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venerdì 30 novembre 2018

L’ESCURSIONE AL RIFUGIO SENNJOCH HÜTTE

LA VOLTA DELLE SCUDISCIATE DEL SOLDATO


È da un po’ di tempo che non vi racconto un’escursione. Per questo ho pensato di ripartire da una di inaspettata bellezza: la mia prima escursione su una Seven Summit, nella Stubaital. Sto parlando dell’escursione al rifugio Sennjoch Hütte, da cui è poi possibile intraprendere la salita sull’Hoher Burgstall, la più piccola delle Seven Summit ma non per questo meno bella. 


Panorama all'arrivo dello Schlick2000
La vista della Schlick2000 al suo arrivo

L’arrivo alla piattaforma panoramica Stubai Blick


Il giorno dell’escursione al rifugio Sennjoch Hütte non era la prima volta che tentavo di prendere la funivia Schlick2000, al termine della quale ha inizio l’escursione. Il Signor Coso e io avevamo già provato a prenderla appena arrivati in Austria. Dopo un’oretta di riposo nel nostro appartamento, ché dopo otto ore di viaggio era il minimo, abbiamo fatto un salto a Fulpmes per prendere la funivia e andare alla Stubai Blick, la piattaforma panoramica forse più nota della valle. Ovviamente però l’oretta di riposo era un’oretta di troppo: siamo arrivati che la funivia chiudeva. Maledizione!

Visto il buco nell’acqua di qualche giorno prima il piano era semplice: prima di raggiungere il rifugio Sennjoch Hütte e da lì intraprendere la via per la vetta dell’Hoher Burgstall avremmo fatto un salto alla Stubai Blick. Purtroppo per noi, però, l’idea era venuta in mente anche a metà valle. Alle 9, appena la funivia ha aperto le porte, c’era già abbastanza gente da costringerci a condividere il nostro piccolo abitacolo da 6 passeggeri con 4 tedeschi. 4! 4 loro e 2 noi facevamo 6. Sapete invece cosa non facevamo? Respirare! O almeno io non respiravo. Prendevo solo fuoco e quasi collassavo per il caldo. A un certo punto, intrappolata in quella gabbia di vetro e fiamme infernali, ho contemplato anche l’idea di forzare il finestrino e buttarmi di sotto. Sì sarei morta, ma volete mettere quanta aria fresca avrei trovato mentre precipitavo? E poi lo dice anche Cassel ne La Haine: “il problema non è la caduta, ma l’atterraggio”.

Contro ogni previsione, però, non ho abbandonato l’abitacolo e, stringendo i denti, sono riuscita ad arrivare ancora viva alla fine della funivia a 2300 metri circa. Mi meriterei quasi un applauso.

A questo punto il peggio era passato: dall’uscita della funivia, prendendo a destra, in circa 10 minuti si raggiunge tramite un facile sentiero in quota la Panoramaweg Stubai Blick, una piattaforma a mio parere molto più bella della piattaforma Top of Tirol che avevamo visto pochi giorni prima. Soprattutto quello che la Stubai Blick ha e Top of Tirol no è un sentiero decisamente sui generis: panchine-statue di tutti i tipi (una di pietra, una a forma di cuore, un dondolo-seggiovia, due brutte cose di metallo sostenute da chele, che poi dovrebbero essere due noci sostenute da mani, etc.) si susseguono una dopo l’altra fino all’arrivo alla piattaforma. Per tutto il tempo io mi sono posta una sola domanda: ma perché? Ancora non l’ho capito. Davvero è questo quello che cerca chi fa trekking in Sud Tirol?

La bellezza della Stubai Blick è costituita soprattutto dalla sua triplice vista grazie alle tre sporgenze della piattaforma panoramica. E, ovviamente, tre sporgenze ma quanti angoli dove farsi mezza foto? Nessuno! L’ho già detto che c’era una bolgia che neanche l’Apple Store all’uscita dell’ultimo Iphone?

Piccola parentesi d’obbligo sulla Stubai Blick: proprio qui si può leggere la storia delle streghe della Stubaital e di come Fulpmes fuggisse il loro temporale e salvasse il suo raccolto suonando la campana e spingendo così il temporale sul paese vicino (un po’ infame questo Fulpmes se volete la mia!) e di come il paese vicino abbia tentato, senza successo, di corrompere Fulpmes per farlo smettere di suonare sta benedetta campana. E io mi chiedo una sola cosa: ma perché i vicini non si sono fatti pure loro una campana? Ma pure un campanello per lo meno. Bah!


L'inizio in salita del sentiero vero la piattaforma panoramica Stubai Blick
Il sentiero vero la piattaforma panoramica Stubai Blick

La salita sul Gipfelkreuz


La Stubai Blick è una strada senza uscita quindi per fare qualsiasi cosa bisogna tornare sui propri passi, lungo il sentiero 10, e raggiungere di nuovo la funivia.

Da qui si potrebbe intraprendere subito la strada per il rifugio Sennjoch Hütte e avrebbe anche senso perché a conti fatti la salita all’Hoher Burgstall non è proprio rapidissima. Se però siete masochisti o semplicemente vi credete Speedy Gonzales come noi potete decidere di concedervi un’altra piccola svolta e prendere il sentiero 3 che porta dritto per dritto a Gipfelkreuz. Cosa significa Gipfelkreuz è presto detto: Pizzo Croce. E indovinate cosa c’è in cima al pizzo? Un unicorno! No, scherzo, quello giusto in ufficio da me. Una croce, ovviamente!

Non immaginatevi Gipfelkreuz come chissà che montagna gigantesca. È piuttosto una piccola montagnola non troppo alta. E infatti la salita per arrivare in cima è davvero breve, ma pendentissima, ve lo assicuro! La peculiarità vera di questa salita (ebbene sì! Una particolarità doveva esserci pure qui) è che parrebbe che l’intero sentiero sia incastonato in un giardino botanico. Dico “parrebbe” perché in realtà io non è che abbia visto un granché di fiori particolari mentre salivo. Sì qui e là ci sono piccoli, piccolissimi fiorellini, un po’ più particolari di quelli di campo, ma nulla che avessi mai associato al concetto di “giardino biologico”. Magari, però, sono solo io che non capisco. 


Comunque sembra che l’intero Pizzo Croce sia votato alla piccolezza: piccola montagna, piccola salita, piccoli fiori e piccola cima dove non ci si entra proprio in più di due e stando vicini vicini. Insomma ho trovato il regno dei Lillipuziani, altro che Gulliver!


Panorama delle montagne della Stubaital dal rifugio Sennjoch Hutte
Panorama delle montagne della Stubaital dal rifugio Sennjoch Hutte

L’escursione al rifugio Sennjoch Hütte


Per ridiscendere da Gipfelkreuz dovrebbe esserci una ferrata. C’è persino un cartello a indicarla, ma il Signor Coso e io non l’abbiamo vista da nessuna parte: né quando eravamo in cima a Pizzo Croce né quando eravamo ai suoi piedi, da un lato o dall’altro. È la ferrata fantasma! E io che credevo che la ferrata di Schrödinger fosse l’Elferkofel!

Noi, comunque, nel dubbio siamo tornati sui nostri passi e ridiscesi verso la funivia per il sentiero 3. Okay che gli austriaci mentono sempre, ma se avessero detto il vero sulla klettersteig? Il Signor Coso e io non avevamo l’attrezzatura, quindi meglio non rischiare.

A questo punto non c’erano più svolte che ci potessero tenere lontani dal rifugio Sennjoch Hütte e quindi abbiamo preso il sentiero 2, un sentiero in quota che sulle prime era quasi piacevole. Il caldo intanto aumentava o per lo meno a me sembrava così. Grondavo sudore e mi sentivo andare a fuoco. La lieve salita che, passando sotto i sostegni per evitare la neve, ci portava avanti era quasi una benedizione per me. Giuro che ho pensato “grazie al cielo che da qui in poi la strada è così”, ma ormai avrete imparato no?! Nel momento in cui penso di essere salva, è lì che la strada si fa difficile!

Come da copione, infatti, a un tratto è iniziata una malefica salita, molto ma molto più faticosa e ripida del lieve pendio precedente, sotto il sole cocente che lentamente ha risucchiato ogni mia energia, ma soprattutto ogni voglia di vivere. Com’è che diceva Cassel? Il problema è l’atterraggio? Ecco! Ero atterrata! E per altro ero finita nel bel mezzo della versione austriaca del Monte Camicia. Maledizione!

Per rendere più “divertente” il lento ma inesorabile rosolare della carne e l’ancora più ineluttabile deterioramento dei nervi, sono comparsi d’improvviso, protagonisti indiscussi della salita, degli arbusti spinosi che, sull’attenti, affollavano il sentiero sia a sinistra che a destra costringendoci a passare in mezzo. La scudisciata del soldato! Giuro! Specie perché io ero con i pantaloncini corti e ogni mezzo passo era un “ahi!” e un salto dall’altro lato dove però, puntuale come un orologio svizzero, trovavo un altro arbusto e di nuovo “ahi!” e salto e così via all’infinito. Alla fine sarei quasi potuta sembrare un cactus gigante. Spine 1, me 0.



La cosa più bella comunque sapete qual è stata? Che quando il Signor Coso ha letto il sottotitolo di questo articolo (La volta delle scudisciate del soldato) mi ha chiesto “quale soldato?”. Il che significa, essenzialmente, che la mia metamorfosi in cactus è passata totalmente inosservata. Sono mortalmente ferita da questa distrazione del Signor Coso. Ero una donna-cactus bellissima! Spinose come me non ce n’è in giro!

Ad ogni modo superati gli spinosi arbusi in poco tempo abbiamo raggiunto il rifugio Sennjoch Hütte dove ci siamo fermati qualche minuto a riprendere fiato (sì, io stavo morendo. Il Signor Coso come al solito mi sbatteva in faccia i suoi mesi di allenamento non mostrando neanche un sospiro in più del solito). Nel frattempo abbiamo controllato il meteo: non volevamo imbatterci in un diluvio universale. Questione importante, perché da qui in poi dovevamo attaccare la via per l’Hoher Burgstall che ho nominato a ripetizione in questa storia, ma che vi racconto la prossima volta. In fin dei conti dopo 40 minuti di escursione (senza contare il sentiero per lo Stubai Blick) un attimo di pausa me lo potrò pure prendere no?! Ecco, una “pausetta” di una settimana e poi vi racconto la mia prima salita su una Seven Summit: l’Hoher Burgstall!


Il rifugio Sennjoch Hutte
Il rifugio Sennjoch Hutte

Scheda dell’escursione:

Partenza: Fulpmes (funivia)
Difficoltà: E
Sentieri: 3, 10, 2
Rifugi: Rifugio Sennjoch Hütte

Le foto sono mie e del Signor Coso

venerdì 19 ottobre 2018

LA FERRATA ELFERKOFEL – SECONDA PUNTATA

LA VOLTA DELLA FERRATA CHE NON SAPEVA DI ESSERE FINITA


Ci siamo lasciati la settimana scorsa proprio nel momento in cui la ferrata Elferkofel si era palesata. Dopo un avvicinamento infinito lei era lì, alla fine di una lunga cresta dell’Elfer, una delle seven summit della Stubaital. Il bello di questa cresta è il panorama sull’Elferturm, un paretone irraggiungibile. Nulla, però, è bello quanto la ferrata Elferkofel e allora non perdiamo altro tempo che vi ho già fatto aspettare troppo! 

Vista dell'Elferkofel
Vista dell'Elferkofel

La ferrata Elferkofel


Ci tengo a chiarire subito una cosa importante: è tutta colpa dell’Elferturm! Non so dirvi perché ma più osservavo questa immensa parete e più mi venivano le vertigini. Davvero eh! Avevo entrambi i piedi ben piazzati a terra e comunque – zac! – vertigini a go go. Neanche ci soffro di vertigini io, ma guardavo l’Elferturm e – zac! – di nuovo vertigini. Non lo potevo proprio guardare! Peccato, però, che l’Elferturm passa inosservato quanto King Kong a New York. Facilissimo non guardarlo, no?!
 

La ferrata Elferkofel non è particolarmente difficile. Non è certo un sentiero attrezzato, ma non è neanche un suicidio programmato. È importante, però, tenere a mente una realtà fondamentale su cui si regge il mondo: se gli austriaci dicono che un’escursione o una ferrata è facile non è vero! Per cui la klettesteig Elferkofel non è propriamente quella che io definire una via ferrata facile, soprattutto non con le vertigini. È comunque una ferrata fattibile.
 

La parte più difficile di questa klettesteig direi che è indubbiamente l’inizio: un camino con staffe. Se fossimo in Italia un tratto attrezzato con le staffe sarebbe la parte più facile della ferrata, ma in Austria non c’è mai una staffa di troppo, anzi forse ce n’è una di meno, soprattutto se si è alti meno di un metro e settanta come me. Il Signor Coso ha imbrogliato: con il suo metro e novanta si è adattato alla perfezione alle unità di misura mitteleuropee (e per fortuna che giura di avere origini siciliane!). Invece io mi sono incastrata subito. Ero bloccata lì nel camino e non riuscivo più ad andare avanti. Povero austriaco dopo di me: non gli facevo più iniziare la salita.
 

Nonostante le vertigini, comunque, alla fine in qualche ignoto modo sono riuscita a venir fuori da quel malefico canale. A quel punto si sono susseguite un paio di rapide creste piuttosto esposte che mi hanno ricordato in un attimo quanto sia effimera la mia esistenza su questo pianeta. Per fortuna per lui, però, il povero austriaco mi aveva superata perché a quel punto io procedevo un passo ogni sette anni. E mi sembrava pure di andare veloce.
 

Comunque dopo un altro paio di tratti con cavo orizzontale, al punto che diventa quasi impossibile camminare e tenersi vicino al cavo al contempo, si raggiunge l’ultimo tratto di ferrata: un tratto attrezzato con staffe solo per il Signor Coso. Ovviamente io non arrivavo neanche a una staffa. Per fortuna c’erano abbastanza appigli nella roccia per proseguire, altrimenti adesso ero ancora lì!
 

Così dopo 40/50 minuti di via ferrata siamo arrivati in vetta all’Elferkofel (2505 m) dove non c’è nessuna croce, al suo posto c’è una casupola di legno che vi ricorda che quella su cui vi trovate è una vetta delle seven summit. Quando ci siamo arrivati noi era deserta. Non so se sia sempre così o se sia stato un caso e molti che fanno trekking nella Stubaital la raggiungano. Noi comunque ci siamo rimasti per un po’ a mangiare mirtilli e nessuno è arrivato quindi credo che possiamo dirlo con tranquillità: se cercate un posto dove stare da soli e per voi va bene camminare per quasi tre ore per raggiungerlo l’Elferkofel è perfetto per voi. 


Il ritorno dalla Ferrata Elferkofel


Quando abbiamo raggiunto la vetta sono guarita miracolosamente dalle vertigini ed ero pure tutta baldanzosa: ero sopravvissuta alla ferrata Elferkofel, il peggio era passato quindi ora potevo fare qualsiasi cosa. Ecco perché sono andata avanti io: perché non imparo mai.
 

Ciò che sapevamo il Signor Coso e io era che la via di ritorno presentava all’inizio un piccolo tratto attrezzato, ma la verità è un’altra: l’inizio della via di discesa è una ferrata. A dire il vero, per altro, il primo tratto di ritorno è una ferrata in salita non troppo difficile. Si deve solo fare un po’ di forza con braccia e gambe, il resto va da sé. È quando comincia la discesa che la storia si fa difficile.
 

Il tratto in discesa inizia con una parete particolarmente verticale assistita da diverse staffe messe sempre ad altezza austriaco, ma comunque raggiungibili. O per lo meno raggiungibili fino a un certo punto perché verso la fine del paretone c’è un buco. Non c’è altro modo di definirlo. C’è letteralmente un buco dove non vi conviene cadere: l’atterraggio non sarebbe un granché e soprattutto arriverebbe a un po’ troppi metri dall’ultima staffa. Insomma tenetevi bene e non sganciate mai il dissipatore. Ma soprattutto non fatevi prendere dal panico. A sorpresa, ben nascoste sotto il buco, spostate verso destra (quando il proseguimento della ferrata è a sinistra) ci sono le ultime due staffe. Se le ho raggiunte io le può raggiungere chiunque.
 

Superato il buco la ferrata si fa più facile: un breve tratto orizzontale e si raggiunge la via normale. Da questo momento in poi il vero problema è che il sentiero per quanto segnato non è particolarmente chiaro e non si capisce che per tornare indietro e non scendere nell’altra valle bisogna aggirare tutto il massiccio. Noi per fortuna abbiamo incontrato due persone a cui chiedere e per altro erano italiani. Pensavamo di avere fatto il colpaccio: ci saremmo capiti a vicenda alla grande, no?! Ma considerando che dopo aver detto per tre volte che venivamo dalla ferrata (per altro avevamo ancora il casco in testa) hanno continuato ad augurarci una buona ferrata direi che non ci siamo capiti molto bene.
 

Alla fine, comunque, siamo riusciti a ricongiungerci con la via di salita e a raggiungere il bivio per Elferspitze. A quel punto io ero veramente stanca. Mi si preannunciavano davanti almeno altre due ore per tornare alla funivia. Sognavo il mio letto. Non volevo fare un passo più del dovuto.
Il Signor Coso ha detto: “saliamo anche la vetta dell’Elferspitze” e io ho risposto “okay”. A volte non mi capisco neanche da sola. Siamo saliti sull’Elferspitze.
 

Raggiungere la vetta dell’Elferspitze, dove troneggia una croce di legno difficilmente raggiungibile, significa arrampicarsi senza più attrezzatura (è abbastanza facile da permetterlo) in un breve canale stretto, quasi claustrofobico, grazie alle staffe che non fanno per niente sentire la mancanza del cavo. La vetta è un fazzoletto di terra rocciosa. Non ci stanno più di tre persone incastrate nei modi più inconsulti. Nonostante questo vale la pena raggiungerla.
 

Contro ogni pronostico, comunque, alla fine siamo riusciti a tornare persino al rifugio Elferhütte. Erano le tre del pomeriggio, ma i proprietari ci hanno fatto pranzare lo stesso. Sono persone veramente gentili! Ovviamente abbiamo ordinato wurstel, patatine e una birra. Il Signor Coso tra una scura e una weiss ha scelto la weiss. Io odio la weiss e amo da morire le birre scure. Credo che sia stato un suo modo inconscio per farmi capire che dovrei imparare a parlare tedesco così mi ordino la birra da sola la prossima volta. Certo che aggressività Signor Coso!
 

Dopo aver aspettato che passasse il diluvio universale che era venuto in vacanza sull’Elfer insieme con la Bora, ci siamo rimessi in cammino e attraverso il sentiero nel bosco dell’andata abbiamo raggiunto di nuovo la funivia Elfer11 e siamo tornati a Neustift im Stubaital e da lì autobus e casa.
 

È finita così. E che altro c’è da dire di questa ferrata: infinita, quantistica, indecisa, volubile, quasi interminabile ma meravigliosa. Se volete veramente costruire un vostro rapporto con la roccia, se volete scoprire come è guadagnarvela la ferrata andate sull’Elfer. Sarà anche la più bassa delle seven summit ma questa montagna vale tutta la fatica che si fa per conquistarla e anche di più.

La vetta dell'Elferkofel
La vetta dell'Elferkofel

Scheda della ferrata:


Partenza: Neustift im Stubaital
Arrivo: Neustift im Stubaital
Difficoltà: EEA
Durata: 6 ore circa
Dislivello: 700m
Rifugi: Elfer Hütte 


 

Tutte le foto sono mie e del Signor Coso. Le riprese del video e il montaggio sono opera mia e del Signor Coso. La musica del video è liberamente utilizzabile secondo i principi del Creative Commons Attribution License 3.0. I diritti di copyright sono del sito Purple Planet.

sabato 13 ottobre 2018

LA FERRATA ELFERKOFEL – PRIMA PUNTATA

LA VOLTA DELLA FERRATA DI SHRÖDINGER (LA KLETTERSTEIG È VIVA O MORTA?) 


Elferkofel non è stata la mia prima via ferrata in Austria. Voglio che questo sia chiaro subito. Ma se è la prima che vi racconto forse è perché, in fondo in fondo, è quella che mi è rimasta un po’ più nel cuore. Sarà che a modo suo mi ricorda la teoria dei quanti: la ferrata c’è e non c’è al tempo stesso e alla fine compare solo quando ci incocci contro. Tutto chiaro, no?! Avete bisogno di altre spiegazioni? Okay, okay! Andiamo più nel dettaglio.

Casco abbandonato sulle rocce della vetta dell'Elferkofel
Scorcio della vetta dell'Elferkofel

La salita al Rifugio Elferhütte


La prima cosa che bisogna sapere è che Elferkofel è una delle due ferrate che decorano l’Elfer, una delle seven summit della Stubaital. Fino a poco tempo fa ho creduto che le seven summit fossero le sette vette più alte di questa bella valle sotto Innsbruck e per questo ero esaltata dall’essere riuscita a conquistarne due (oltre all’Elfer mi sono portata a casa anche l’Hoher Burgstall), invece ho scoperto che non è così. In realtà sono le sette vette più significative, non so bene per cosa. Comunque sono lo stesso belle e se state facendo trekking nella Stubaital e siete meno polli del Signor Coso e di me potete timbrare il cartellino su ciascuna seven summit che conquistate così poi avrete il premio finale, che ora sul momento non ricordo cosa sia.


Comunque, come dicevamo, Elferkofel è una delle due klettersteig perché l’altra è la Ferrata Nordwand che, però, è molto ma molto più difficile. Della serie che se volete morire male potete andare da bravi inesperti a fare questa ferrata. Se invece volete morire bene fate come noi e godetevi l’Elferkofel che per altro, detto tra noi, porta alla vetta più alta dell’Elfer.

Che vogliate andare a godervi la ferrata Elferkofel o quella Nordwand o che vogliate anche solo intraprendere la via normale l’inizio è sempre lo stesso: si parte da Neustift im Stubaital dove si prende la funivia. Se arrivate in autobus scendere alla fermata Elferbahnen. Per altro vi conviene fare la stesso cosa anche se volete buttarvi giù dall’Elfer con il parapendio o con una mountain bike (please! Nel caso siate dei biker non frenate per evitare i ponti e i salti. Quelli che l’hanno fatto il giorno che sono stata io sull’Elfer mi hanno spezzato il cuore: speravo di vedere delle acrobazie).

Arrivati alla fine della funivia Elfer11 (1794m) la prima cosa che noterete è un gigantesco cerchio, o meglio una sfera… quel saputello del Signor Coso la chiama sfera armillare. Che diamine è mo una sfera armillare? Sono l’unica che quando sente “sfera armillare” pensa all’armadillo? Cioè pensateci: sfera armillare deve essere chiaramente un armadillo arrotolato! Anche se, però, devo ammettere che quella sfera aveva ben poco a che vedere con un armadillo… e poi il Signor Coso diceva che c’entrava qualcosa la sigla di Game of Thrones. Così me lo sono andata a cercare e ho scoperto che è un modello della sfera celeste inventato da Eratostene nel 255 a.C. Ripeto: Eratostene, 255 a.C.; davvero Signor Coso? Comunque per chi ne vuole sapere di più qui trova tutte le informazioni che vuole.  
Nella realtà il nostro armadillo arrotolato è un punto panoramico carino, ma secondo me troppo di scena. Noi neanche ci siamo saliti sopra, per farvi capire quanto poco ci entusiasmava. Più curiosa è stata invece un’informazione che abbiamo raccolto una volta tornati in Italia: sembrerebbe che proseguendo oltre l’armadillo si possa raggiungere un rifugio dove ti ammazzano un qualche animale davanti agli occhi prima di cucinartelo. L’informazione all’inizio era completa, ma nel frattempo mi sono scordata che animale era. Mi verrebbe da dire aragosta ma non riesco a immaginare come possa esserci un’aragosta sulle alpi quindi… il Signor Coso scommette la trota, che è decisamente più probabile, ma a questo punto diciamo che ti cucinano un armadillo e chiudiamola qui.

Ignorando comunque l’armadillo panoramico (e anche quello culinario), subito a destra della funivia ci sono ben due vie che portano al rifugio Elferhütte (2080m) che è la prima tappa di questo lungo avvicinamento. Uno dei due sentieri è praticamente una canicola nelle fiamme infernali visto che è un sentiero dritto per dritto in un prato senza neanche uno straccio di ombra. L’altro, quello che abbiamo intrapreso noi, è uno zig zag nei boschi decorato qui e là di vecchi attrezzi agricoli e che in circa 30 minuti porta al rifugio. Questo in realtà è il sentiero che si percorre anche in inverno con le ciaspole, ma nella stagione invernale è tipo una condanna alla ghigliottina visto che passa sotto alla seggiovia e non c’è abbastanza spazio per piedi e teste. Insomma o passano gli sci di quelli in seggiovia o passano le teste di quelli con le ciaspole, non c’è alternativa.

Se si riesce a sopravvivere alla ghigiottina (e d’estate non è difficile visto che la seggiovia è ferma) si può ammirare in tutta la sua grandezza il rifugio Elferhütte che però sembra più un hotel (ma il servizio è molto da rifugio, non temete! Però questa è un’altra storia). Se proprio va a questo punto ci può anche stare una breve sosta, ma poi si deve ripartire. Da qui, infatti, si intraprende un sentiero indicato in modo chiaro, netto e inopinabile dal cartello segnaletico con su scritto “wanderweg”. Alzi la mano chi sa che vuol dire “wanderweg”… nessuno? Va bene, ve lo dico io: sentiero, significa sentiero. Certo che sono buffi questi austriaci eh!
 

Punto panoramico a forma di sfera armillare sull'Elfer
Il punto panoramico a forma di sfera armillare che si trova sull'Elfer, all'uscita della funivia Elfer11

L’avvicinamento alla ferrata Elferkofel


Il successivo cartello giallo per lo meno è più chiaro visto che indica chiaramente la via da seguire. Da qui si sale lungo un pendio di arbusti sempre seguendo i cavi della funivia. Ho detto salendo, ma non è proprio la parola giusta. Il Signor Coso saliva, io arrancavo, ansimavo e mi lamentavo. E soprattutto ignoravo che questo non era che l’inizio. Infatti, quando usciti dagli arbusti abbiamo intravisto il bivio che con tanta ansia cercavamo, io ero su di giri. Ero certa che quel sentiero in quota che da lontano vedevo perdersi sulla destra dovesse essere il nostro. Già compiangevo i poveracci della via normale che dovevano proseguire dritti inerpicandosi in una salita apparentemente senza fine (e che sembrava aver deciso di sfidare i grattacieli). Il tragico, malefico bivio di Sulzenau Alm non mi aveva proprio insegnato niente! Ovviamente il mio sentiero era quello dritto, il sentiero a destra invece porta alla ferrata Nordwand

Ve lo dico: io sono morta dentro a vedere quella salita infinita tra la ghiaia senza neanche la minima traccia in lontananza della ferrata. Dove era finita la mia ferrata Elferkofel? Dove? E perché io quel giorno avevo deciso di andare sull’Elfer invece di affrontare la meravigliosa, e soprattutto breve, ferrata Hollenrachen? Perché? 

Inutile dire che non ho trovato risposte a queste mie domande. Soprattutto non dopo aver superato la salita ghiaiosa, quando mi sono ritrovata in un sali e scendi di rocce tra cui fare zig zag dove a farmi compagnia ci ha pensato la Bora. Sì lo so cosa state pensando: “ma che Bora e Bora! Sei in Austria mica a Trieste!”. E ho capito gente! Ma in fin dei conti pure la Bora avrà diritto di andarsene un po’ in vacanza no?! E questa estate se ne era andata in vacanza sull’Elfer; io che ci posso fare? Che poi sulle rocce pure pure riuscivo a gestirla, ma quando siamo arrivati sul sentiero franoso che veniva subito dopo vi giuro che volevo fare harakiri. L’unico problema era che avevo lasciato il mio coltello tantō a casa, se no l’avrei fatto giuro! Ormai avevo perso ogni speranza. Mi sembrava di star camminando da ore e ore e ore e ore e ore… e che lo zaino diventasse sempre più pesante e più pesante e più pesante e… insomma, avete capito.
 

In quei terribili giorni di cammino una sola certezza si radicava in me: avevamo sbagliato strada e la ferrata Elferkofel era un’illusione collettiva, una trappola sociale a cui non c’era scampo. Chiunque giurasse di essere arrivato sulla vetta dell’Elferkofel era vittima di un falso ricordo. Era evidente! Non c’era vetta e non c’era più possibilità di tornare indietro: oramai eravamo arrivati troppo lontano, potevamo solo andare avanti. Verso il centoventitreesimo giorno (circa un’ora da quando eravamo partiti dal rifugio, per chi interessa il tempo dell’orologio certamente bugiardo) abbiamo raggiunto il bivio che a destra porta all’Elferspitze, raggiungibile o tramite la via normale o tramite la Nordwand. Piccola curiosità sull’Elferspitze: se tradotto in italiano il suo nome è letteralmente Cima Unidici. Ora qualcuno mi spieghi perché il monte unidici fa parte delle sette vette? Ma undici cosa?

Noi ci siamo spinti ancora oltre. Oramai eravamo totalmente ubriachi dall’idea di affrontare questa ferrata quantistica, questo triangolo delle Bermuda alpinistico, questo buco nero capace di distorcere lo spazio-tempo fino a far sembrare tre mesi di marcia come solo un’ora e mezza di avvicinamento. Ma prima di precipitare in questa illusione collettiva e diventare parte del Matrix-Elferkofel dovevamo ancora affrontare un terreno insidioso, pieno di rocce e di rischi di scivolare, dove ho dovuto fare uso di tutte le mie abilità gollumiane per non precipitare. E nel frattempo la Bora era ancora con noi, così forte che mi sono dovuta togliere il cappello perché proprio non riuscivo ad avanzare sicura di me e tenerlo stretto con una mano per non farlo volare via. Neppure il ventosissimo Brancastello era riuscito in questa impresa!

Alla fine, però, ce l’abbiamo fatta. Superate tutte le prove, sconfitta persino la sfinge (la risposta era “l’uomo” però shhhh! Non ditelo a nessuno), eccolo lì l’ultimo bivio e a destra lei: la ferrata Elferkofel! Ma di lei vi racconto nella seconda puntata (cliccate sul link se volete sapere tutto e vedervi il video). Cliffangher… e buio!

La cresta dell'Elfer, verso la ferrata Elferkofel
La cresta dell'Elfer, verso la ferrata Elferkofel

Tutte le foto sono mie e del Signor Coso

venerdì 14 settembre 2018

LA SALITA A SULZENAU ALM

LA VOLTA CHE “COME È IN SALITA QUESTO SENTIERO IN QUOTA…”


La scorsa settimana vi ho lasciato in sospeso a metà del WildeWesserWeg, il Sentiero delle Acque Selvagge, a rimirare la bellezza della cascata Grawa, ma ora basta poltrire: è ora di affrontare la seconda tappa di questo sentiero diviso in tre fasi (e no, prima che lo pensiate: la terza tappa noi non l’abbiamo fatta)! E allora ecco qui un’escursione decisamente diversa da quella che mi aspettavo: la salita a Sulzenau Alm.


La malga Sulzenau Alm con la cascata Sulzenau sullo sfondo
La valle della malga Sulzenau Alm con la cascata Sulzenau che troneggia nella scena

Dalla cascata Grawa a Sulzenau Alm


Per essere completamente onesti la seconda tappa del WildeWesserWeg porterebbe fino al rifugio Sulzenau Hütte, ma questo nuovo tratto è decisamente diverso dalla prima tappa: tanto l’escursione alla cascata Grawa è facile e pianeggiante quanto questa è pendente e scivolosa.

Abbandonata la seconda pedana panoramica della cascata infatti si prosegue all’interno del bosco su un terreno dove il grip non è dei migliori. Certo, forse aver affrontato questa escursione il giorno dopo il diluvio universale non è stata proprio la scelta migliore: il terreno era bagnato e scivoloso e le roccette insidiose. Per fortuna i pontili di legno che costellano i 600 metri e passa di dislivello di questa escursione lungo la cascata aiutano a procedere senza troppa difficoltà. Purtroppo, però, non evitano la fatica. Ricordate quando la settimana scorsa vi ho detto che credevo che il WildeWesserWeg fosse un sentiero tutto più o meno in quota? Ecco! Mi sbagliavo alla grande! La seconda tappa ha un dislivello totale di 800 metri. Lo so che state pensando: “ma come facevi a credere che sarebbe stato un sentiero in quota con 800 m di dislivello?”. Beh, pensavo che fosse molto più lungo, ovviamente! E invece era uno “sputo” di sentiero, però uno sputo molto, ma molto verticale. Ahi! Poveri i miei polpacci! E io che mi volevo riposare dopo la ferrata Fernau…

Per altro il piccolo inaspettato infame (venduto dagli austriaci come sentiero per famiglie e bambini. Non mi stancherò mai di dirlo: gli austriaci non sanno proprio cosa si intenda per “sentiero adatto a famiglie e bambini”) è un via vai di strette curve che ogni volta danno la speranza che la tortura stia per finire e invece non finisce mai. Unica consolazione era quando gli alberi si aprivano e si poteva godere della vista di quei gigantici titani che erano le Alpi intorno a noi e, in lontananza ma neanche troppo, il ghiacciaio Stubai.

Qua e là, lungo la salita, si incontrano anche staffe di ferro che sulle prime ci hanno fatto alquanto ridere: dovete sapere che le ferrate austriache sono attrezzate il minimo necessario; non troverete mai una staffa in più del dovuto. Eppure eccole lì, nel bel mezzo del terriccio del sottobosco che si distanzia finalmente dalla cascata, tre staffe di ferro. Ma che diamine ci facevano lì? Ma gli austriaci proprio non la sanno la differenza tra una klettersteig e un sentiero? Stupidi noi, in realtà: in discesa, su quel sentiero scivoloso, quelle staffe sono decisamente utili!

Dopo una salita potenzialmente infinita si arriva all’unico bivio di quest’escursione. È qui che la speranza si fa di nuovo viva. A destra un sentiero corre in discesa, a sinistra un altro prosegue affaticato in salita e tu, ancor prima di essere arrivato a poter leggere il cartello, ti fai un rapido calcolo mentale e a quel punto sai, non lo credi lo sai, che quegli 800 metri di dislivello sono finiti là. Poi arrivi al cartello e ti ricordi che in matematica hai sempre fatto schifo: il tuo è il sentiero a sinistra, in salita, e muori un po’ dentro. Quello a destra invece dove va? Non c’è nessuno che lo sa, tralallalallala! No a parte gli scherzi, va in un qualche posto con la “b”, mi sembra, ma a occhio e croce il Signor Coso scommette che porta verso Mutterbergalm (o lì vicino comunque). Sì, non siamo la guida turistica più affidabile del mondo!

Il malefico cartello del bivio giura che Sulzenau Alm dista da lui solo 15 minuti, ma non è vero, oppure il Signor Coso e io facciamo pena… uno dei due… forse tutti e due. Dopo 15 minuti noi abbiamo raggiunto solo l’ingresso alla valle che si nasconde sulla cima della cascata Grawa. A nostra difesa però la pendenza fino alla valle è decisamente elevata e c’è anche un tratto insidioso dove il sentiero si fa particolarmente stretto e roccioso e dalla conformazione del terreno è evidente che appena inizia a piovere con un po’ più di intensità nasce anche lì d’improvviso un bel fiume.

Arrivati alla valle, comunque, si capisce perché veramente vale la pena di affrontare questa piccola fatica. La valle pianeggiante si apre tondeggiante e verde come l’Eden all’interno di una corona di Alpi, dopo un paio di ponticelli che permettono di attraversare facilmente l’intenso, scrosciante e poderoso fiume che metri più in là si getta nella cascata più larga delle Alpi Orientali: la cascata Grawa.

Sebbene l’ingresso alla valle attraverso un cancelletto mi avesse fatto ricordare il giardino segreto, una volta che l’intero panorama si è aperto dinnanzi a me sono stata certa che il paragone letterario più corretto fosse Gran Burrone (e se non sapete che cos’è Gran Burrone vuol dire che non vi siete mai letti uno dei più grandi capolavori della letteratura… shame on you!). L’intera valle e la sua cornice sono uno sciabordio di acque, torrenti e fiumi. Tre cascate scendono rapide dalle pareti più in lontananza della valle; tra di loro c’è anche la cascata Sulzenau, una delle più alte delle Alpi Orientali. Anche da lontano sa ipnotizzare: nel momento in cui la vedi c’è solo lei nella valle. Per questo motivo, nonostante la stanchezza, abbiamo subito superato il rifugio Sulzenau Alm (1847 m) e ci siamo spinti fino ai suoi piedi. Meravigliosa, modica eppure sublime al tempo stesso.

A coronare questo “piccolo” spettacolo della natura c’è lui: il rifugio Sulzenau Hütte (2196 m) la nostra meta originale per questa escursione. Sapete perché non ci siamo arrivati? Perché dalla base della cascata parte un ripido sentiero zig zagante che in un’ora (fidandosi del cartello, ma magari è bugiardo come il suo predecessore) ti ci porterebbe in cambio, soltanto, di sangue e sudore (e forse di un piccolo infarto da parte mia). Insomma non eravamo proprio nelle condizioni ideali; o meglio io non ero nelle condizioni ideali: il Signor Coso era abbastanza pimpante e infatti io ho rischiato un infarto già solo per la paura che lui mi proponesse davvero di finire l’escursione così come l’avevamo programmata. Invece, complice anche il tempo che volgeva al peggio, abbiamo deciso di girare i tacchi e tornare indietro. 



La seconda tappa del WildeWesserWeg verso Sulzenau Alm
La strada verso la malga Sulzenau Alm

Il ritorno da Sulzenau Alm a Grawa Alm


Prima di ricominciare la discesa ci siamo fermati a pranzo al rifugio Sulzenau Alm, una bomboniera di statue, sedie, tavoli e praticamente qualsiasi altra cosa intagliate nel legno. Questo è un rifugio un po’ particolare: per ordinare bisogna affacciarsi alla finestra (manco fossimo al McDrive) e in sostanza è tutto molto self service. Il menu non è ricchissimo e siccome non abbiamo avuto il coraggio di provare la zuppa di wurstel (chissà perché, a guardarla dopo sembrava buona) abbiamo optato per due porzioni di wurstel mit brot, ossia wurstel con pane (e senape). In realtà noi volevamo anche una Kaiserschmarren, ma nonostante sul loro sito promettano una cucina calda tutto il giorno citando proprio la Kaiserschmarren ci hanno detto che a pranzo non lo fanno… o che le uova arrivavano dopo pranzo… o che i marziani se l’erano mangiate tutte. Insomma parlavano tedesco! Il Signor Coso lo sta imparando, ma non è così certo della sua traduzione dopo che gli ho detto del sito (ma potrebbe anche darsi che è Google Traduttore che mente: anche il sito è in tedesco).

Senza dolce abbiamo finito il pranzo in tempo record e ancora più rapidamente abbiamo intrapreso la discesa perché io stavo gelando. Contro ogni nostra previsione, infatti, durante la salita avevamo sudato come dei maiali a causa della cappa di fuoco infernale del bosco che manco la Tiburtina in piena estate (questa la capiscono giusto i romani… traduzione poco fedele e meno calda per tutti gli altri: “la cappa di fuoco infernale del bosco che manco il Sahara a mezzogiorno”). Nella valle, però, regnavano vento, umidità e nuvole il che, sommato al sudore di cui sopra, mi assicurava una bella broncopolmonite. Così mi sono immediatamente tramutata in Gengis Khan e ho moderatamente e tranquillamente proposto al Signor Coso di ritornare.

Il ritorno è per la stessa via di salita. Fate attenzione quando scendete a non scivolare sia a causa del terreno, che in realtà è una specie di materasso elastico che si affossa ad ogni passo per poi rimbalzare in alto, sia per colpa delle pedanine di legno che vi sembreranno pianeggianti, ma in realtà sono scalette: c’è della profondità tra uno scalino e l’altro! E già che ci state mentre scendete divertitevi con la disperazione degli escursionisti che salgono e che scoprono da voi che manca ancora tanto. Una ragazzina quando glielo abbiamo detto ha letteralmente urlato isterica “come si sale?”. Ragazzina, ovunque tu sia, io sono con te! Ma soprattutto padre della ragazzina che l’hai trascinata fino a lì… ti sono vicina: immagino il mastino infernale che tua figlia ti ha sguinzagliato contro dopo questa piccola rivelazione.

Per fortuna la discesa è sempre più rapida della salita, così in relativamente breve tempo, il Signor Coso e io ci siamo ritrovati al rifugio Grawa Alm a bere una cisterna di birra a testa. A essere onesti una cisterna e mezza se l’è bevuta il Signor Coso perché io continuavo a scambiare magistralmente i nostri bicchieri per ritrovarmi sempre di fronte quello più vuoto. Perché questo trucco di magia? Perché avevamo l’autobus che arrivava a breve e io sono lenta a bere. Ohibò! Dio della birra perdonami per questo peccato!



Il fiume che scorre nella Sulzenau Alm e che diventa la cascata Grawa
L'ingresso sul fiume per la malga Sulzenau Alm

Bonus track: da Milders a Neustift im Stubaital per il lungofiume


Nonostante la fatica dell’escursione e la birra di troppo che riempiva il Signor Coso come una piñata, arrivati a casa abbiamo pensato di ripartire. Così da Milders, la frazione in cui soggiornavamo, abbiamo intrapreso il lungofiume che in una mezzora porta a Neustift im Stubaital. Se avete una mezzoretta da occupare non è una passeggiata così male però sappiate questo: il primo tratto è piuttosto triste, non si vede neanche il fiume, mentre quello dopo l’attraversamento del ponte migliora nella vista del fiume a destra ma non in quella di Neustift, visto che un’immensità di casette turistiche si susseguono incessantemente sulla sinistra. In compenso se avete una bicicletta è una bella pista ciclabile. Per altro proprio qui abbiamo incontrato nuovamente la famiglia della ragazzina. State tranquilli, il padre era ancora vivo: chissà come era riuscito a addomesticare il mastino infernale. Complimenti papà!



Una delle prime cascate che si vedono arrivando nella verde malga di Sulzenau Alm
Una delle cascate di Sulzenau Alm, vista dal rifugio omonimo

Scheda dell’escursione:


Partenza: Grawa Alm (a piedi)
Arrivo: Neustift im Stubaital (in autobus)
Difficoltà: E
Durata: 2,30 ore circa
Dislivello: 800 m
Rifugi: Rifugio Sulzenau Alm, Rifugio Grawa Alm


Tutte le fotografie sono mie e del Signor Coso