sabato 13 ottobre 2018

LA FERRATA ELFERKOFEL – PRIMA PUNTATA

LA VOLTA DELLA FERRATA DI SHRÖDINGER (LA KLETTERSTEIG È VIVA O MORTA?) 


Elferkofel non è stata la mia prima via ferrata in Austria. Voglio che questo sia chiaro subito. Ma se è la prima che vi racconto forse è perché, in fondo in fondo, è quella che mi è rimasta un po’ più nel cuore. Sarà che a modo suo mi ricorda la teoria dei quanti: la ferrata c’è e non c’è al tempo stesso e alla fine compare solo quando ci incocci contro. Tutto chiaro, no?! Avete bisogno di altre spiegazioni? Okay, okay! Andiamo più nel dettaglio.

Casco abbandonato sulle rocce della vetta dell'Elferkofel
Scorcio della vetta dell'Elferkofel

La salita al Rifugio Elferhütte


La prima cosa che bisogna sapere è che Elferkofel è una delle due ferrate che decorano l’Elfer, una delle seven summit della Stubaital. Fino a poco tempo fa ho creduto che le seven summit fossero le sette vette più alte di questa bella valle sotto Innsbruck e per questo ero esaltata dall’essere riuscita a conquistarne due (oltre all’Elfer mi sono portata a casa anche l’Hoher Burgstall), invece ho scoperto che non è così. In realtà sono le sette vette più significative, non so bene per cosa. Comunque sono lo stesso belle e se state facendo trekking nella Stubaital e siete meno polli del Signor Coso e di me potete timbrare il cartellino su ciascuna seven summit che conquistate così poi avrete il premio finale, che ora sul momento non ricordo cosa sia.


Comunque, come dicevamo, Elferkofel è una delle due klettersteig perché l’altra è la Ferrata Nordwand che, però, è molto ma molto più difficile. Della serie che se volete morire male potete andare da bravi inesperti a fare questa ferrata. Se invece volete morire bene fate come noi e godetevi l’Elferkofel che per altro, detto tra noi, porta alla vetta più alta dell’Elfer.

Che vogliate andare a godervi la ferrata Elferkofel o quella Nordwand o che vogliate anche solo intraprendere la via normale l’inizio è sempre lo stesso: si parte da Neustift im Stubaital dove si prende la funivia. Se arrivate in autobus scendere alla fermata Elferbahnen. Per altro vi conviene fare la stesso cosa anche se volete buttarvi giù dall’Elfer con il parapendio o con una mountain bike (please! Nel caso siate dei biker non frenate per evitare i ponti e i salti. Quelli che l’hanno fatto il giorno che sono stata io sull’Elfer mi hanno spezzato il cuore: speravo di vedere delle acrobazie).

Arrivati alla fine della funivia Elfer11 (1794m) la prima cosa che noterete è un gigantesco cerchio, o meglio una sfera… quel saputello del Signor Coso la chiama sfera armillare. Che diamine è mo una sfera armillare? Sono l’unica che quando sente “sfera armillare” pensa all’armadillo? Cioè pensateci: sfera armillare deve essere chiaramente un armadillo arrotolato! Anche se, però, devo ammettere che quella sfera aveva ben poco a che vedere con un armadillo… e poi il Signor Coso diceva che c’entrava qualcosa la sigla di Game of Thrones. Così me lo sono andata a cercare e ho scoperto che è un modello della sfera celeste inventato da Eratostene nel 255 a.C. Ripeto: Eratostene, 255 a.C.; davvero Signor Coso? Comunque per chi ne vuole sapere di più qui trova tutte le informazioni che vuole.  
Nella realtà il nostro armadillo arrotolato è un punto panoramico carino, ma secondo me troppo di scena. Noi neanche ci siamo saliti sopra, per farvi capire quanto poco ci entusiasmava. Più curiosa è stata invece un’informazione che abbiamo raccolto una volta tornati in Italia: sembrerebbe che proseguendo oltre l’armadillo si possa raggiungere un rifugio dove ti ammazzano un qualche animale davanti agli occhi prima di cucinartelo. L’informazione all’inizio era completa, ma nel frattempo mi sono scordata che animale era. Mi verrebbe da dire aragosta ma non riesco a immaginare come possa esserci un’aragosta sulle alpi quindi… il Signor Coso scommette la trota, che è decisamente più probabile, ma a questo punto diciamo che ti cucinano un armadillo e chiudiamola qui.

Ignorando comunque l’armadillo panoramico (e anche quello culinario), subito a destra della funivia ci sono ben due vie che portano al rifugio Elferhütte (2080m) che è la prima tappa di questo lungo avvicinamento. Uno dei due sentieri è praticamente una canicola nelle fiamme infernali visto che è un sentiero dritto per dritto in un prato senza neanche uno straccio di ombra. L’altro, quello che abbiamo intrapreso noi, è uno zig zag nei boschi decorato qui e là di vecchi attrezzi agricoli e che in circa 30 minuti porta al rifugio. Questo in realtà è il sentiero che si percorre anche in inverno con le ciaspole, ma nella stagione invernale è tipo una condanna alla ghigliottina visto che passa sotto alla seggiovia e non c’è abbastanza spazio per piedi e teste. Insomma o passano gli sci di quelli in seggiovia o passano le teste di quelli con le ciaspole, non c’è alternativa.

Se si riesce a sopravvivere alla ghigiottina (e d’estate non è difficile visto che la seggiovia è ferma) si può ammirare in tutta la sua grandezza il rifugio Elferhütte che però sembra più un hotel (ma il servizio è molto da rifugio, non temete! Però questa è un’altra storia). Se proprio va a questo punto ci può anche stare una breve sosta, ma poi si deve ripartire. Da qui, infatti, si intraprende un sentiero indicato in modo chiaro, netto e inopinabile dal cartello segnaletico con su scritto “wanderweg”. Alzi la mano chi sa che vuol dire “wanderweg”… nessuno? Va bene, ve lo dico io: sentiero, significa sentiero. Certo che sono buffi questi austriaci eh!
 

Punto panoramico a forma di sfera armillare sull'Elfer
Il punto panoramico a forma di sfera armillare che si trova sull'Elfer, all'uscita della funivia Elfer11

L’avvicinamento alla ferrata Elferkofel


Il successivo cartello giallo per lo meno è più chiaro visto che indica chiaramente la via da seguire. Da qui si sale lungo un pendio di arbusti sempre seguendo i cavi della funivia. Ho detto salendo, ma non è proprio la parola giusta. Il Signor Coso saliva, io arrancavo, ansimavo e mi lamentavo. E soprattutto ignoravo che questo non era che l’inizio. Infatti, quando usciti dagli arbusti abbiamo intravisto il bivio che con tanta ansia cercavamo, io ero su di giri. Ero certa che quel sentiero in quota che da lontano vedevo perdersi sulla destra dovesse essere il nostro. Già compiangevo i poveracci della via normale che dovevano proseguire dritti inerpicandosi in una salita apparentemente senza fine (e che sembrava aver deciso di sfidare i grattacieli). Il tragico, malefico bivio di Sulzenau Alm non mi aveva proprio insegnato niente! Ovviamente il mio sentiero era quello dritto, il sentiero a destra invece porta alla ferrata Nordwand

Ve lo dico: io sono morta dentro a vedere quella salita infinita tra la ghiaia senza neanche la minima traccia in lontananza della ferrata. Dove era finita la mia ferrata Elferkofel? Dove? E perché io quel giorno avevo deciso di andare sull’Elfer invece di affrontare la meravigliosa, e soprattutto breve, ferrata Hollenrachen? Perché? 

Inutile dire che non ho trovato risposte a queste mie domande. Soprattutto non dopo aver superato la salita ghiaiosa, quando mi sono ritrovata in un sali e scendi di rocce tra cui fare zig zag dove a farmi compagnia ci ha pensato la Bora. Sì lo so cosa state pensando: “ma che Bora e Bora! Sei in Austria mica a Trieste!”. E ho capito gente! Ma in fin dei conti pure la Bora avrà diritto di andarsene un po’ in vacanza no?! E questa estate se ne era andata in vacanza sull’Elfer; io che ci posso fare? Che poi sulle rocce pure pure riuscivo a gestirla, ma quando siamo arrivati sul sentiero franoso che veniva subito dopo vi giuro che volevo fare harakiri. L’unico problema era che avevo lasciato il mio coltello tantō a casa, se no l’avrei fatto giuro! Ormai avevo perso ogni speranza. Mi sembrava di star camminando da ore e ore e ore e ore e ore… e che lo zaino diventasse sempre più pesante e più pesante e più pesante e… insomma, avete capito.
 

In quei terribili giorni di cammino una sola certezza si radicava in me: avevamo sbagliato strada e la ferrata Elferkofel era un’illusione collettiva, una trappola sociale a cui non c’era scampo. Chiunque giurasse di essere arrivato sulla vetta dell’Elferkofel era vittima di un falso ricordo. Era evidente! Non c’era vetta e non c’era più possibilità di tornare indietro: oramai eravamo arrivati troppo lontano, potevamo solo andare avanti. Verso il centoventitreesimo giorno (circa un’ora da quando eravamo partiti dal rifugio, per chi interessa il tempo dell’orologio certamente bugiardo) abbiamo raggiunto il bivio che a destra porta all’Elferspitze, raggiungibile o tramite la via normale o tramite la Nordwand. Piccola curiosità sull’Elferspitze: se tradotto in italiano il suo nome è letteralmente Cima Unidici. Ora qualcuno mi spieghi perché il monte unidici fa parte delle sette vette? Ma undici cosa?

Noi ci siamo spinti ancora oltre. Oramai eravamo totalmente ubriachi dall’idea di affrontare questa ferrata quantistica, questo triangolo delle Bermuda alpinistico, questo buco nero capace di distorcere lo spazio-tempo fino a far sembrare tre mesi di marcia come solo un’ora e mezza di avvicinamento. Ma prima di precipitare in questa illusione collettiva e diventare parte del Matrix-Elferkofel dovevamo ancora affrontare un terreno insidioso, pieno di rocce e di rischi di scivolare, dove ho dovuto fare uso di tutte le mie abilità gollumiane per non precipitare. E nel frattempo la Bora era ancora con noi, così forte che mi sono dovuta togliere il cappello perché proprio non riuscivo ad avanzare sicura di me e tenerlo stretto con una mano per non farlo volare via. Neppure il ventosissimo Brancastello era riuscito in questa impresa!

Alla fine, però, ce l’abbiamo fatta. Superate tutte le prove, sconfitta persino la sfinge (la risposta era “l’uomo” però shhhh! Non ditelo a nessuno), eccolo lì l’ultimo bivio e a destra lei: la ferrata Elferkofel! Ma di lei vi racconto la prossima settimana. Cliffangher… e buio!

La cresta dell'Elfer, verso la ferrata Elferkofel
La cresta dell'Elfer, verso la ferrata Elferkofel

Tutte le foto sono mie e del Signor Coso

venerdì 28 settembre 2018

LA SALITA AL MONTE AQUILA

#GIROGIROCOSO: UN FERRAGOSTO MARE E MONTI

Udite! Udite! #GiroGiroCoso è fra noi! Festeggiate e suonino le trombe! La rubrica delle avventure del Signor Coso è qui per farvi sognare. E per cominciare vi porta sull’ottava cima più alta del Gran Sasso: il Monte Aquila


Cavalli al pascolo a Campo Imperatore. Sullo sfondo il Monte Aquila e il Corno Grande
Cavalli nella piana di Campo Imperatore. Sullo sfondo il Monte Aquila e il Corno Grande

Cos’è #GiroGiroCoso


Lo so cosa vi state chiedendo: “e adesso cos’è questa storia di #GiroGiroCoso?”.

C’è stato un tempo in cui il Signor Coso non era il Signor Coso, non era neppure un Coso! C’è stato un tempo in cui il Signor Coso era un bel batuffolo di bimbo che zompettava per le montagne e non si sognava neanche lontanamente di incontrare una folle come me sulla sua strada.

Ecco! Il Signor Coso aveva una passione per la montagna molto prima che l’avessi io, in fin dei conti questa passione me l’ha trasmessa lui, e quindi ha nella sua saccoccia un pugno di escursioni che io non ho neanche mai visto da lontano. Così ho deciso di rubargliele e creare #GiroGiroCoso: la rubrica delle avventure del Signor Coso senza di me.

Su, su, non rattristatevi troppo per la mia assenza. Alcune di queste avventure hanno per protagonista un piccolo pacioccosissimo Signor Cosino, altre invece vedono il Signor Coso in carne e ossa e tutti i 190 cm di altezza che lo compongono. In qualche venerdì completamente random vi capiterà di leggerle. Non saprete mai quando arriveranno. Un giorno vi girerete e zac! #GiroGiroCoso sarà di nuovo lì! Tipo un maniaco con l’impermeabile… però più carino (e un po’ meno sconcio).

E adesso che le idee sono più chiare e abbiamo risposto a tutte le domande, silenzio in sala: comincia l’escursione!


Vista del Monte Aquila e del Corno Grande dal sentiero per la vetta del Monte Aquila
Panorama del Monte Aquila (a destra) e del Corno Grande (a sinistra)

La salita al Monte Aquila


L’escursione del Monte Aquila parte dall’Overlook Hotel che no, non è dentro un DVD di Kubrik ma a Campo Imperatore (2120m) perché è l’Hotel Campo Imperatore. E lassù potete arrivarci sia in funivia che in macchina e non vi preoccupate: di solito c’è parcheggio per tutti, anche per un po’ di più di tutti. Di solito, dico, perché se per caso metà popolazione mondiale decide che proprio quel giorno vuole andare a passeggiare sul Gran Sasso vi tocca tornare un po’ più in giù e parcheggiare lungo la strada. O per lo meno questo è toccato al Signor Coso e, d’altro canto, lo sapete voi quant’è metà della popolazione mondiale? Circa 3,5 miliardi di persone! Ora il Gran Sasso è grande però insomma! Anche lui prima o poi finisce.

Ecco! Da quel che dice il Signor Coso quel ferragosto, uno dei più assolati della storia, 3,5 miliardi di persone avevano deciso di riunirsi proprio lì, a Campo Imperatore, e non la finivano più di arrivare. Ce ne era proprio per tutti i gusti! Qualche indiano navajo, degli eschimesi e alaskesi qualche portatore yogistano, una manciata di pinguini artici, e c’erano pure un paio di Atlantidesi. Insomma c’erano proprio tutti e si stava un po’ stretti. Il Signor Coso però è un tipo serafico: ha fatto un bel respiro, ha parcheggiato nel primo anfratto disponibile, e via a camminare sul sentiero che sale da Campo Imperatore al Rifugio Duca degli Abruzzi passando accanto all’Osservatorio.

Superando il sentiero a sinistra che porta a Pizzo Cefalone, si sale dritti per un sentiero a zig zag, però dopo già 10 minuti si abbandona lo zig zag per intraprendere la traccia a destra che si allontana dal Monte Portella e punta diretta alla Sella del Monte Aquila (2335m).

La sella non è la vetta, che altrimenti si chiamerebbe vetta e questa storia sarebbe già finita. Quindi no, la sella non è la vetta, ma un bel pezzo di mondo incastrato tra il Monte Aquila e il Corno Grande. Un pezzo di mondo che, per altro, in poco tempo precipita a insaputa del Signor Coso in un'altra sella, la Sella del Corno Grande (2421m). E anche questa, ovviamente, è la sella non la vetta. Se volete andare sulla vetta del Corno Grande, che poi è forse il monte per antonomasia che chi non conosce il massiccio crede sia IL Gran Sasso, dovete svoltare a sinistra verso la via normale. Che da lì si raggiunga la via normale me lo ha detto internet perché il Signor Coso era un po’ insicuro tra lei e la via delle creste. Lui era insicro, io invece le confondo proprio: il weekend scorso ho visto la via delle creste e credevo fosse la via normale… o era il contrario? Non ricordo proprio! 


La cresta del Monte Aquila
La cresta del Monte Aquila
Lasciandosi il Corno Grande sulla sinistra, invece, si può proseguire verso il Monte Aquila attraverso un tranquillo percorso erboso che non espone a nessun rischio e che sarebbe stato facilissimo affrontare se solo il Signor Coso quel giorno non avesse avuto sul groppone molto più peso del solito. Ebbene sì, in mia assenza il Signor Coso si è ritrovato a dover portare al posto della doppia borraccia (che così spesso ha portato sull’Appennino con me) un ben più pesante bastone da selfie. È un’attrezzatura che di solito non ci portiamo in vetta, e che comunque il Signor Coso non si è più portato dietro visto l’infelice conclusione… ma non affrettiamo i tempi! Voi intanto ricordatevi la parola selfie stick, e andiamo avanti.

Al termine di una cresta erbosa per niente esposta si raggiunge la vetta di questa collinetta che un po’ a tutti piace chiamare Monte Aquila (2495m). Da lassù si può godere una vista stupenda dei monti intorno, del Bivacco Bafile del Corno Grande, ma soprattutto del versante opposto della montagna che è, immagino, tipo l’arcinemico dell’alpinista. Perché dico così? Perché si chiama Valle dell’Inferno. Ora ditemi voi se può essere un luogo ameno e accogliente una valle chiamata “valle dell’Inferno”. È ovvio che sia una landa di lava e diavoli con i forconi. Mi sembra evidente che deve essere così! Per fortuna si sale dal lato opposto su questa bella vetta incoronata da una croce di ferro rosso.

Galeotta fu proprio la croce. Perché il Signor Coso, stanco di farsi i selfie con il selfie stick, ha pensato bene di chiedere a un signore in vetta con lui di fargli una foto. Compito del signore: fare una foto che riuscisse a ritrarre il Signor Coso, sua madre e la croce in un colpo solo. Procedura di scatto del signore: indietreggiamento di qualche metro, individuazione dell’angolo migliore, accensione dei faretti per illuminare perfettamente la scena, acquattamento sulle punte per l’effetto “fotografo acrobatico”, preparazione di Photoshop per i giusti ritocchi, lieve zoom. Foto del signore: la pancia del Signor Coso. Giuro che è stato così! Allego prove fotografiche alla fine dell’articolo (prego per le risate).

E quindi niente: ditemi voi se quel bastone dei selfie non è stato il più inutile peso della storia!


Croce di vetta del Monte Aquila
La croce di vetta del Monte Aquila

La discesa dal Monte Aquila


Dalla vetta del Monte Aquila le scelte sono molteplici: si potrebbe intraprendere la direttissima per il Corno Grande (che però è una salitona alquanto alpinistica quindi nel caso portatevi un casco) oppure ridiscendere verso il Brancastello proseguendo per la via di salita e raggiungendo Vado di Corno.

La scelta del Signor Coso è stata quella di fare dietro front e tornare sui suoi passi. Quindi sulla via di discesa non c’è molto da dire, se non che arrivati verso il Rifugio Duca degli Abruzzi sua madre e lui hanno assistito all’atterraggio di un elicottero. A dire il vero non capita tutti i giorni di veder atterrare un elicottero in montagna, per cui è comprensibile che questo evento li abbia abbastanza colpiti al punto che la mamma del Signor Coso ha deciso di fotografarlo.

Ovviamente per far entrare un elicottero nella foto bisogna stare un po’ lontani così indietreggia tu che indietreggio anche io, un passo indietro tu un passo indietro io… inciampa tu che inciampo anche io. Malefico montarozzo di 10 centimetri di terra ed erba alle sue spalle! Per fortuna che non c’era un burrone se no faceva la fine di Rowan Atkinson in Hot Shots 2 (se non sapete di che parlo vedetevi il video qui sotto).



Comunque visto che sua madre era incredibilmente sopravvissuta al montarozzo, il Signor Coso ha pensato bene di farle scoprire il vero capolavoro di Campo Imperatore: Mucciante! Infatti dall’albergo Campo Imperatore in macchina bastano dieci minuti per arrivare alla macelleria di Fonte Vetica, ai piedi del Monte Camicia, e strafogarsi di arrosticini. Sempre che si riesca a raggiungere il bancone visto la fila che c’è sempre. E quel giorno, per altro, tutte le 3,5 miliardi di persone si erano spostate dalla vetta alla macelleria. Mica stupidi eh! Così il Signor Coso ha dovuto far la fila. Per fortuna che aveva fatto amicizia con i pinguini antartici, un po’ meno simpatici i portatori yogistani a suo dire: con tutti quei rumori di stomaco…

Alla fine della giornata i nostri due poveri eroi erano stanchi di essere circondati di gente, così hanno pensato di scappare dal Gran Sasso e se ne sono andati a Torvaianica. Sì avete letto bene: Torvaianica, Lazio, Mar Tirreno, 0 m.s.l.m. Insomma da 0 a 100… e c’hanno trovato gli altri 3,5 miliardi di persone che non erano stati a Campo Imperatore. Che Ferragosto solitario! 


Il sentiero del ritorno dal Monte Aquila verso l'Osservatorio
Il sentiero di ritorno dal Monte Aquila verso l'Osservatorio di Campo Imperatore

Scheda della ferrata:


Partenza: Campo Imperatore (a piedi)
Arrivo: Campo Imperatore (a piedi)
Difficoltà: E
Durata: 2.30 ore circa
Dislivello: 400m

Rifugi: Rifugio Duca degli Abruzzi

Foto della pancia del Signor Coso invece che del Signor Coso con la croce di vetta del Monte Aquila
La miglior foto della storia del Signor Coso!

Tutte le foto sono del Signor Coso tranne la foto della pancia del Signor Coso… quella è dello Steve McCurry della montagna. Grazie sconosciuto amico per le risate!

venerdì 21 settembre 2018

6 CONSIGLI PER UNA PRIMA ESCURSIONE PERFETTA

OSSIA LE COSE CHE AVREI VOLUTO SAPERE DURANTE LA MIA PRIMA VOLTA


Ammettiamolo: non nasciamo tutti con le scarpe da trekking incorporate, purtroppo. Qualcuno, come me, si innamora della montagna solo da grande, per i motivi più svariati, e in fin dei conti certo non ne mancano! Ma innamorarsi non è mica sufficiente: cominciare a fare escursionismo richiede talmente tante conoscenze e competenze che i consigli per i principianti potrebbero non finire mai. D’altro canto non è mica un caso se la maggior parte degli incidenti in montagna avvengono su sentieri non difficili: spesso gli “escursionisti della domenica” ignorano persino le regole base.

Ma come iniziare nel modo migliore la propria avventura nel mondo dell’escursionismo? Beh, per cominciare potete assicurarvi di avere una grande prima volta seguendo 6 semplici consigli che mi sarebbe tanto piaciuto conoscere alla mia prima escursione




1) ALLENATEVI


Dovete sempre essere consapevoli del vostro livello di allenamento, soprattutto quando siete alla vostra prima volta e non sapete bene che impegno fisico richiede l’escursionismo. Siete Mike Tyson o siete un pachiderma spiaggiato sul divano come me? Dalla risposta a questa domanda consegue la scelta dell’escursione: è fondamentale scegliere un percorso in linea con il proprio stato di allenamento. Il rischio è quello di sopravvalutarsi e affrontare un’escursione che vi porti al vostro limite massimo o addirittura a superarlo. E vi posso assicurare per esperienza diretta che non è divertente: le Torri di Casanova, con il loro sentiero-trappola mortale, mi hanno insegnato molto bene questa lezione! D’altro canto la fatica e la stanchezza sono alcune delle principali cause di infortuni. Ma non temete: ci sono alcuni ottimi allenamenti, anche quotidiani, per prepararsi per l’escursionismo.



2) DOCUMENTATEVI SULL’ESCURSIONE


Non è mai una buona idea affrontare un’escursione senza conoscerla a fondo. La cosa migliore è documentarsi nel dettaglio durante i giorni precedenti, specie se si va in luoghi isolati o mal gestiti e senza segnali (qualcuno ha detto Appennino?). Una documentazione approssimativa o superficiale ha il potere di trasformare anche la più facile delle escursioni in un incubo ad occhi aperti e piedi doloranti senza fine e soprattutto senza più senso dell’orientamento. Se è capitato a me sul facilissimo sentiero di Rocca Calascio può succedere anche a voi ovunque! Quindi bisogna conoscere bene: da dove partire, dove arrivare, la pendenza e il dislivello e possibilmente i punti dove potersi appoggiare e riposare (rifugi, bivacchi, paesi a cui si passa vicino…) e le fonti d’acqua, specie per le escursioni di più giorni. Come fare? Semplice! Con mappe, riviste e libri specialistici e qualche buon sito sparso nell’infinito web. Un paio di nomi per cominciare la vostra ricerca al meglio: VieNormali.it e VieFerrate.it.



3) STATE ATTENTI AL METEO


Sapete quanto velocemente cambia il tempo in montagna? E quanto può diventare pericoloso trovarsi in vetta o in cresta o senza riparo durante un temporale? È importantissimo evitare che succeda! Per questo dovete sempre informarvi sulle condizioni metereologiche già 2 giorni prima dell’escursione. La probabilità che il meteo visto il giorno prima sbagli è minima. Potreste organizzare per tutta la settimana un’uscita ed essere costretti a rinunciarvi quando avete già lo zaino pronto. Lo so che brucia, ma meglio non correre rischi. E se proprio non ci state a restare a becco asciutto (e se il tempo non promette proprio nubifragi e piaghe divine) munitevi di piano B: un’escursione più breve, più facile, più vicina al centro abitato, meno esposta, meno in quota… insomma un’escursione più fattibile. Ma soprattutto, in ogni caso, partite presto: tendenzialmente in montagna piove il pomeriggio e in più partire presto significa approfittare di tutte le ore di luce.

Purtroppo non sempre si riesce a evitare di imbattersi nel cattivo tempo, anche prendendo tutte le precauzioni del caso. Per questo motivo bisogna sempre guardarsi intorno e saper riconoscere tutti gli indizi di buono o cattivo tempo che la natura ci offre.



4) SCEGLIETE BENE L’EQUIPAGGIAMENTO E L’ABBIGLIAMENTO


Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare: gente in scarpe da ginnastica sulla ferrata del Piccolo Cir, ragazzi in jeans e Eastpack su un Monte Prena freddo e ostile. La follia nelle scelte dell’equipaggiamento e dell’abbigliamento in montagna è all’ordine del giorno. Basta andarci un paio di volte per incontrare inesperti senza il giusto materiale, e se non vi è mai capitato allora forse siete voi quegli inesperti. Ma come evitarlo? Intanto portando le cose necessarie: giacca a vento, cambio, occhiali da sole (che vi eviteranno una bella congiuntivite attinica) etc… Poi ovviamente scegliendo le scarpe giuste, che non è mai una cosa così facile, e anche lo zaino perfetto, altra piccola sfida. E una volta che avete tutto… beh! Dovete farcelo stare nello zaino, ma non temete: per questo ci sono tecniche ad hoc.


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5) STATE ATTENTI ALL’ALIMENTAZIONE E AL SONNO


La vostra prestazione durante l’escursione non dipenderà soltanto dall’allenamento giornaliero che fate (o non fate). In realtà mantenere la giusta alimentazione e dormire abbastanza potrebbe davvero fare la differenza tra un disastro di escursione e un’uscita perfetta. Per cui sì, ha ragione vostra nonna: la colazione è il pasto più importante della giornata. Basta prendere solo un caffè, vi toccherà mangiare, mangiare tanto e bene. Non sarà sufficiente, però, solo questo. L’intera dieta dei giorni precedenti sarà determinante, quindi bisogna fare caso a quanti carboidrati, quanti grassi, quante proteine e quante vitamine si assumono. D’altro canto c’è una dieta specifica per chi vive la montagna. Per esempio la cosa migliore è cenare il giorno prima con dei carboidrati (pasta, riso, cereali…) e non farlo tardi perché anche andare a dormire presto è essenziale per avere migliori riflessi e ottime capacità cognitive. E soprattutto ricordatevi di bere durante l’escursione: minimo un litro d’acqua, meglio ancora se due. Quindi non osate scordarvi di riempire la borraccia perché sarà allora che il vostro sentiero pieno di corsi d’acqua diventerà un sentiero pieno di fango, non è vero Sentiero dei Tedeschi?



6) NON LASCIATE TRACCIA



Quando si va in montagna è importante seguire delle regole non scritte, un galateo montanaro che prevede soprattutto un principio: non lasciare traccia. In molti casi la montagna è ancora uno dei pochi luoghi incontaminati del mondo. È laggiù che si può ritrovare la natura, quella vera, quella indomita, quella che si estende ben al di là degli ordinati confini d’asfalto di un parco urbano. È laggiù che l’uomo torna a essere mero ospite, un ospite che, come tutti gli ospiti, deve essere educato, rispettoso e ammodo. Questo significa non sporcare, né con i rifiuti né con i propri bisogni fisiologici. Ecco perché esistono strategie per occuparsi anche di questo. In fin dei conti anche questo è escursionismo (forse il lato oscuro, certo il più scomodo, dell’escursionismo).




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Ecco qua 6 piccoli consigli per essere certi di avere una grande prima volta in questo mondo stupendo che è l’escursione in montagna. Ora sì che potete stare sereni e se proprio esitate ancora vi regalo un ultimo consiglio bonus: usate sempre la testa e se vi trovate davvero in difficoltà chiedete aiuto chiamando il 112 o il 118. Ricordate, però, questa è l’estrema ratio non la soluzione facile.