che quella del purgatorio di Dante in confronto è una barzelletta. Così facendo però abbiamo raggiunto il Forte Barba di Fiori (1610m) che ho trovato veramente carino anche se un po’ autoconclusivo (insomma non è che ci fosse poi molto da vedere). Da lì in poi abbiamo cominciato a riscendere e abbiamo raggiunto la strada asfaltata che, al prezzo di altro sangue, sudore e fatica, ci ha riportato a Pejo Fonte.

Insomma a parte le 4 ore senz’acqua e l’imprevista ora in più di cammino regalata dal Forte Barba di Fiori questo trekking in Val di Pejo è stato esattamente ciò che ci aspettavamo: una bella escursione faticosa ma fattibile. Peccato solo per quell’ultimo pezzo di strada asfaltata obbligatoria: il bitume rovina sempre un po’ tutte le escursioni. Ci fosse stato per lo meno un gipeto a farci compagnia… e invece niente. 

Vista del Lago Pian Palù tra nuvole basse dal Sentiero dei tedeschi

Scheda dell’escursione:


Partenza
: Pejo Fonti (in funivia)
Arrivo: Pejo Fonti (a piedi)
Difficoltà: E
Durata: 5 ore circa
Dislivello: 640m
Sentieri: 138, 139, 139B, 129, 124, 119, 110
Rifugi: Rifugio Scoiattolo, Rifugio Fontanino


Tutti le fotografie sono mie e del Signor Coso

venerdì 8 dicembre 2017

IL GIRO DEI LAGHI DEL CEVEDALE

LA VOLTA CHE HO DATO UNA TESTATA AL FINESTRINO (MA PER LO MENO NON SIAMO CADUTI DISOTTO)

A sei anni sognavo spessissimo di precipitare mentre guidavo la macchina. Che bimba precoce! Comunque era il mio incubo ricorrente. Quindi capite perché non gradisco molto le escursioni facili, ma che minacciano di farti fare un volo con l’automobile già solo per raggiungerle? Tipo, per dirne una, il Giro dei laghi del Cevedale. Oh, sarà una cosa mia – eh! – non dico di no, ma preferisco le strade larghe. Tanto così per dire.

Riflesso del Cevedale innevato nelle acque limpide del Lago Nero

L’avvicinamento a Malga Mare


Per raggiungere il Giro dei Laghi, nel bel mezzo del Parco Nazionale dello Stelvio, bisogna fare circa una mezzora di viaggio in macchina da Cogolo in direzione Malga Mare. Se il viaggio non fosse da fare su una stradina a doppio senso di circolazione abbastanza larga da far passare giusto un risciò monoposto andrebbe anche bene, ma visto che il risciò si è fatto la fiancata sulla parete rocciosa per evitare il precipizio dall’altro lato non è che fossi proprio esaltata all’idea di doverla fare con una macchina.

Tendenzialmente è chi sale che si trova dal lato della maggioranza dei tratti strapiombanti quindi è un primo impatto che mette a dura prova le coronarie. Considerando però la bella e vecchia regola delle strade di montagna secondo cui è solitamente chi scende che si ferma a lasciar passare, almeno in fase di salita ci si deve accostare il meno possibile.

A circa metà strada c’è il pedaggio. Una specie di dogana per poter accedere al parcheggio (che è decisamente più in alto). Il costo dovrebbe essere intorno ai 3 euro, se ricordo bene, ma se si è in possesso della Trentino Guest Card – Val di Sole Opportunity viene solo 1 euro (o almeno è stato così nell’estate 2017). Insomma un prezzo accettabile per evitare di doversi fare chilometri sotto il sole sulla strada asfaltata prima di poter attaccare il vero e proprio giro.

Il parcheggio è su uno sterrato appena raggiunta una centrale idroelettrica. E almeno lui è abbastanza ampio da assicurare al risciò di stiracchiarsi e di incontrarsi con una moltitudine di suo amici risciò. Sì, diciamo che il parcheggio è grande una moltitudine di risciò.


La valle del Giro dei laghi del Cevedale vista dal Rifugio Larcher

L’inizio del Giro dei laghi del Cevedale


Il giro vero e proprio si attacca dal parcheggio che è giusto a cinque minuti da Malga Mare (1072mt) prendendo la mulattiera a sinistra. Dal Ristorante Malga Mare, quindi, un sentiero porta fino a Pian Venezia con i suoi mille rivoli e fiumiciattoli. In effetti l’acqua non manca per tutta l’escursione. Ma lo avevate già intuito dal nome, vero?!

Dopo essersi discostati dal bosco si comincia a procedere su un costone con a destra una parete rocciosa e a sinistra lo sprofondare della valle. Nonostante sia un sentiero facile e sicuro meglio prestare attenzione a dove si mettono i piedi: un passo falso e si scivola giù.

La vera rogna di questo sentiero è che è lungo e ventoso e quando ci siamo andati noi era pure assolato. Insomma, come spesso capita in montagna, non è proprio una passeggiata leggera. Però se si tiene duro (e ogni tanto ci si bagna la testa per evitare colpi di insolazioni che facciano vedere risciò volanti) si riesce a raggiungere il Rifugio Larcher (2608mt).

Cosa ha di speciale il Rifugio Larcher? A parte il miglior succo di mirtillo che io abbia mai bevuto nonostante fosse un normalissimo succo che si può comprare in qualsiasi peggior bar di Caracas? Il fatto che è ai piedi del Cevedale. Quindi se per caso si ha voglia di avventurarsi su un ghiacciaio da qui è possibile: c’è un sentiero ben segnalato che porta dritti sul Cevedale. Ma secondo voi noi abbiamo pensato anche solo un momento di prendere quel sentiero? Certo che no!

Per continuare verso i laghi c’è un sentiero pietroso a destra, poco prima del rifugio. In sostanza è essenzialmente un tornante della strada percorsa lungo il costone. Sale per un po’ prima di cominciare a scendere verso il Lago Marmotta (2704mt). Un laghetto carino, ma che, vi assicuro, non regge il confronto con quelli che lo seguono.

Con un sentiero in quota, il sentiero 4, si passa accanto a ben tre altri laghi, costeggiando continuamente i vari impianti accessori alla diga che aiuta a produrre l’energia elettrica della zona. Il primo lago che si incontra, a cui si può scendere se proprio si vuole ma non è così necessario, è il Lago Lungo (2550mt). Il secondo è il preferito mio e del Signor Coso: il Lago Nero (2621mt). Perché sia così bello il Lago Nero è difficile dirlo. Non è molto grande, non è di un colore particolare e non è più limpido degli altri. Ha, però, delle belle rocce su cui fermarsi a mangiare metri sopra al lago, e nelle sue acque si riflettono tutti i monti intorno. Sono quasi sicura di averci visto persino il Vioz. Insomma, è suggestivo il signorino.

Abbandonato il Lago Nero si raggiunge la vera primadonna del giro: il Lago Careser (2603mt). Lui sì che ha un colore particolare: un azzurro intenso che forse nasce dal ghiacciaio da cui prende le acque o forse no. Sul Careser, però, domina una diga immensa che avrebbe fatto la felicità di mio padre a vederla dal vivo, ma non certo la mia. Sì perché mio padre è un estimatore di dighe, gallerie, gru e roba così; io invece sono una fan dei paesaggi naturali vergini.


Il Cevedale innevato visto dal Rifugio Larcher

Il ritorno dal Giro dei laghi del Cevedale


Per concludere il giro è necessario attraversare la diga. Poi si prende il sentiero 123 che in circa un’ora e mezza, in uno zig zag tra i boschi, riporta al parcheggio. Da qui noi siamo risaliti verso il Ristorante Malga Mare perché non avevamo ancora pranzato. E per la rubrica “Cosa ha mangiato il Signor Coso?” vi informo che giura di essersi sbranato un panino con la salsiccia. Ora, voi non conoscete il Signor Coso, ma vi assicuro che ha la memoria di un criceto con l’amnesia (più o meno come me) quindi il vero mistero è: come fa a ricordarsi sempre quello che ha mangiato?

Per tornare indietro, comunque, si deve rifare la malefica strada del risciò monoposto, sempre in macchina. Però questa volta si scende per cui si è dal lato dove la roccia è preponderante e si è anche quelli che si devono fermare e accostare. E visto che vi state chiedendo come mai non mi era ancora successo qualcosa di buffo ma doloroso in questo giro vi svelo quello che è accaduto.


Indovinate chi è che si è dovuto accostare proprio in uno dei rari punti in cui c’era lo strapiombo per far salire un paio di macchine? E siccome era il Signor Coso a guidare io sono quella che si è voltata per controllare di non precipitare di sotto. Sarà stato per la stanchezza o per l’incubo ricorrente o che so io, ma quando mi sono voltata per guardare, sporgendomi pure un po’ per vedere meglio, ho dato una testata potentissima al finestrino chiuso. E niente, il Signor Coso ha fatto manovra da solo mentre io rintontita mi schiacciavo le mani sulla fronte nel punto dove probabilmente mi ero procurata un’emorragia cranica. Ero quasi tornata intera a casa… Grazie malefica strada del risciò!


Il lago Careser e la sua diga

Scheda dell'escursione


PartenzaCogolo (in macchina)
Arrivo: Cogolo (in macchina)
Difficoltà: E 
Durata: 5 ore circa 
Dislivello: 800m 
Sentieri: 104, 123
Rifugi: Ristorante Malga Mare, Rifugio Larcher

Le fotografie sono state scattate da me e dal Signor Coso

venerdì 3 novembre 2017

LA SALITA AL MONTE VIOZ

La volta che ho temuto di essere travolta da una frana (ma non c'era nessuna frana)

Certi monti sono infami. Punto. Bella premessa per un articolo su un’escursione, eh?! Però il fatto è che è vero: ce ne sono alcuni che sono praticamente la trasposizione in monte di Saw l’Enigmista. Si divertono a illuderti di essere arrivata spargendo croci a destra e manca lungo il sentiero e poi non lasciano sulla vetta neanche un pezzetto di croce, niente! E sì, sto parlando di te Monte Vioz, non fare il finto tonto! Ma sapete come si dice no?! Alle ragazze piacciono gli stronzi; e poi se quello in questione è il Vioz… è così bello che gli si perdona tutto!


Vista dalla cima del Monte Vioz

La partenza da Pejo 3000



Il Vioz, un po’ come tutti gli stronzi, in fin dei conti, è una primadonna. Se vai a fare trekking in Val di Pejo non lo puoi non notare e finisci per desiderare a qualsiasi costo anche solo un giorno di sole per tentare la salita. Perché, insomma, quando ricapita di trovare un 3600 che ti lascia arrivare in vetta facendo solo un po’ di hiking senza ghiacciaio né troppa neve? La salita al Vioz è unica! Ed è conseguentemente la mecca della Val di Pejo. Potevo farmela scappare?

Il punto da tener a mente leggendo questa storia però è che per salire al Vioz ci sono due sentieri: quello più turistico da Doss de Cembri e quello decisamente più ostico dalla funivia Pejo 3000. E prima che mi metta a raccontarvi perché sono finita a temere di essere travolta da una frana, fatemelo dire subito: se volete arrivare in vetta al Vioz salite da Doss de Cembri! Consiglio spassionato di una che è salita da Pejo 3000.

Perché l’ho fatto? Per due semplici motivi: per facilitare l’adattarsi del mio corpo al cambio di pressione (quando si arriva a 3000 metri è sempre meglio fermarsi 10 minuti per evitare il mal di montagna) e perché il Signor Coso e io ci siamo fidati di quel che ci hanno detto in albergo a Cogolo. E questo forse è stato un piccolo errore da parte nostra perché il proprietario dell’hotel era uno di quegli alpinisti che si tengono le loro foto in Nepal attaccate alla parete e probabilmente vedendoci partire ogni mattina con lo zaino in spalla da bravi alpinisti deve aver pensato che fossimo più seri di quel che in realtà siamo. Certo non deve aver aiutato il fatto che ormai vede quasi solo gente che va lì in vacanza per le terme di Pejo Fonti. Così avrà detto “finalmente qualcuno che vuol far sul serio!”. Ecco, ai futuri proprietari di albergo dove dormirò: sì voglio fare sul serio, ma non voglio morire, grazie!

Fatto sta che il proprietario-alpinista ci ha consigliato di salire da Pejo 3000 perché secondo lui era un sentiero più divertente e decisamente più fattibile in salita che in discesa. Probabilmente a quel punto una lampadina mi si doveva accendere, ma la me del passato è un po’ tonta. Inoltre, gentilissimo, ci ha anche prestato i bastoni da Nordic Walking perché altrimenti la salita era quasi infattibile… ancora niente lampadine me del passato? Ma che ci provo a fare? Tonta!

C’è un altro piccolo errore che abbiamo fatto, lo dico subito così laviamo tutti i panni sporchi in un colpo solo. L’estate in cui siamo saliti al Vioz era quella in cui il sole aveva deciso di friggere l’intero pianeta. Roba che a Roma facevano quaranta gradi all’ombra e neanche noi a 3000 metri ce la spassavamo proprio: diciamo che il sole ci stava cuocendo alla velocità di una pentola a pressione! E quel bel giovedì, per altro, era il mio primo giorno di ciclo. Qui le donnine lì fuori hanno già capito l’errore, ma facciamo uno schemino per gli omini: primo giorno di ciclo + caldo + fatica + cambio di pressione = brutta, ma veramente brutta idea. L’ho già detto che la me del passato è tonta?

Ora quindi, dopo tutte queste ottime scelte, la mattina presto abbiamo preso da Pejo Fonti la funivia che portava al Rifugio Scoiattolo (2000m) e poi la funivia Pejo 3000 che ci ha portati ai resti dell’ex Rifugio Mantova (2985m). Ci siamo fermati i nostri buoni 10 minuti e scampati per lo meno nausea e mal di testa siamo andati incontro al nostro destino.




Vista del monte Vioz all'arrivo di Pejo 3000

La salita al Vioz



Con l’entusiasmo al massimo abbiamo preso il sentiero 138 che scende per 200 metri in una pietraia costellata di ruscelletti e capre-pecore. Se per caso non avete seguito il consiglio iniziale e siete arrivati anche voi a Pejo 3000 sappiate che da qui, con il sentiero in quota, potete ricollegarvi a quello di Doss de Cembri e salvarvi. Noi, ovviamente, non lo abbiamo fatto. Se no non staremmo qui a parlarne, no?! Noi abbiamo preso la traccia alpinistica che comincia con dei simpatici massi accavallati in precaria posizione perché… o in passato c’è stata una frana o volevano stare vicini vicini. Vedete voi a quale versione preferite credere. A me l’ultima piaceva, se non fosse stato per un crack improvviso che mi ha fatto deviare bruscamente verso l’ipotesi della frana.

Ebbene sì, mentre ero abbarbicata su queste monolitiche pietre un crack ha pensato bene di risuonare nella vallata completamente deserta e io in meno di 10 secondi ho più o meno pensato questo: “Morte! Frana! Morte! Frana! Morte! Frana!”. Non è un gran discorso? Che vi aspettavate il monologo di Amleto in 10 secondi di puro panico? Fatto sta che dopo quei gloriosi 10 secondi non è successo niente; quindi mi sono voltata verso il Signor Coso. Lui era il volto della tranquillità, giuro! Mi ha pure detto qualcosa del tipo “ma che pensavi a una frana? Su, andiamo!”. Al che io mi sono sentita in dovere di rispondergli con uno sfacciato e bugiardissimo “naaaaaaa!”. La verità? Sì che pensavo ci fosse una frana! E pure il Signor Coso lo ha pensato se è per questo! Ma ce lo siamo confessati solo una volta in albergo perché certe cose non le puoi mica ammettere a più di 3000 metri di altezza.

Vista dei massi che aprono la salita al Vioz da Pejo 3000


Comunque dopo i simpatici pietroni le cose non sono andate molto meglio. Seguendo i bastoni segnavia blu, non sempre visibilissimi, siamo arrivati a uno slalom ghiaioso. Ve li ricordate i bastoni da Nordic Walking? Ecco, sono serviti qui perché lo slalom ha una pendenza tale che ancora mi stupisco di non essere scivolata mai; ché scivolare è la mia prima attività quando faccio hiking: scivolo costantemente, ma giuro che sto migliorando.

Alla fine comunque ne siamo usciti e ci siamo ricongiunti con il sentiero 105, quello che sale da Doss de Cembri. È allora che ho pensato per la prima volta che fosse quasi finita. Mi sbagliavo. Abbiamo girato a sinistra e continuato a salire, salire, salire… finché alla fine non abbiamo visto una croce. Allora io ho ripreso entusiasmo nonostante il sudore e il barcollare e ho stretto i denti. No, signori, ve lo dico subito: non era la vetta. La croce indicava il Rifugio Mantova (3535m).

Nonostante il Vioz mi avesse già ingannata abbastanza, quando dopo il Mantova, a pochi metri di distanza sulla linea di cresta, ho visto la seconda croce ci sono ricascata. Sì, è proprio tonta la me del passato! Però ha vissuto minuti di grande felicità mentre avanzava verso quella croce, pure un po’ in mezzo alla neve, e poi se l’abbracciava. Non ho mai amato così tanto una croce! Peccato che non fosse la vetta. Again. Ora una domanda a chiunque abbia fatto la fatica di portare a 3500 metri una gigantesca croce di legno da mettere non in vetta: ma perché? No, davvero, perché?

Comunque alla fine ci siamo arrivati in vetta (3645m). Solo che, siccome il Vioz è decisamente un monte sardonico, sulla vetta non c’è nessuna croce. No, c’è solo un prisma di ferro pure bassotto. Una roba che non si è mai visto. Ma va beh, ognuno ha i suoi gusti e chi sono io per commentare quello che si voleva mettere in testa il Monte Vioz? E allora vada per il prisma. Che poi, vorrei sottolineare, quel prisma al momento sta a segnare il mio personale record!

Quando, però, siamo arrivati lassù io avevo dato fondo a tutto quello che avevo ed eravamo pure in ritardo sulla tabella di marcia quindi non abbiamo attraversato il ghiacciaio e non siamo arrivati al museo più alto delle Alpi, il Museo di Punta Linke, come ci eravamo promessi. Sto ancora rosicando per questo, giuro.


Panorama dalla salita del Monte Vioz da Pejo 3000

Il ritorno a Doss de Cembri

A ridiscendere però siamo stati furbi: abbiamo preso il sentiero 105 che porta alla funivia Doss dei Cembri (2315m). Quindi, ignorando il bivio che ci avrebbe portato per il diabolico tracciato alpinistico, abbiamo tenuto la sinistra percorrendo un sentiero che in situazioni normali avrei trovato faticoso, ma che dopo quella salita mi sembrava una passeggiata. Scendendo per la via di cresta abbiamo superato il Brick (3200m), il punto più critico del sentiero, e abbiamo aggirato il dente del Vioz (2905m).

Discesa dal Monte Vioz per il sentiero di Doss de Cembri


Sorvolando sul fatto che le funi metalliche a volte sfilacciate hanno bucherellato il Signor Coso, la discesa è stata un piacere. Doss de Cembri si è palesato davanti a noi che io ancora saltellavo come una di quelle caprette che avevamo incontrato per strada. Ero euforica. Sarà stato il dopopranzo o che faceva meno caldo alle 6 di pomeriggio o forse alla fine il mio cervello aveva fatto cortocircuito, ma ero al settimo cielo. La causa, però, sarei pronta a scommetterlo, doveva essere proprio il Vioz: 3645 metri di rocce, neve e bellezza nel mezzo dello spettacolo meraviglioso che è il Gruppo dell’Ortles-Cevedale. Come non innamorarsi?

Scheda dell'escursione


PartenzaPejo Fonti (in funivia)
ArrivoPejo Fonti (in funivia)Difficoltà: F 
Durata: 7 ore circa 
Dislivello: 1300m 
Sentieri: 138, 105
Rifugi: Rifugio Scoiattolo, Rifugio Mantova

Le fotografie sono state scattate da me e dal Signor Coso