Visualizzazione post con etichetta Trekking in Abruzzo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Trekking in Abruzzo. Mostra tutti i post

venerdì 15 febbraio 2019

LA SALITA AL MONTE BRANCASTELLO

LA VOLTA CHE “CIAO, CIAO CAPPELLO, ADDIO!”

Nell’Appennino centrale ci sono dei trigemini di cui vi ho già parlato. Sono il trittico Camicia-Prena-Brancastello che più di una volta mi è capitato di incontrare sulla mia strada. Se Renato Zero non aveva mai considerato il triangolo… ecco, io l’ho fatto! E dopo essere morta due volte sul Monte Camicia e altre due dalle parti del Prena ho pensato fosse ora di fare stretta conoscenza con l’ultimo vertice di questo triangolino. Quindi ecco qui la mia salita al Monte Brancastello.

Panorama sulla via del Monte Brancastello
La vista sulla strada per il Monte Brancastello

L’avvicinamento al Monte Brancastello


Piccolo disclaimer iniziale: non mi ricordo quasi nulla dell’escursione al Monte Brancastello. Non riesco neanche a ricordarmi precisamente quando ci sono stata. Credo fosse primavera o estate e di certo era l’anno scorso. Il che significa che non è passato molto tempo. Quindi… le cose sono due: o il Brancastello non è stato nulla di che o la mia memoria fa veramente pena. Potrebbero essere vere entrambe. Comunque la premessa era necessaria per farvi capire perché ci saranno buchi di trama un po’ ovunque oggi.

A dire il vero, però, ora che ci penso mi sembra di aver tentato la salita al Monte Brancastello il weekend dopo l’escursione a Pizzo Cefalone, ottima esperienza che mi aveva lasciato l’idea che io potessi affrontare qualsiasi escursione come Fiocco di Neve, la capretta saltellante di Heidi. Non so perché dopo quattro anni di escursionismo ancora credo a fandonie come questa. Ad ogni modo, ovviamente, mi sbagliavo. Questo me lo ricordo bene. Ma andiamo con ordine.

Per raggiungere l’attacco di questa escursione abbiamo percorso la statale 117 bis, la strada che da Fonte Cerreto porta all’Altopiano di Campo Imperatore. Questa è una strada che conosciamo bene: è praticamente la strada più frequentata da chi va sul Gran Sasso, o da Mucciante. A differenza però di quando si va a mangiare gli arrosticini, in questo caso si gira a sinistra al bivio, direzione Osservatorio / stazione a monte della ferrovia / albergo Campo Imperatore. Insomma un po’ direzione la qualunque.

Superata la stradina che permette l’attacco alla salita alle Torri di Casanova, si raggiunge il primo tornante dove si imbocca un sentiero sterrato su cui si parcheggia quasi subito. Questo è l’inizio dell’escursione. Il sentiero sterrato continua, ma siccome si fa piuttosto stretto non parcheggiare il prima possibile sarebbe follia. È il momento di cominciare a camminare. D’altro canto siamo qui per questo, no?!

Cresta del Monte Brancastello
Vista dalla cresta sull'escursione per il Monte Brancastello

La salita al Monte Brancastello


Il parcheggio dovrebbe essere a circa 1805 metri dal livello del mare. Dicono che un segnavia su un sasso dovrebbe confermare questo fatto. Ma io non mi ricordo la vetta, volete che mi ricordi di un sasso? Fidiamoci di internet, allora, e andiamo avanti.

Dopo una mezz’ora di cammino sulla via sterrata si raggiunge Vado di Corno (1924 m), soglia tra l’Altopiano di Campo Imperatore e il versante teramano del Gran Sasso. Qui, a sinistra, si dipana la via per il Monte Aquila che ricorderete per una gloriosa puntata della rubrica #GiroGiroCoso, revival di Hot Shots. Ma noi non siamo in #GiroGiroCoso e soprattutto questo articolo non si chiama “salita al Monte Aquila”, per cui invece di girare a sinistra giriamo a destra e iniziamo il Sentiero del Centenario.

Il Sentiero del Centenario è uno dei sentieri più noti e rinomati dell’Appennino abruzzese e negli ultimi anni è stato anche piuttosto ristrutturato. Collega Vado di Corno con Fonte Vetica, il rifugio ai piedi del Monte Camicia, passando tra l’altro per il Monte Prena. Percorrere il Centenario significa prendersi quanto meno un weekend da passare sul Gran Sasso. In alternativa si può percorrere a pezzi e raggiungere la vetta del Monte Brancastello vuol dire percorrerne il primo tratto.

L’intero percorso è un sentiero in cresta che, però, non presenta particolari punti di criticità o di esposizione. Detta così può sembrare che l’escursione al Brancastello sia una passeggiata di piacere (e d’altro canto era quello il piano iniziale), ma in realtà è una continua, ininterrotta, incessante, interminabile salita. Inizia con una pendenza alla “io-ti-ucciderò” e finisce con una pendenza alla “sei-ancora-vivo?-aspetta-che-provo-di-nuovo-a-ucciderti”. In mezzo c’è un sali scendi più sopportabile, ma non fatevi ingannare.

La parte più critica di tutta l’escursione, però, non sono stati tanto i polpacci infuocati o i piedi gonfi (o il fatto che verso la fine mi sembra di aver persino barcollato dalla stanchezza), ma il cappello. Ebbene sì, la parte peggiore è stato il mio cappello nuovo. Non perché non fosse comodo (lo amo alla follia) o perché non stesse ricoprendo alla perfezione il suo ruolo (ossia evitare che mi ustionassi per la centoventesima volta la riga dei capelli), ma perché non ha smesso un solo attimo di tentare di spiccare il volo. Sembrava che si credesse l’uccellino azzurro. Ma io dico: dove diamine vuoi andare? Ma vuoi così tanto scappare da me? Che ti ho fatto di male signor cappello?

Nel mentre combattevo contro la fuga del mio cappello abbiamo superato la costa secondaria che, alla nostra sinistra, ci avrebbe condotto a Pizzo San Gabriele, una prima piccola vetta su cui molti salgono. Noi invece abbiamo tirato dritto lungo il nostro sentiero di cresta che ci portava sempre più lontano dal Corno Grande, un gigante stagliato continuamente alle nostre spalle. La sua vista dal sentiero è talmente bella e dettagliata che si riesce a vedere anche il Bivacco Bafile, un punto rosso in bilico su un vertiginoso sperone.

Dopo circa due ore e mezza di salita, alla fine, si arriva in vetta (2.385m). La cima è piuttosto piccola rispetto a quelle a cui il massiccio del Gran Sasso sa abituare i suoi escursionisti, ma è ugualmente presa d’assalto. Il risultato è che si sta schiacciati come alle sei di sera sulla metro a Roma. Consiglio da esperta: prendete la metro alle sette, che è meglio, e restate in cima al Monte Brancastello il meno possibile.


Vetta del Monte Brancastello
Vista dalla vetta del Monte Brancastello

Il ritorno dalla vetta del Monte Brancastello


Credevamo che la salita al Monte Brancastello sarebbe stata più leggera e più rapida. Ci sbagliavamo. Nonostante avessimo passato ben poco tempo sulla cima eravamo già in terribile ritardo sulla tabella di marcia. E questo non è mai un bene in montagna. Per fortuna, però, non era veramente tardi quindi un piccoli sfizio ce lo siamo potute togliere.

Prima di rientrare definitivamente alla base ci siamo incamminati per una delle crestine che si estendono verso Teramo. Da lì è possibile vedere lati del Sentiero del Centenario che solitamente, dalla base dell’Altopiano di Campo Imperatore, non si possono scorgere. É forse il suo profilo migliore, ed è talmente bello che si è meritato minuti interi di ammirazione. Quando abbiamo ripreso la via per casa era ormai passato un bel po’.

La discesa è per la stessa via di salita, il che ha significato nuova guerra per mettere in salvo il mio cappello ma non ustionarmi comunque la testa. Sono riuscita in entrambe le missioni. Un piccolo miracolo. Quel giorno non mi è riuscito nient’altro.

Inizialmente avevamo previsto di concludere l’escursione salendo sul Monte Aquila. Significava allungare terribilmente l’escursione, ma sarebbe stato carino. L’unico problema, però, è che io ero veramente stanca. Ero a tocchi alla partenza, figurarsi all’arrivo. Non ce l’ho fatta, semplicemente non ce l’ho fatta. Così abbiamo lasciato perdere il Monte Aquila e siamo tornati alla macchina. Però uno sfizio, alla fine, ce lo siamo tolti lo stesso: ci siamo andati a mangiare gli arrosticini. Perché non si è andati veramente sul Gran Sasso se non si va poi a mangiare gli arrosticini da Mucciante! 

Vista dal Monte Brancastello
Panorama visto dall'escursione del Monte Brancastello

Scheda dell’escursione:


Partenza: Altopiano di Campo Imperatore
Arrivo: Altopiano di Campo Imperatore
Difficoltà: E
Durata: 5 ore circa
Dislivello: 550m


Tutte le foto sono mie e del Signor Coso

venerdì 25 gennaio 2019

LA FALESIA JURASSIC PARK

OSSIA LA VOLTA CHE TI ASPETTI I DINOSAURI E INVECE TROVI UNA “VIA FERRATA”


Lo so che da tutte le mie disavventure non sembra, ma il Signor Coso e io siamo persone abbastanza accorte in montagna. Per questo motivo prima di tentare la nostra prima estate di klettersteig abbiamo pensato, ormai qualche anno fa, di seguire un corso CAI sulle vie ferrate. Il bello dei corsi CAI è che non si limitano a essere teorici ma regalano anche un po’ di pratica. Quindi, per tutti quelli di voi che si stanno chiedendo come sarebbe frequentare un corso CAI, ecco la storia della Falesia Jurassic Park, ossia della nostra uscita CAI.


Vista dalla grotta alla Falesia Jurassic Park
Il panorama della Falesia Jurassic Park visto dalla grotta dove finisce la via ferrata


Il corso di vie ferrate del CAI


Per quanto mi piacerebbe vendermi come un talento naturale dell’alpinismo (e per quanto io sia consapevole di confessarmi invece come una mezza sola dell’escursionismo e una campionessa della goffagine a 360°) devo ammettere che la ferrata del Piccolo Cir, ossia la mia prima klettersteig, non è stata un’esperienza poco programmata.

L’inverno che ha preceduto la nostra estate in Val di Badia, infatti, il Signor Coso e io ci siamo fatti due conti sul nostro entusiasmo per la montagna e la nostra aspirazione per le klettersteig e abbiamo pensato che fosse una buona idea rivolgerci a qualcuno di esperto. Così ci siamo iscritti al corso sulle vie ferrate della scuola CAI Franco Alletto. Ora la Franco Alletto è a Roma (ma ha anche un interessante, per quanto non aggiornato, canale YouTube per chiunque volesse darci una sbirciatina), ma le sezioni CAI si possono trovare un po’ in tutta Italia.



Purtroppo il Signor Coso ha fatto un insensato affidamento sulle mie capacità mnemoniche per cui non mi ha raccontato molto del corso in sé. Quello che posso dirvi in generale sul corso è decisamente poco e si potrebbe riassumere in:
  • una lezione teorica sui rischi della montagna in cui, tra l’altro, abbiamo imparato nozioni dal valore decisamente alto come “ferrata = metallo ovunque; temporale = fulmini; metallo = parafulmini; ferrata + temporale = brutta cosa”. Il che, riassunto in linguaggio umano, significa che se piove non si va in ferrata (anche perché la roccia della parete diventa fastidiosamente liscia) e che se ci si trova in parete e scoppia un temporale è importante allontanarsi il più possibile quanto prima e liberarsi di tutta l’attrezzatura di ferro;
  • una lezione teorica sull’attrezzatura e le tecniche specifiche 
  • una lezione in palestra sui nodi e l’allestimento delle soste
  • una lezione pratica presso la Falesia Jurassic Park in un sabato di primavera. 

L'arrivo alla grotta alla Falesia Jurassic Park
L'ingresso alla grotta che conclude la via ferrata della Falesia Jurassic Park

Le prove di via ferrata e la discesa in corda doppia nella Falesia Jurassic Park


La Falesia Jurassic Park, nonostante quello che potrebbe far pensare il nome, non c’entra nulla né con i T-Rex né con il professor Ian Malcom, mia cotta infantile. E per questo sono ancora un po’ in lutto, lo ammetto. In compenso, però, ha molto a che fare con diverse pareti di arrampicata oltre che con una piccola zona attrezzata ad hoc per allenarsi a percorrere le vie ferrate.

La falesia si trova vicino a Tagliacozzo, sulla strada che porta fuori dal piccolo paese di Petrella Liri. Dopo un paio di curve si raggiunge uno spiazzo abbastanza ampio da parcheggiarci più di una macchina. Da lì si è già arrivati nell’area attrezzata.

La zona ha tre attrazioni principali: una serie di due scalette (che però potrebbero anche essere montate volta per volta per il corso CAI), un punto allestito per la discesa in corda doppia e la via ferrata vera e propria.

Quel giorno noi eravamo una mezza bolgia: più di 20 persone con 5 istruttori CAI. Tra le oltre 20 persone c’era persino chi soffriva di vertigini (tanto di cappello allo sconosciuto di cui non ho mai memorizzato il nome che con le vertigini a 1000 ha provato a fare un corso di ferrate) e poi c’ero io che non sapevo neanche legarmi il dissipatore all’imbrago. Non che non sappia fare un nodo a bocca di lupo - eh! - ma il mio dissipatore è del tipo “mi piego ma non mi spezzo” quindi… di solito interviene il Signor Coso che lo “spiezza in due”. Insomma forse non eravamo il gruppo più brillante della storia dell’alpinismo...

Per poter far tutto, senza incalzarci più dello stretto necessario, siamo stati divisi in due gruppi. Il Signor Coso e io siamo finiti in quello che cominciava dalle scalette. Lo scopo essenziale di queste due scalette era quello di farci familiarizzare con la parete e l’avanzamento verticale. La regola base da imparare, in generale, era quella di tenere le longe del dissipatore nell’incavo del gomito per non lasciarselo troppo indietro. Sapete com’è: effetto della forza di gravità! Regola base da imparare per me: smettere di tremare. Spoiler alert. Non ho imparato.

La prima scaletta è piuttosto ampia e comoda, mentre la seconda si stringe un po’ e si fa più ardua, anche se forse la maggiore difficoltà è dovuta soprattutto al mancato allineamento delle due scalette. Io le ho fatte tremare entrambe neanche fossi il terremoto stesso. Il mio tremore però non aveva senso: ovviamente la salita era totalmente in sicurezza. Un istruttore ci faceva sicura da terra. Era un tipo strano, però affidabile: portava degli occhiali a prisma che gli permettevano di guardare in alto senza dove inarcare il collo. Decisamente comodo, ma inconsueto da vedere. Era talmente inconsueto che è rimasto nella fantasia collettiva per molto tempo al punto che, qualche mese dopo, senza nessun buon motivo ha cominciato a circolare sul gruppo Whatsapp del corso la convinzione che fosse morto, manco fosse Tonio Cartonio. Non lo era, ovviamente. Ma almeno adesso l’anonimo istruttore CAI può entrare a pieno titolo nella rosa dei morti ancora in vita insieme a Paul McCartney, Macaulay Culkin e Fabri Fibra. Fico no?!

Alla fine della scala dovevamo lasciarci andare. L’intero corso CAI è praticamente un continuo dover dare fiducia a sconosciuti. Il Tonio Cartonio del CAI ci doveva calare lentamente a terra. E qui se ne sono viste di tutti i colori. Qualcuno si è ancorato alle scale neanche fosse un riccio sullo scoglio. Vi giuro che era difficile convincere alcuni a staccarsi da lì.

Subito sopra la scala si sviluppano 5/6 metri di ferrata orizzontale dove è necessario avanzare con sedere in pizzo e piedi puntati sulla roccia. È un tratto breve, ma abbastanza sfidante, perfetto per imparare a cavarsela anche nei punti un po’ più ostici. Una volta calati nuovamente a terra era il momento di passare alla corda doppia.

Prima di farci affrontare una vera discesa in corda doppia ci hanno spiegato in sicurezza e con i piedi ben piantati a terra tutti i nodi e le sicure da usare e come fare a fermarsi e ripartire. Siccome vi ho già ammorbato sufficientemente su tutte queste tecniche quando vi ho raccontato del Monte Viglio direi di saltare la teoria e andare subito alla pratica.

Il punto allestito per la corda doppia si trova in cima a una rupe. Lì ci aspettava un altro istruttore pronto a controllare che fosse tutto a posto prima di dare il via alla nostra discesa per 20 metri. Nel complesso era una discesa piuttosto autonoma: unica sicurezza l’istruttore a terra sempre pronto a tirare la corda doppia per fermarci.

Discesa assistita alla Falesia Jurassic Park
La mia discesa assistita per 30 metri alla Falesia Jurassic Park


La via ferrata della Falesia Jurassic Park


A questo punto era già passata qualche ora ed era il momento di riunire i gruppi e affrontare la via ferrata vera e propria. Che poi fa ridere chiamarla così: “via ferrata vera e propria”. Che uno a sentirla chiamare così chissà che si immagina, magari l’Elferkofel e invece è praticamente un sentiero attrezzato. Che poi non è neanche un sentiero attrezzato, a dire il vero. La via per il Rifugio Re Alberto è un sentiero attrezzato, questo è più un semplice sentiero per il 90% del percorso. Il 10% che si potrebbe chiamare “attrezzato”, invece, è all’inizio e alla fine del sentiero.

I primi due/tre metri del sentiero sono particolarmente verticali e scivolosi. Un po’ per l’inesperienza, un po’ per il terriccio qui si potrebbe avere qualche difficoltà. L’istinto spinge quasi subito ad ancorarsi al cavo metallico. Il problema è che l’istinto di tutti agisce nello stesso identico modo e in più il cavo è un po’ lasso… così è quasi inevitabile che tira tu tira io… la mia mano resta intrappolata tra il cavo e la roccia. Così ho imparato quanto può far male affidarsi troppo al cavo della ferrata. Tra cavo e roccia, sempre scegliere la roccia!

Il secondo tragico tratto è quasi all’imbocco della grotta dove si conclude la ferrata. Qui un gradone di circa un metro e mezzo, due metri è riuscito a farmi incagliare come poche volte nella vita. Non c’era modo di superarlo. Non c’era appiglio, non c’era presa. Il cavo non aiutava. E io ero ferma a un passo dalla fine, destinata a essere per sempre un tappo nella lunghissima fila indiana di noi formichine ferratiste.

Ho provato a superare quel tratto più e più volte. Ricordo lo scarpone che non faceva presa e le mie braccine rachitiche che non erano in grado di trascinarmi su a forza. Ho supplicato il Signor Coso di salvarmi. Il mio orgoglio c’è rimasto particolarmente male per questo mio obbligatorio momento di debolezza. Cioè, ci fosse almeno stato il professor Ian Malcom da supplicare… e invece mi è toccato il Signor Coso. Me lo sono dovuto far bastare…

A dire il vero non ricordo precisamente come ho superato quel gradone. Forse mi ha sollevato di peso il Signor Coso, forse un miracolo mi ha permesso di trovare un appiglietto su cui far leva, forse un T-rex mi ha tirato su con le sue lunghe e possenti braccia. In effetti potrebbe essere… tra le tre quella del T-rex mi sembra l’opzione più plausibile.

Fatto sta che alla fine sono arrivata anche io all’interno della grotta dove l’ultimo istruttore aveva già attrezzato la sosta per permetterci di fare la discesa assistita di 30 metri che ci avrebbe riportato fuori dalla ferrata.

Una discesa assistita significa non fare nulla se non sporgersi abbastanza da permettere all’altro di calarti in sicurezza e tenere lontane le mani dal cavo. Davvero, si deve fare solo questo: sporgersi, non toccare il cavo e camminare. E sapete quali sono state le tre cose che ha sbraitato più spesso l’istruttore?

  1. “Sporgiti! E sporgiti! Su forza sporgiti! Più fuori! Più fuori! Devi scendere in parete quindi vai sulla parete! SPORGITI!”
  2. “Togli le mani dal cavo! Non tenerti al cavo! Togli le mani dal cavo ci penso io! Non è una discesa in corda doppia: togli le mani dal cavo! Togli quelle mani o te le taglio! TOGLI. LE. MANI. DAL. CAVO!”
  3. “Non saltare! Non saltare! Devi camminare! Cammina! Non fare come 007 che non ha senso! Non saltare! Non si salta, si cammina! Non saltare! Ti ho detto di NON SALTARE!”
A ripetizione. Poveraccio!

Comunque una volta a terra era finito tutto. Tu eri vivo, l’insegnante senza voce e la tua adrenalina era talmente tanta che per i tre giorni successivi sembrava ti fossi fatta di cocaina. Ah! L’effetto della montagna!

Quindi, tirando le fila:

  • il corso del CAI? Buono, molto buono!
  • come iniziare con le ferrate? Facendo un corso CAI o se si hanno amici esperti facendosi fare un corso perfetto, serio e completo da loro
  • Jurassic Park? Una falesia davvero divertente!
  • La via ferrata? Semplice ma carina.
  • La corda doppia? Bella!
  • La discesa assistita? Più comica che terrorizzante.
  • Il professor Ian Malcom? Non pervenuto.
  • Il T-rex? Il mio nuovo eroe!
Sulla via ferrata della Falesia Jurassic Park
La via verdeggiante della ferrata della Falesia Jurassic Park


Le foto sono tutte del Signor Coso

venerdì 11 gennaio 2019

L'ESCURSIONE AL MONTE CAVA

#GIROGIROCOSO: LA STORIA DEL CROCEVIA INDEMONIATO


Primo articolo del 2019 e per cominciare al meglio ho deciso di raccontarvi del più grande buco nell’acqua alpinistico del Signor Coso e dell’Amico Esperto. Si comincia al meglio perché quella volta io non c’ero per cui il buco nell’acqua non è mio! Protagonista di questa nuova puntata di #GiroGiroCoso è l’escursione al Monte Cava.

Panoramica del Monte Cava
Panoramica dal Monte Cava

L’avvicinamento al Monte Cava


Se state cercando il Monte Cava sulla mappa vi consiglio di ignorare il Massiccio del Gran Sasso e la Majella: non è lì che lo troverete. Il Monte Cava fa parte del Gruppo Montuoso San Rocco-Monte Cava e costituisce lo spartiacque tra la provincia dell’Aquila e quella di Rieti, sempre ammesso che si possa parlare di “spartiacque” quando si parla di una catena montuosa…

Fatto sta, comunque, che il Monte Cava è un po’ il rejetto dell’Appennino Centrale, se mi passate il termine: non fa parte del Gran Sasso, non fa parte della Majella e neppure la catena del Sirente-Velino lo vuole. Insomma un appestato!

Per raggiungerlo è sufficiente prendere l’Autostrada dei Parchi in direzione L’Aquila (sempre ammesso che non stiate già all’Aquila ovviamente) e uscire a Tornimparte. In realtà potreste raggiungerlo anche dal ben più vicino paese di Corvaro, da non confondere con Corvara che invece sta in Alto Adige. Il Signor Coso e l’Amico Esperto, però, l’hanno avvicinato da Tornimparte, forse perché temevano di sbagliare e finire in Alto Adige altrimenti. E fidatevi: per come è andata poi la cosa non era un rischio così improbabile!

Una volta usciti dall’autostrada si devono sopportare un po’ di tornanti per raggiungere una piazzola dove è possibile parcheggiare. La zona su cui si affaccia la piazzola si chiama Prato Capito (un nome piuttosto ironico, ma su questo ci torniamo dopo) e le coordinate le trovate qui.

Dalla piazzola parte una strada che si potrebbe percorrere in macchina ma il Signor Coso e l’Amico Esperto si sentivano sportivi quel giorno: hanno parcheggiato e l’hanno intrapresa a piedi. Quindi la nostra escursione comincia qui.


Discesa in corda doppia sul Monte Cava
Una prova di corda doppia sul Monte Cava

L’escursione al Monte Cava


La stradina che scende dalla piazzola si tuffa nella conca verde di Prato Capito fino a un incavo dove diverse attrezzature per il barbecue fanno supporre che, sebbene il Monte Cava non è il più famoso per le escursioni, non è certo ignorato dai buon gustai.

Se c’è una cosa di cui sono certa è che l’Amico Esperto e il Signor Coso siano, senza ombra di dubbio, delle buone forchette. D’altro canto ho sentito più discorsi sulla cucina in vetta a una montagna che intorno a un tavolo. Quella volta, però, se dobbiamo fidarci della loro parola, sono riusciti a resistere alla tentazione del barbecue e hanno proseguito sulla loro strada. Come avranno fatto? Le opzioni sono due: o l’amore per la montagna omnia vincit oppure una rivolta di salsicce li ha costretti a giurare che non avrebbero mai più mangiato un insaccato e a darsela a gambe levate. Chissà quale delle due opzioni è quella giusta...

Mentre stavano scappando dalle salsicce, ops!, volevo dire proseguendo la loro escursione hanno imboccato un sentiero nel bosco che tra piccole discese e tratti pianeggianti li ha portati a circumnavigare la conca erbosa fino a raggiungere un crocevia.

Sapete cosa si dice dei crocevia? Che sono i luoghi migliori dove perdersi. Puoi stare ore e ore a pensare quale strada prendere, ma se sei bloccato in un crocevia puoi metterci la mano sul fuoco che non prenderai quella giusta. L’unico modo per non perdersi a un incrocio è sapere da che parte andare, che poi è anche l’unico modo per non perdersi in generale. Ma se non sai dove andare… beh! Allora il crocevia stava aspettando proprio te perché non c’è cosa che diverta di più un crocevia che far perdere qualcuno. Ci vanno proprio matti per queste cose. So che c’è un incontro annuale dei vari incroci dove fanno i conti su quante persone sono riusciti a far perdere e quello che ne ha fatte perdere di più vince il premio “Crocevia infame dell’anno”. Se fai perdere la strada alla stessa persona più volte consecutive vale doppio. Quel crocevia là, alla fine del bosco, quell’anno ha vinto di certo. Non per niente il Signor Coso e l’Amico Esperto qualche mese dopo hanno ricevuto un biglietto di ringraziamento. Era anonimo ma sono certa fosse del crocevia perché il postino si è perso più volte per recapitarlo.

L’incrocio per arrivare al Monte Cava è un lontano cugino del Triangolo delle Bermuda. Non per niente non appena sono arrivati lì il GPS dell’Amico Esperto ha cominciato a dare di matto. Siccome non voglio credere al complotto del GPS ubriaco dal giorno prima per combutta con il crocevia, sono propensa ad avvalorare la tesi di un avvelenamento da poli invertiti della freccetta del GPS da parte dell’incrocio. Gli esperti, comunque, indagano ancora sulle varie piste.

Fatto sta, comunque, che privi del loro navigatore il Signor Coso e l’Amico Esperto si sono ritrovati a dover scegliere che strada fare, ed è lì che sono cominciate le comiche manco fossero su Benny Hill.

Hanno scelto il sentiero n. 1, lo hanno seguito per un po’. Mezz’ora, diciamo? Poi hanno capito di aver sbagliato strada. Sono tornati indietro. Altra mezz’ora. Sentiero n.3. Nada! Indietro. Sentiero n. 5. Un buco nell’acqua. Sentiero n. 5b per tentare di raggiungere il sentiero n. 4 senza tornare indietro. Un fallimento. Tornati di nuovo al crocievia. Sentiero n.7. Sentiero n. 10. Sentiero n. 2. Sentiero n. 28. Sentiero n. 5 (di nuovo). Sentiero n. 365. Sentiero n. 67. Sentiero n.3 (già fatto?). Sentiero n. ¼. Sentiero n. . Sentiero n. radice quadrata di 
853.098. Sentiero n. le uova di Calimero dopo che è passato Topo Gigio. E ancora di nuovo ferma al crocevia.

A questo punto erano stanchi, accaldati (il sole stava cercando di scioglierli dall’interno per quanto bruciava) e assetati (l’acqua era ormai agli sgoccioli). E nella disperazione più totale si sono fatti una domanda “ma non è che il quad copre qualche indicazione?” Sì, gente: c’era un quad. Non hanno ancora cominciato ad avere le allucinazioni. Un pastore piuttosto moderno aveva parcheggiato il suo quad sul crocevia. Così si sono affacciati oltre al quad e… eccolo lì, il cartello! Un cartellino piccolo, a loro difesa, e attaccato abbastanza in basso per essere nascosto da un quad ma c’era e indicava precisamente il sentiero per il Monte Cava. Così, rincuorati, lo hanno intrapreso.

Il Signor Coso descrive questa salita come un percorso erboso, senza troppe difficoltà né molta pendenza, quasi una grande collinetta. Quindi vi sorprenderà scoprire che alla fine questa salitina li ha sconfitti. Si erano persi troppe volte ormai per riuscire ad arrivare sulla vetta del Monte Cava (2000 m). Erano stanchi ed era ormai troppo tardi. Così al primo spiazzo giusto che hanno trovato si sono fermati hanno attrezzato una discesa in corda doppia per allenarsi un po’ (ebbene sì, si sono persi mille volte portandosi dietro tutto il peso dell’attrezzatura per la corda doppia) e hanno fatto qualche discesa. Nulla di divertente come avremmo poi fatto un annetto dopo sul Monte Viglio, ma per lo meno quel giorno hanno fatto qualcosa di più del perdersi soltanto.



Il ritorno dal Monte Cava


E niente: questa è la storia del buco nell’acqua che è stata l’escursione al Monte Cava. Per lo meno quando sono tornati indietro, per la stessa strada dell’andata, non si sono persi. E quando hanno raggiunto Prato Capito, alla fine di una giornata in cui non ci avevano capito niente, la rivolta delle salsicce era stata spenta e un porchettaro li attendeva vicino alla loro macchina per rifornirli di bevande. Erano rimasti completamente privi d’acqua in un giorno d’estate sull’Appennino: praticamente il peggior incubo di qualunque alpinista!

Alla fine sono sopravvissuti, ma sul Monte Cava che io sappia non ci sono più tornati: avranno paura che il crocevia voglia vincere di nuovo il premio annuale...


Discesa in corda doppia su un pendio sul Monte Cava
Pendio = prove di corda doppia sul Monte Cava
Tutte le foto sono del Signor Coso o dell'Amico Esperto

venerdì 28 settembre 2018

LA SALITA AL MONTE AQUILA

#GIROGIROCOSO: UN FERRAGOSTO MARE E MONTI

Udite! Udite! #GiroGiroCoso è fra noi! Festeggiate e suonino le trombe! La rubrica delle avventure del Signor Coso è qui per farvi sognare. E per cominciare vi porta sull’ottava cima più alta del Gran Sasso: il Monte Aquila


Cavalli al pascolo a Campo Imperatore. Sullo sfondo il Monte Aquila e il Corno Grande
Cavalli nella piana di Campo Imperatore. Sullo sfondo il Monte Aquila e il Corno Grande

Cos’è #GiroGiroCoso


Lo so cosa vi state chiedendo: “e adesso cos’è questa storia di #GiroGiroCoso?”.

C’è stato un tempo in cui il Signor Coso non era il Signor Coso, non era neppure un Coso! C’è stato un tempo in cui il Signor Coso era un bel batuffolo di bimbo che zompettava per le montagne e non si sognava neanche lontanamente di incontrare una folle come me sulla sua strada.

Ecco! Il Signor Coso aveva una passione per la montagna molto prima che l’avessi io, in fin dei conti questa passione me l’ha trasmessa lui, e quindi ha nella sua saccoccia un pugno di escursioni che io non ho neanche mai visto da lontano. Così ho deciso di rubargliele e creare #GiroGiroCoso: la rubrica delle avventure del Signor Coso senza di me.

Su, su, non rattristatevi troppo per la mia assenza. Alcune di queste avventure hanno per protagonista un piccolo pacioccosissimo Signor Cosino, altre invece vedono il Signor Coso in carne e ossa e tutti i 190 cm di altezza che lo compongono. In qualche venerdì completamente random vi capiterà di leggerle. Non saprete mai quando arriveranno. Un giorno vi girerete e zac! #GiroGiroCoso sarà di nuovo lì! Tipo un maniaco con l’impermeabile… però più carino (e un po’ meno sconcio).

E adesso che le idee sono più chiare e abbiamo risposto a tutte le domande, silenzio in sala: comincia l’escursione!


Vista del Monte Aquila e del Corno Grande dal sentiero per la vetta del Monte Aquila
Panorama del Monte Aquila (a destra) e del Corno Grande (a sinistra)

La salita al Monte Aquila


L’escursione del Monte Aquila parte dall’Overlook Hotel che no, non è dentro un DVD di Kubrik ma a Campo Imperatore (2120m) perché è l’Hotel Campo Imperatore. E lassù potete arrivarci sia in funivia che in macchina e non vi preoccupate: di solito c’è parcheggio per tutti, anche per un po’ di più di tutti. Di solito, dico, perché se per caso metà popolazione mondiale decide che proprio quel giorno vuole andare a passeggiare sul Gran Sasso vi tocca tornare un po’ più in giù e parcheggiare lungo la strada. O per lo meno questo è toccato al Signor Coso e, d’altro canto, lo sapete voi quant’è metà della popolazione mondiale? Circa 3,5 miliardi di persone! Ora il Gran Sasso è grande però insomma! Anche lui prima o poi finisce.

Ecco! Da quel che dice il Signor Coso quel ferragosto, uno dei più assolati della storia, 3,5 miliardi di persone avevano deciso di riunirsi proprio lì, a Campo Imperatore, e non la finivano più di arrivare. Ce ne era proprio per tutti i gusti! Qualche indiano navajo, degli eschimesi e alaskesi qualche portatore yogistano, una manciata di pinguini artici, e c’erano pure un paio di Atlantidesi. Insomma c’erano proprio tutti e si stava un po’ stretti. Il Signor Coso però è un tipo serafico: ha fatto un bel respiro, ha parcheggiato nel primo anfratto disponibile, e via a camminare sul sentiero che sale da Campo Imperatore al Rifugio Duca degli Abruzzi passando accanto all’Osservatorio.

Superando il sentiero a sinistra che porta a Pizzo Cefalone, si sale dritti per un sentiero a zig zag, però dopo già 10 minuti si abbandona lo zig zag per intraprendere la traccia a destra che si allontana dal Monte Portella e punta diretta alla Sella del Monte Aquila (2335m).

La sella non è la vetta, che altrimenti si chiamerebbe vetta e questa storia sarebbe già finita. Quindi no, la sella non è la vetta, ma un bel pezzo di mondo incastrato tra il Monte Aquila e il Corno Grande. Un pezzo di mondo che, per altro, in poco tempo precipita a insaputa del Signor Coso in un'altra sella, la Sella del Corno Grande (2421m). E anche questa, ovviamente, è la sella non la vetta. Se volete andare sulla vetta del Corno Grande, che poi è forse il monte per antonomasia che chi non conosce il massiccio crede sia IL Gran Sasso, dovete svoltare a sinistra verso la via normale. Che da lì si raggiunga la via normale me lo ha detto internet perché il Signor Coso era un po’ insicuro tra lei e la via delle creste. Lui era insicro, io invece le confondo proprio: il weekend scorso ho visto la via delle creste e credevo fosse la via normale… o era il contrario? Non ricordo proprio! 


La cresta del Monte Aquila
La cresta del Monte Aquila
Lasciandosi il Corno Grande sulla sinistra, invece, si può proseguire verso il Monte Aquila attraverso un tranquillo percorso erboso che non espone a nessun rischio e che sarebbe stato facilissimo affrontare se solo il Signor Coso quel giorno non avesse avuto sul groppone molto più peso del solito. Ebbene sì, in mia assenza il Signor Coso si è ritrovato a dover portare al posto della doppia borraccia (che così spesso ha portato sull’Appennino con me) un ben più pesante bastone da selfie. È un’attrezzatura che di solito non ci portiamo in vetta, e che comunque il Signor Coso non si è più portato dietro visto l’infelice conclusione… ma non affrettiamo i tempi! Voi intanto ricordatevi la parola selfie stick, e andiamo avanti.

Al termine di una cresta erbosa per niente esposta si raggiunge la vetta di questa collinetta che un po’ a tutti piace chiamare Monte Aquila (2495m). Da lassù si può godere una vista stupenda dei monti intorno, del Bivacco Bafile del Corno Grande, ma soprattutto del versante opposto della montagna che è, immagino, tipo l’arcinemico dell’alpinista. Perché dico così? Perché si chiama Valle dell’Inferno. Ora ditemi voi se può essere un luogo ameno e accogliente una valle chiamata “valle dell’Inferno”. È ovvio che sia una landa di lava e diavoli con i forconi. Mi sembra evidente che deve essere così! Per fortuna si sale dal lato opposto su questa bella vetta incoronata da una croce di ferro rosso.

Galeotta fu proprio la croce. Perché il Signor Coso, stanco di farsi i selfie con il selfie stick, ha pensato bene di chiedere a un signore in vetta con lui di fargli una foto. Compito del signore: fare una foto che riuscisse a ritrarre il Signor Coso, sua madre e la croce in un colpo solo. Procedura di scatto del signore: indietreggiamento di qualche metro, individuazione dell’angolo migliore, accensione dei faretti per illuminare perfettamente la scena, acquattamento sulle punte per l’effetto “fotografo acrobatico”, preparazione di Photoshop per i giusti ritocchi, lieve zoom. Foto del signore: la pancia del Signor Coso. Giuro che è stato così! Allego prove fotografiche alla fine dell’articolo (prego per le risate).

E quindi niente: ditemi voi se quel bastone dei selfie non è stato il più inutile peso della storia!


Croce di vetta del Monte Aquila
La croce di vetta del Monte Aquila

La discesa dal Monte Aquila


Dalla vetta del Monte Aquila le scelte sono molteplici: si potrebbe intraprendere la direttissima per il Corno Grande (che però è una salitona alquanto alpinistica quindi nel caso portatevi un casco) oppure ridiscendere verso il Brancastello proseguendo per la via di salita e raggiungendo Vado di Corno.

La scelta del Signor Coso è stata quella di fare dietro front e tornare sui suoi passi. Quindi sulla via di discesa non c’è molto da dire, se non che arrivati verso il Rifugio Duca degli Abruzzi sua madre e lui hanno assistito all’atterraggio di un elicottero. A dire il vero non capita tutti i giorni di veder atterrare un elicottero in montagna, per cui è comprensibile che questo evento li abbia abbastanza colpiti al punto che la mamma del Signor Coso ha deciso di fotografarlo.

Ovviamente per far entrare un elicottero nella foto bisogna stare un po’ lontani così indietreggia tu che indietreggio anche io, un passo indietro tu un passo indietro io… inciampa tu che inciampo anche io. Malefico montarozzo di 10 centimetri di terra ed erba alle sue spalle! Per fortuna che non c’era un burrone se no faceva la fine di Rowan Atkinson in Hot Shots 2 (se non sapete di che parlo vedetevi il video qui sotto).



Comunque visto che sua madre era incredibilmente sopravvissuta al montarozzo, il Signor Coso ha pensato bene di farle scoprire il vero capolavoro di Campo Imperatore: Mucciante! Infatti dall’albergo Campo Imperatore in macchina bastano dieci minuti per arrivare alla macelleria di Fonte Vetica, ai piedi del Monte Camicia, e strafogarsi di arrosticini. Sempre che si riesca a raggiungere il bancone visto la fila che c’è sempre. E quel giorno, per altro, tutte le 3,5 miliardi di persone si erano spostate dalla vetta alla macelleria. Mica stupidi eh! Così il Signor Coso ha dovuto far la fila. Per fortuna che aveva fatto amicizia con i pinguini antartici, un po’ meno simpatici i portatori yogistani a suo dire: con tutti quei rumori di stomaco…

Alla fine della giornata i nostri due poveri eroi erano stanchi di essere circondati di gente, così hanno pensato di scappare dal Gran Sasso e se ne sono andati a Torvaianica. Sì avete letto bene: Torvaianica, Lazio, Mar Tirreno, 0 m.s.l.m. Insomma da 0 a 100… e c’hanno trovato gli altri 3,5 miliardi di persone che non erano stati a Campo Imperatore. Che Ferragosto solitario! 


Il sentiero del ritorno dal Monte Aquila verso l'Osservatorio
Il sentiero di ritorno dal Monte Aquila verso l'Osservatorio di Campo Imperatore

Scheda della ferrata:


Partenza: Campo Imperatore (a piedi)
Arrivo: Campo Imperatore (a piedi)
Difficoltà: E
Durata: 2.30 ore circa
Dislivello: 400m

Rifugi: Rifugio Duca degli Abruzzi

Foto della pancia del Signor Coso invece che del Signor Coso con la croce di vetta del Monte Aquila
La miglior foto della storia del Signor Coso!

Tutte le foto sono del Signor Coso tranne la foto della pancia del Signor Coso… quella è dello Steve McCurry della montagna. Grazie sconosciuto amico per le risate!

venerdì 13 luglio 2018

LA SALITA A PIZZO CEFALONE

LA VOLTA CHE NON CI SIAMO PERSI… MA ABBIAMO PERSO IL RIFUGIO GARIBALDI

Signore e signori… sto per rivelarvi un segreto segretissimo e importantissimo. Rullo di tamburi, prego! Suspance hitchcockiana…
Ho trovato un posto sull’Appennino che ha i cartelli! Giuro! Cartelli, segnavia, sentieri tracciati... tutto l’armamentario! Neanche fossimo sulle Dolomiti. Mi ha quasi commossa. Curiosi di sapere come si chiama questo miracolo divino? Pizzo Cefalone!


Cresta per la via di Pizzo Cefalone

L’avvicinamento alla salita a Pizzo Cefalone


La salita di Pizzo Cefalone inizia da Campo Imperatore (2130m), da quello spiazzo dove arriva a parcheggiarsi la funivia. E se non avete voglia di stare agli orari dell’impianto potete comodamente parcheggiarci anche la vostra macchina, o, se vi chiamate Coppi, Pantani o Girardengo e state correndo il Giro di Italia, la vostra bicicletta.

Il piazzale è uno di quei posti che si fanno notare. Sarà per la meravigliosa chiesetta – che io credo sia la più bella chiesetta di montagna del mondo, chiedo perdono alla Chiesa di Santa Lucia – o per i due hotel che ci sono cresciuti speculari come due alberi che si fanno ombra a vicenda. L’hotel perfettamente parallelo alla chiesetta è ancora in funzione: è un ostello con bagno comune che prima o poi, probabilmente, sperimenterò e con un bar che nel pomeriggio era più pieno di un formicaio. L’Hotel Campo Imperatore, più grande e rosso, è, invece, un rudere imbruttito che promette di farsi ristrutturare, prima o poi, ma che nel frattempo ricorda tanto l’albergo di Shining al punto che non mi sarei stupita, mentre lo guardavo, se ne fosse uscito un Jack Nicholson urlante e ascia munito. E invece niente. Che poi, per inciso, se volete saperlo, Jack Nicholson non credo ci abbia mai messo piede, ma in compenso nel 1943 ci ha “soggiornato” per 14 giorni (alias ci è stato imprigionato) Benito Mussolini prima che i tedeschi lo liberassero.

Noi non siamo qui per dormire, andare alle terme o in piscina (nel nostrano Overlook Hotel sembrerebbe ci siano anche loro) quindi spalle agli agi mondani e via con l’escursione! 


Inizio dell'ampio sentiero che porta a Pizzo Cefalone

La salita a Pizzo Cefalone


Facciamo una premessa necessaria: no! Non ci siamo persi. Davvero! Ripudio qualsiasi affermazione sul Signor Coso e me che vaghiamo persi per raggiungere Pizzo Cefalone. Eravamo soli, senza GPS ubriachi, mappe o amici esperti. L’unico aiuto che ci eravamo concessi era una guida dei 2000 appenninici e i nostri ragionamenti. E sì, alle prime abbiamo un attimo sbagliato strada, ma a nostra difesa è stato solo un momento e totalmente giustificato: la guida stava mentendo!

Guardando infatti verso l’osservatorio, un’imponente struttura che non può passare inosservata, si individua facilmente un sentiero che si dipana a sinistra, lungo la mezzacosta del Monte Portella. La nostra guida, però, ci diceva di superare l’osservatorio prima di incontrare la svolta. Non è vero. Non so da che punto il libro si immaginava che attaccassimo l’escursione, ma vi assicuro che spalle verso l’Hotel Campo Imperatore non è necessario intraprendere il sentiero che superato l’osservatorio prosegue a zig zag fino al Rifugio Duca degli Abruzzi. Quello lo facciamo al ritorno.


Fregati dalla nostra stessa guida siamo dovuti tornare sui nostri passi e senza molta fiducia abbiamo intrapreso il sentiero n. 102 che in un continuo sali e scendi aggira il Portella e regala viste stupende sulla vallata stesa ai piedi di Assergi. Questo è un sentiero ampio e tranquillo che d’estate non dà particolari guai; quindi io me li sono portati da casa. Sapete cosa non dovreste mai fare dopo un primo intervento di devitalizzazione di un dente? Andare sul Gran Sasso, a 2000 metri dal livello del mare, con il freddo e il vento gelato. Non importa quanto proverete a stare in silenzio per non far entrare l’aria fredda in bocca (sfida ardua per me che non sto mai zitta), soffrirete comunque di un mal di denti fastidioso che, a seconda della vostra sopportazione, potrà andare da un livello 0 stile Flanders del tipo “accipicchierina, ho un dolore dolorino” a un livello 100 del tipo “oddio! Strappatemi tutti i denti! Ora e subito!”. Personalmente mi collocavo in mezzo, della serie “toglietemi i denti subito subitino”.

Una volta che il sentiero finisce di aggirare il Monte Portella si raggiunge una sella con i primi cartelli che io per un attimo, obnubilata da Ned Flanders in persona, ho creduto fossero un’allucinazione. In fin dei conti chi lo aveva mai visto un cartello sull’Appennino? Appunto su questi cartelli però: non so perché ma nelle selle indicano che si è in vetta. Non è vero! Una sella è una sella! Non lasciatevi ingannare. 


Cartelli segnavia sul sentiero per la salita di Pizzo Cefalone

Seguendo le indicazioni dei miracolosi cartelli abbiamo ignorato la svolta che ci avrebbe portato nella sottostante Val Maone e, prendendo il sentiero n. 111, abbiamo continuato verso nord/nord-ovest sul lato più esterno della cresta.

La strada era quella giusta e da qui in poi è un susseguirsi di chilometri senza svolte quindi confermo quanto detto all’inizio: non ci siamo persi. In compenso, però, ci siamo persi il Rifugio Garibaldi che a quanto dice tutto il mondo se ne sta bello acciambellato nella Val Maone. Non che noi lo volessimo raggiungere, però il fatto è questo: per tutto il percorso verso Pizzo Cefalone si passeggia su una cresta che dà liberamente sulla Val Maone, che è in sostanza una conca senza alberi o edifici o siepi o qualsiasi altra cosa possa impedire lo sguardo. Quindi, dove diamine si era nascosto il Rifugio Garibaldi? Perché non lo abbiamo visto né all’andata né al ritorno? Manco fosse Wally! Offro ricompensa a chiunque mi saprà spiegare soddisfacentemente dove si fosse nascosto il Rifugio Garibaldi. Si era seppellito? Stava studiando mimetizzazione? Era in vacanza?

Ignari che ci stavamo perdendo il Rifugio Garibaldi abbiamo proseguito superando anche quei brevi tratti in cui il sentiero si fa esposto, stretto e un po’ friabile. D’estate questi tratti sono facilmente affrontabili: nulla che un po’ di attenzione non possa gestire. D’inverno e d’autunno, e se ci penso bene secondo me anche di primavera, sono invece una realtà spinosa e pericolosa. Con ghiaccio, neve o disgelo Pizzo Cefalone mantiene di colpo fede al suo nome che poi, in dialetto, significa scivolone. È per questo motivo che considero Pizzo Cefalone una montagna bipolare: gentile d’estate, pericolosa e ostile in tutto il resto dell’anno. Quindi fatemi un favore e fate come noi: andateci d’estate, col sole e il caldo.

Verso la fine dell’escursione si è obbligati a svoltare a destra per un canaletto detritico un po’ critico, ma che in neanche dieci minuti si supera per raggiungere l’ultimo bivio. Qui si ritrovano i cartelli, ma ricordate cosa vi ho detto? Non crediate che dicano il vero quando affermano che siete in vetta! Da qui, anzi, se si va a sinistra si può percorrere l’esposta cresta di Malecoste che, dopo un lungo trekking, porta alla croce di papa Wojtyla, mentre a destra si sale in poco tempo per la vetta di Pizzo Cefalone. Non fatevi spaventare dalle prime rocce un po’ difficili da superare: dieci minuti e si è in vetta (2533m) dove troneggiano ben due croci.

Se siete fortunati come noi da lassù potrete godervi uno spettacolo mozzafiato: l’intera vallata di Assergi, la Sella del Grillo (o era la Sella Cefalone? Non l’ho capito), il Pizzo Intermesoli, il Corno Piccolo e il Corno Grande del Gran Sasso, il Monte Aquila e il Monte Portella e, un po’ più spostato rispetto agli altri, il Monte Corvo che dicono sia molto selvaggio ma che ha un nome talmente bello che prima o poi ci voglio andare (sì, le mie scelte escursionistiche non sono proprio le più razionali) e lontano il Lago di Campotosto.


Croce sulla vetta di Pizzo Cefalone

La discesa al Rifugio Duca degli Abruzzi (passando per il Monte Portella)


Dopo aver sbranato tutti i panini che mi ero portata dietro, e aver origliato anche troppi discorsi su boy scout, catechismo e messe, il Signor Coso e io abbiamo intrapreso la via del ritorno che, per un buon tratto, si sovrappone a quella dell’andata.

In realtà se si volesse si potrebbe rifare tutta la via di andata fino a Campo Imperatore, ma ci eravamo già persi il Rifugio Garibaldi, perché perderci anche il Rifugio Duca degli Abruzzi? Così, arrivati alla sella del Monte Portella abbiamo abbandonato il sentiero n. 111 in favore del sentiero 100D salendo a sinistra per una ripida cresta che in una mezz’ora ci ha portati alla vetta ovest del Monte Portella (2385m). Qui non c’è croce o madonnina, ma solo un masso di medie dimensioni acciambellato sopra a un cuscino di bandiere variopinte e tatuato con il nome della vetta su cui si trova. Nulla di particolarmente scenico e fino a oggi ho creduto che finisse tutto lì, ma ecco il secondo colpo di scena… ci siamo persi pure la vetta più alta del Monte Portella!

Ebbene sì, dopo le Torri di Casanova ci siamo persi anche il Portella. Dannazione! Poi vi spiego come è capitato. Nel frattempo però sappiate che proseguendo per il sentiero 100D lungo il filo di cresta si arriva in poco tempo al Rifugio Duca degli Abruzzi (2388m). Prima però si passa affianco a un prato pieno di sassi con cui molti si sono divertiti a comporre scritte. Lo abbiamo fatto anche il Signor Coso e io. La mia idea iniziale era scrivere “Pensieri Verticali”, ma vi immaginate quanto ci avrei messo? Così mi sono limitata alla sigla. La foto la metto sulla pagina Facebook se siete curiosi di vederla.

A parte i sassi questo prato dovrebbe, in teoria, essere terra buona per genziane e orchidee che fioriscono tra giugno e luglio. Noi ci siamo stati proprio in quel periodo. Non so come siano le genziane in fiore (le ho viste sempre e solo in bottiglia), ma di orchidee fiorite nessuna traccia. Uguale per camosci e grifoni che a quanto pare frequentano la zona. Che poi sarei stata anche curiosa di vedere come è fatto un grifone; credevo fosse una figura mitologica tipo un gargoyle…

Se volete un buon motivo per raggiungere il Rifugio Duca degli Abruzzi (oltre a questa foto di qualche anno fa del rifugio completamente ghiacciato) ve ne posso dare due: una crostata ai frutti di bosco bestiale e una torta cioccolato e nocciole enorme e squisita! Che volete di più? Non sono buone motivazioni persino per scalare il K2 di inverno? E allora che sarà mai allungare per loro la via del ritorno di questa facile escursione


Panorama dal sentiero di Pizzo Cefalone

Finito di spazzolarci i dolci siamo ripartiti un’ultima volta intenzionati a ridiscendere per lo zig zag che in circa venti minuti riporta a Campo Imperatore. Ovviamente, però, all’inizio abbiamo sbagliato strada così abbiamo fatto cinque o sei passi alle spalle del rifugio lungo la via di cresta che ci avrebbe portato al Monte Aquila, alla direttissima per il Corno Grande e soprattutto alla vetta più alta del Monte Portella (2422m). Ecco dove l’abbiamo persa: quando ridendo siamo tornati sui nostri passi dandoci dei polli per aver sbagliato strada così velocemente… siamo dei polli perché per la seconda volta consecutiva ci siamo persi una vetta! Dannazione!

Chiudiamo con un messaggio di servizio: lungo la strada dal Duca degli Abruzzi a Campo Imperatore abbiamo trovato degli occhiali da sole con lenti specchiate gialle e li abbiamo portati al bar dell’ostello. Sì, sono passate due settimane, ma se tu – proprietario degli occhiali – stai leggendo questo post sappi che gli occhiali sono lì (se nessuno se li è inguattati).

E quindi niente: ecco qui la salita a Pizzo Cefalone, uno dei pochi angoli d’Appennino pieno di cartelli e soprattutto una delle poche escursioni in Abruzzo in cui non ci siamo persi. Ci sarebbe quasi da montarsi la testa, se non rischiassi di perdermi ogni giorno anche sotto casa. 


Segnavia piramidali di pietre sul sentiero per Pizzo Cefalone

Scheda dell'escursione:


Partenza: Campo Imperatore (a piedi)
Arrivo: Campo Imperatore (a piedi)
Difficoltà: E
Durata: 4 ore circa
Dislivello: 450m
Sentieri: 102, 111, 100D
Rifugi: Rifugio Duca degli Abruzzi

Tutte le foto sono del Signor Coso

venerdì 29 giugno 2018

LA SALITA ALLE TORRI DI CASANOVA

LA VOLTA CHE… "SCUSATE MA DOVE DIAMINE È LA FERRATA E QUANDO ARRIVA IL SOCCORSO ALPINO A SALVARMI?"

Sono stata sconfitta! È ufficiale. Sono traumatizza, completamente a pezzi, con la dignità in frantumi. Ebbene sì: un’escursione mi ha devastata. Ma non un sentiero alpinistico qualunque, ma la salita alle Torri di Casanova, ossia l’estrema propaggine occidentale della dorsale del Monte Prena. E visto che a conti fatti è stato il Prena, il mio monte appenninico preferito, a farmi questo, sono mortalmente ferita nei sentimenti. Quindi quest’escursione provo a raccontarvela dal punto di vista del Signor Coso perché dal mio sarebbe solo un “tu quoque Prena, filii mi? Pecché? Pecchééé?” (prego, usare tono iperacuto e terribilmente melodrammatico quando lo leggete).

La cresta dalla sella delle Torri di Casanova

La partenza da Piano di Pietranzoni


In principio era il buon umore. La salita alle Torri di Casanova prevede una breve ferrata che sulla carta non sarebbe dovuta essere troppo difficile. Ora, noi avevamo già fatto una ferrata in Liguria (la Ferrata degli Artisti) e tre in Trentino (vi suonano familiari la ferrata del Piccolo Cir, la Tridentina e la ferrata del Col Rodella), ma in Abruzzo non ne avevamo ancora fatta nessuna; quindi eravamo in brodo di giuggiole all’idea.

Così, armati di entusiasmo, buon umore e attrezzatura, siamo partiti di buon’ora da Roma e verso le otto eravamo poco oltre il bivio tra Campo Imperatore e Castel del Monte, là dove si lascia la macchina in uno slargo sulla destra in corrispondenza con dei cartelli informativi. E davanti a noi, d’un solo tratto, si dipanava l’infinito mare verde di Piano di Pietranzoni (1660m).

Se credete che l’oceano sia spaesante provate ad andare al Piano di Pietranzoni: qui sì che la labirintite fa festa. In questa immensità erbosa non si vedeva lo straccio di un sentiero nonostante mappa e GPS (sì lo stesso GPS ubriaco del Monte di Cambio) giurassero che il sentiero n. 230A fosse proprio lì davanti a noi. E allora via a camminare a caso in mezzo all’erba. E mentre io ancora ero tutta gioviale e saltellavo in giro manco fossi Heidi con l’agnellino, il Signor Coso cominciava a farsi venire qualche dubbio su quello che stavamo facendo: ma non era per caso che ci stavamo già perdendo? E magari avesse continuato ad averlo quel dubbio! E invece no: a un certo punto siamo finiti in un ampio ghiaione che in poco tempo ci ha condotto fino a un canalone con tanto di fiume-scolo del ghiacciaio che ci scorreva dentro e zac! Il giusto presentimento era svanito dalla mente del Signor Coso. E quindi niente: avremmo potuto salvarci e invece siamo andati verso la nostra fine. Povera mente a cui nessuno crede! Da oggi in poi temo che si sia giustamente e tristemente guadagnata il nome di Cassandra.


Cartello turistico delle cime montuose dal Piano di Pietranzoni

La salita alle Torri di Casanova per la via CAI Penne


Per comprendere l’altalena bipolare a cui il Signor Coso è stato sottoposto durante la salita delle Torri di Casanova (io invece ho semplicemente preso la china di una depressione nera) bisogna che sappiate che noi pensavamo di star per salire dalla via Familiari che sul web viene definita “divertente ma non difficilissima”, “il limite estremo di ciò che è percorribile con i bambini”. Invece, in realtà, quella che stavamo per intraprendere era la via CAI Penne che sul web è descritta come un susseguirsi di canaloni che col cattivo tempo si possono facilmente tramutare in “trappole mortali”. Non sto scherzando: c’è scritto letteralmente “trappole mortali” su alcuni siti…

Il primo di questi canaloni è quello del fiume-scolo che prevede anche alcuni tratti di arrampicata su piccoli massi e paretine di un paio di metri. Il che, ovviamente, rende tutto molto avventuroso e a suo modo fico. Motivo per cui Cassandra in quel momento era più entusiasta di un tifoso del Celtic mentre canta You’ll never walk alone. Era tipo impazzita e in effetti il Signor Coso aveva un bel sorriso stampato sul viso.

Più si sale di quota, però, più questi benedetti canaloni diventano difficili. In sostanza la via CAI Penne è un incrocio tra i gironi dell’inferno e i livelli di Super Mario. Nel nostro caso il primo mostro era un blocco di neve che se ne stava bello spaparanzato su tutto il canalone e ci si frapponeva davanti stile muretto gandalfiano “tu non puoi passare”. Probabilmente il blocco era anche un gentile signor blocco di neve che ci voleva solo proteggere da quello che veniva dopo, ma noi non lo abbiamo capito e invece di essere grati lo abbiamo preso a calci finché non siamo riusciti a scavarci un gradino per poterlo scavalcare. A questo punto Cassandra stava già fuori di sé per l’entusiasmo avventuroso con una bottiglia di champagne in una mano e il microfono del karaoke nell’altra per cantare tutto il repertorio degli Oasis (sì, a Cassandra piacciono gli Oasis, nessuno è perfetto).

Dopo questo primo ostacolo, che per il Signor Coso è stato più divertente che pericoloso (mentre io già redigevo mentalmente il mio testamento), la neve è stata una compagna presente, ma non costante che ci ha costretto a giochi di equilibrismo che hanno avuto l’unico effetto di fomentare ulteriormente la già esaltata Cassandra. In ogni caso, comunque, la presenza continua di segnavia (e la totale assenza di possibili svolte) rassicuravano alquanto sulla direzione che avevamo preso e non ci facevano per niente supporre che in realtà fossimo sulla strada sbagliata. Il dubbio c’è venuto quando a un certo punto siamo arrivati in uno slargo e ci siamo trovati di fronte segnavia in ogni dove.

Avete presente quelle classiche scene delle tre porte identiche davanti a voi e voi ne dovete scegliere una? Ecco, noi avevamo tre segnavia e ne dovevamo scegliere uno. Il primo ad arrivare e scegliere è stato l’Amico Esperto che, col suo istinto da alpinista navigato, ha imboccato un canaletto che in poco tempo si è trasformato in una morsa assassina dove si è quasi incastrato. Nel frattempo, però, era arrivato il Signor Coso che, vedendo l’amico in un vicolo cieco, ha imboccato sicuro la strada a destra seguendo una grossa freccia rossa. La sicurezza è andata a farsi friggere velocemente però, perché da che prima saliva bello dritto si è rapidamente trovato, senza neanche accorgersene subito, prima a quattro zampe e poi attaccato a una parete verticale con la stessa difficoltà a tornare giù dell’Amico Esperto. È qui che Cassandra ha ricominciato ad avere qualche dubbio su quel che stavamo facendo. E chi le può dar torto? L’unica rimasta libera di muoversi e di controllare l’ultima via ero io. Al posto suo anche io mi sarei preoccupata un po’. In realtà la via a sinistra era un sentiero tranquillissimo, ma che procedeva in chiara discesa e che quindi non ci avrebbe mai portato in vetta: era un altro buco nell’acqua. 


Roccia a forma di pollice vista dalla via CAI Penne verso le Torri di Casanova

E così stavamo lì, in questo slargo, con me seduta sulle rocce finalmente a recuperare fiato dopo la scarpinata faticosa di poco prima, l’Amico Esperto impegnato in una lenta e faticosa ritirata, il Signor Coso culo a terra per tornare giù senza precipitare e Cassandra decisamente meno entusiasta di poco prima. È a quel punto che tre abruzzesi sono comparsi da un punto ignoto e ci hanno rivelato che no, quel sentiero infuoca-polpacci non era la via Familiari, ma la via CAI Penne, di cui noi ignoravamo totalmente l’esistenza, e che per altro stavamo percorrendo l’anello delle Torri di Casanova al contrario: salivamo dalla discesa e saremmo scesi dalla salita. Ora, gentili signori abruzzesi, io quel malefico sentiero l’ho fatto in salita e mi chiedo: ma come vi viene in mente che il verso giusto sia in discesa? Ma l’avete notata la roccia franosa e friabile che vi circonda e su cui camminate? Diamine! A calcetto saponato si scivola di meno! 

Ad ogni modo i tre abruzzesi, decisamente più esperti e più attrezzati di noi, sono stati così cortesi da improvvisarsi in un sol colpo re magi e stella cometa e indicarci la strada. A quanto pare c’era una quarta porta, quella da cui provenivano loro, ed era quella giusta. Peccato solo che da lì si arrivasse a un canalone strapieno di neve che andava fatto, a loro dire, con la piccozza. Indovinate cosa non avevamo noi?

Arrivati al canalone, in effetti, la situazione richiedeva un po’ di inventiva. Avevamo però con noi il famoso cordone da 70 metri che più di una volta ci eravamo portati appresso per allestire una discesa in corda doppia e una serie di attrezzatura come secchiello, piastrina, dadi, kevlar e imbrago con cui, in relativamente poco tempo, abbiamo allestito una sosta più o meno sicura. L’adrenalina ha cominciato a scorrere a frotte nel Signor Coso. Con una lucidità e una calma sorprendente ha fatto da sicura prima all’Amico Esperto e poi a me per farci attraversare il canalone sulle tracce lasciate dai re magi. A quel punto toccava a lui. Affidandosi alla nuova sosta realizzata dall’altra parte dall’Amico Esperto ha affrontato la neve. Cassandra era quieta: non preannunciava morte. Al primo passo il piede gli è scivolato. Non esattamente un buon modo per cominciare, ma Cassandra forse dormiva o era in coma o che so io perché non si è spaventata e il secondo passo è stato più fermo del primo e così via. E il Signor Coso procedeva anche con una certa eleganza, chiedendo corda con calma come se stesse chiedendo permesso in metro. Non come me che, un attimo prima nella stessa situazione, gracchiavo come una pazza “CORDA! CORDA! CORDAAA!”.

A questo punto mi piacerebbe dirvi che da qui in poi, senza ulteriore fatica o imprevisti, siamo arrivati in vetta, ma la realtà è che ci siamo di nuovo persi. O almeno lo supponiamo visto che in poco tempo ci siamo ritrovati nell’ennesimo canale sdrucciolevole senza più traccia di sentieri o segnavia. È qui che, mi vergogno ad ammetterlo, ho avuto un totale crollo mentale e, ridotta a procedere praticamente a carponi, ho completamente perso il senno e mi sono testardamente seduta sull’ennesima roccia friabile e ho sentenziato che volevo il soccorso alpino. In quel momento l’Amico Esperto era troppo avanti per accorgersene e vicino a me c’era solo il Signor Coso che era più incline a spronarmi ad andare avanti che ad accondiscendere ai miei capricci. Io non sapevo che numero si dovesse chiamare per avvertire il soccorso alpino (è vergognoso! Non fate come me!) e non sapevo neanche dove mi trovassi (in quel momento non mi era neanche chiaro che quelle verso cui procedevamo si chiamassero Torri di Casanova), quindi senza l’alleanza di uno dei miei due compagni non avevo speranza di farmi soccorrere e, d’altro canto, anche il ritorno era ormai fuori questione superato il malefico canalone.

Così alla fine sono andata avanti mentre il Signor Coso, preoccupato e un po’ confuso, si interrogava mentalmente se fosse il caso di parlare o tacere, correre avanti verso l’Amico Esperto o restare indietro con me. Tanti quesiti, lo devo ammettere, su cui è meglio non soffermarsi quando, come noi, ti ritrovi a circumnavigare una roccia sporgente sopra un canalone abbracciando con sommo amore tutti gli speroni a disposizione. Quesiti, d’altro canto, che non hanno una buona risposta neppure in città, al livello del mare, figurarsi in montagna a 2000 metri di altezza.

Dopo il panico da circumnavigazione di roccia, comunque, abbiamo raggiunto in poco tempo la cresta dove ci siamo ricongiunti con la Via del Centenario. Qui, con suo sommo sgomento, Cassandra ha dovuto constatare che si era sbagliata: niente ferrata laggiù, ma solo altri tratti rocciosi, quasi dolomitici, di II grado con vecchi chiodi dismessi infilati nella roccia. In poco tempo, però, abbiamo raggiunto a sinistra quella che io ho creduto essere la vetta di una delle torri dove tre romani come noi se ne stavano comodamente spaparanzati a bersi un Ichnusa. Per essere onesti, in realtà, abbiamo raggiunto la sella sotto la vetta, ma questo lo abbiamo scoperto solo il giorno dopo, per la “felicità” del Signor Coso e dell’Amico Esperto (io mi sono accontentata di essere tornata a casa intera, vetta o non vetta). Che poi non ho neanche capito se quella sotto cui siamo passati ignorandola bellamente sia la torre più alta, ossia la vetta di 2362m, ma non devastateci ulteriormente: diciamo che lo era.


Vista della sella delle Torri di Casanova dal Sentiero del Centenario

Il ritorno dalle Torri di Casanova per la via Familiari


I tre romani erano stati più furbi di noi: erano saliti dalla via di salita e sarebbero anche ridiscesi da lì. Il che gli permetteva di assicurarci che il peggio era passato e che la via Familiari, che finalmente avremmo intrapreso, era decisamente alla portata di tutti. Cassandra ormai, però, era malfidata: non gli credette. Ve lo dico subito: non mentivano, avevano ragione loro.

La via ferrata Gianni Familiari (2276 m circa) è poco distante dalla vetta e fin dal primo poderoso tratto verticale si mostra subito maltenuta. Il primo tratto non presenta un cavo di acciaio, ma una corda alpinistica. Nonostante faccia effetto vederlo dal basso non è certo questo primo tratto a costituire il problema di questa breve, brevissima ferrata. Anzi, dopo essersi issati lungo la fune ed essersi arrotati fino a ridiscendere per la successiva scaletta si può godere di una fessura naturale nella roccia dove il vento si incanala a tal punto da diventare suono, un suono tipo flauto stonato intento a suonare, come tutti i flautisti alle prime armi, Viva viva l’olio d’oliva.

È il secondo tratto della ferrata Familiari che si rivela più ostica. La verticalità rimane elevata e la discesa si fa difficile, al punto che il Signor Coso non riusciva più a turnicare e developparsi. Stava lì come un pesce lesso a cercare un modo per inforcare la scaletta. E provatevelo a immaginare un pesce a 2000 metri, senza acqua e senza gambe (in fondo è un pesce…) che cerca di inforcare una scaletta: non riesce molto bene.

Superate le difficoltà del pesce lesso e la mia sensazione di vuoto e terminata la ferrata si procede per un sentiero in quota fino a raggiungere la Forchetta di Santa Colomba (2250 m circa). Qui si abbandona il Sentiero del Centenario e si inizia finalmente a scendere prima nell’ennesimo canale ghiaioso ripido e scosceso e poi, a quota 2050m circa, in un largo dosso erboso dove, dopo un paio di ore di discesa abbiamo imboccato un sentiero segnato, che poi sarebbe il sentiero n.230, fino ad arrivare alla macchina sfiniti, tesi, ma entusiasti (tutti a parte me) per l’avventura appena vissuta.

Un ultimo appunto su questo trekking nel Gruppo del Gran Sasso inaspettatamente più complicato di qualsiasi cosa avessimo fatto fino a quel momento e inquietantemente più caldo di quanto il meteo avesse promesso: Cassandra aveva ragione fin dall’inizio. Ebbene sì, saremmo dovuti andare a sinistra nel Piano di Pietranzoni e imboccare fin dall’inizio questo sentiero segnato che poi, a conti fatti, c’era e solo noi non notavamo, ma a quel punto poi che avremmo fatto? Saremmo riscesi dalla via CAI Penne? Non c’è niente da fare, Cassandra: porti sfiga in ogni caso!


Vista del panorama dolomitico delle Torri di Casanova

Scheda dell’escursione:


Partenza: Piano di Pietranzoni (a piedi)
Arrivo: Piano di Pietranzoni (a piedi)
Difficoltà: II grado (Via CAI Penne), EEA (Via Familiari)
Durata: 8 ore e mezzo circa
Dislivello: 850m
Sentieri: 230, 230A


Le fotografie sono mie e del Signor Coso