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venerdì 6 luglio 2018

LA PASSEGGIATA ALLA CHIESA DI SANTA LUCIA

LA VOLTA CHE… NIENTE, ERAVAMO STANCHI, CAPITA ANCHE A NOI
Questa settimana sono stanca. Molto stanca. Talmente stanca che mi sono tornati in mente i giorni subito dopo la salita del Vioz. Quelli sì che erano giorni di vera stanchezza. È per questo che alla fine il Signor Coso e io ci siamo trovati a fare la passeggiata alla Chiesa di Santa Lucia. Solo perché il Vioz stanca, eh! Non perché non abbiamo più l’età…

La Chiesa di Santa Lucia vista da Comasine

Il primo tentativo: da Cogolo alla Chiesa di Santa Lucia


Non ricordo precisamente che giorno fosse la prima volta che abbiamo provato a raggiungere la Chiesa di Santa Lucia. So per certo che avevamo fatto già un’altra escursione e che non era troppo tardi, per cui è probabile che fosse il giorno in cui avevamo fatto il giro del Lago Covel. Fatto sta che avevamo ancora abbastanza adrenalina in corpo da far andare le gambe, ma non abbastanza energia (o tempo, se è per questo) per intraprendere qualcosa di serio.

Proprio dietro il nostro bell’albergo di Cogolo, attraversato il fiume, c’era l’attacco della passeggiata che porta alla Chiesa di Santa Lucia. Sì, avete letto bene: passeggiata. Questa non sarà la storia di grandi emozioni o di avventure mozzafiato. Per essere precisi non sarà neanche la storia di grandi tragedie o di schiribizzi comici. Niente di niente signori miei! La via per la Chiesa di Santa Lucia è davvero una passeggiata, per altro lungo una pista ciclabile percorribile veramente da chiunque.

Tutto questo noi non lo sapevamo quel pomeriggio quando cominciammo la salita che da Cogolo porta alla chiesa. Sapevamo che era una passeggiata tranquilla e che non aveva particolare dislivello, ma di fronte alla salita iniziale, abbastanza ripida, e al cartello che giurava che ci volessero 3 ore per arrivare a Santa Lucia abbiamo ceduto e siamo tornati indietro. Ebbene sì, la semplice e quieta passeggiata alla Chiesa di Santa Lucia è riuscita là dove il meraviglioso e arduo Vioz ha fallito: ci ha ricacciato indietro con la coda fra le gambe. Profonda vergogna per noi! 

Vista dalla via che collega Cogolo alla Chiesa di Santa Lucia

Il secondo tentativo: da Comasine a Cogolo


Ci abbiamo riprovato. La testardaggine è la nostra qualità migliore. Altrimenti, poi, non staremmo qui a parlarne no?! Ma siccome il primo tentativo non era andato a buon fine abbiamo cambiato strategia.

La mattina seguente abbiamo preso l’autobus e siamo arrivati a Comasine, un piccolo borgo a circa 3 chilometri e mezzo da Cogolo in passato abitato quasi esclusivamente da minatori (e infatti dalla fermata dell’autobus si potrebbe decidere anche di prendere la via che porta a visitare alcune miniere).

La Chiesa di Santa Lucia trionfa su questo paesino dall’alto di una collina che tradizione vuole sia stata chiamata in passato “Sot castel” a prova che la chiesetta sorge proprio là dove un tempo sorgeva un castello. Sarà vero? E che importa?! A me piace pensare che sia veramente così. Tradizione dice anche che la Chiesa di Santa Lucia è la più antica chiesa della valle e io è già da un po’ che mi chiedo se per valle qui si parli della Val di Pejo, della Val di Sole o della Val di Non. Non avendo buone basi per decidere ho appena fatto ambarabaciccicoccò ed è uscito fuori che è la Val di Non… non mi convince!

Dalla fermata dell’autobus raggiungere la chiesa è molto facile anche perché lo si fa su un’ampia strada asfaltata di circa un chilometro. Quel giorno, però, il sole aveva scambiato l’asfalto per una padella e la mia testa per un uovo all’occhio di bue. Mi stava friggendo viva! E a essere onesti lo faceva già da qualche giorno ormai e anche bene, glielo riconosco: alla fine sono tornata a casa con la riga dei capelli completamente ustionata. E infatti uno dei miei primi acquisti per la nuova stagione escursionistica è stato un cappello con visiera, ma traspirante. Prenditi questo sole! Ora vediamo se riesci a ustionarmi di nuovo!

Visto che quando siamo arrivati alla chiesa ero ormai ben cotta abbiamo pensato di fermarci a mangiare qualcosa sulle panchine di fronte alla chiesetta che, nel corso degli anni, si è un po’ infossata nel terreno come se stesse cercando di fare la talpa ma non le riuscisse troppo bene.

A guardarla da fuori, però, la piccola Chiesa di Santa Lucia (1196 m) fa la sua scena con il campanile romanico, il piccolo cimitero e la sua bella scritta sull’ingresso principale: “Questa chiesa eretta da tempo immemorabile circondata dal portico verso il 1500 che servì da cimitero fino al 1866, fu decorata nell’anno 1940”. Della serie “non sappiamo quando diamine l’abbiamo costruita sta chiesa ma tiè! Spacca da secoli!”. Che poi da documenti riemersi negli anni parrebbe che già nel XV secolo la stessero ristrutturando per cui… niente! È una chiesa antichissima, bisogna stacce! Peccato solo che negli anni Settanta, a causa dei ladri di beni religiosi, è stata svuotata delle sue opere d’arte principali: i tre altari che sono stati spostati nella chiesa del paese (non prima però che qualche buontempone con la mano troppo lesta si fosse già portato a casa qualche souvenir non da poco, eh!). Così nella Chiesa di Santa Lucia resta solo un semplice reliquiario con le reliquie di Santa Lucia e Santa Cecilia. Io non l’ho visto, ma dicono che nonostante la sua semplicità sia un sacco carino e poi, per chi ci crede, resta comunque una cosa importante, brillantini o non brillantini.

Terminata la merenda il Signor Coso e io ci siamo rimessi in cammino intraprendendo il sentiero nel bosco che il giorno precedente ci aveva inquietato già dai primi passi. Ricordate cosa diceva il cartello? Tre ore a piedi… Tre… Mentiva! Spudoratamente pure. Manco fosse un cartello del Sassolungo o di Rocca Calascio! Non c’è voluta più di un’ora, giuro! Bene, ma non benissimo mendace cartello.

La via nel bosco è un sali e scendi morbido e ombreggiato che ogni tanto si scioglie in dei tratti pianeggianti in cui la vista si apre a destra sulla vallata e sul fiume permettendoti di vedere prima Celledizzo e poi Cogolo.

E la passeggiata è finita così, tornando al punto di partenza del giorno prima: una piccola spianata dove gli anziani giocavano a carte (e come ti sbagli) e un paio di karate kid scalzi erano intenti a fare uno strano minestrone di meditazione, pugilato e metti-la-cera-togli-la-cera. E noi? Noi niente. Ci siamo rimessi seduti un altro po’ per riprenderci da tutta quella fatica e poi ce ne siamo andati a riposarci alle terme di Pejo Fonti. Dopo tutta questa infinita camminata ce le eravamo meritate no?!
Ebbene sì questo è l’imbarazzante racconto di tutta la nostra pigrizia post Vioz. Grazie Santa Lucia di averci aiutato a mascherarla da piccola escursione!

Chiesa di Santa Lucia

Scheda dell’escursione:


Partenza: Comasine (a piedi)
Arrivo: Cogolo (a piedi)
Difficoltà: E
Durata: 1 ore e mezza circa
Dislivello: 31m (in discesa)

Le foto sono mie e del Signor Coso

venerdì 8 giugno 2018

IL GIRO DEL LAGO PIAN PALÙ

LA VOLTA CHE IL SIGNOR COSO È STATO ASSALITO DA UN PESCE (MA È SOPRAVVISSUTO) 

Se un giorno vi trovate nella Val di Pejo, o anche nell’attigua Val di Sole, e avete voglia di un’escursione paesaggisticamente suggestiva ma non troppo faticosa questo articolo vi verrà in soccorso. Diciamo che questo è il McGyver dei pezzi che raccontano escursioni alla portata di tutti. Solo che non ha effetti speciali, né forcine esplosive, né soluzioni da escape room, né idee alla art attack per evitare la fine del mondo. Insomma è McGyver se McGyver fosse un tipo normale. Comunque parla di un bel trekking: il giro del Lago Pian Palù

Vista del Lago Pian Palù tra gli abeti cresciuti sulla riva

La partenza da Pejo Fonti


Quest’escursione comincia male, però poi migliora: ve lo giuro! Da Pejo Fonti bisogna avviarsi a piedi lungo la strada asfaltata fino ad arrivare al Rifugio Fontanino (1675 m). A essere onesti ci potreste arrivare anche in macchina e parcheggiare da qualche parte lì, ma non vi aspettate la spianata infinita e il nastro rosso e le cerimonie ad attendervi. Insomma è grasso che cola se trovate un buchetto dove nascondere la vostra Smart (se siete arrivati sulle Alpi con una Smart stima per voi, soprattutto per le valigie: ma dove le avete messe? Poi me lo spiegate).

Forse vi ricorderete del Rifugio Fontanino dall’escursione per il Sentiero dei Tedeschi, che poi è stata anche la prima volta in cui ho visto il Lago Pian Palù, ma nel caso ve lo siate dimenticato vi ripeto qui l’importante alert: non bevete l’acqua della fonte del Fontanino!

Sulla riva del fiume opposta al rifugio si salgono le ripide scalette di legno e terriccio, pienamente pedonali, che costituiscono l’unico tratto del sentiero 199 che si percorre in questo giro. Arrivati al lago ci si riposa un attimo (quella salita è veramente assassina) e quindi si attraversa la gigantesca diga che intorno agli anni Cinquanta ha determinato la nascita di questo lago artificiale. 

Vista dalla diga del Lago Pian Palù incorniciato dai monti

Il giro del Lago Pian Palù


Il giro comincia sulla strada militare, anche detto sentiero 124. Alias, potreste anche decidere di ignorare le scalette di prima e raggiungere la diga prendendo questo sentiero direttamente dal Rifugio Fontanino, ma a quel punto dove sarebbe il divertimento? Niente lingua di fuori appena partiti? Non si fa così ragazzi!

La strada militare porta fino alla Malga Giumella (1950m) dove un salvifico fontanile è sempre disponibile a offrire acque fresche ai grulli che vanno in giro con le borracce vuote (ma quello è successo solo quando siamo stati sul Sentiero dei Tedeschi, quindi almeno per questa volta siamo stati un po’ meno fagiani).

Se dividessimo il giro del lago in quarti bisognerebbe ammettere che questo primo quarto, che si dipana dalla Malga Giumella, è forse il peggiore: in salita, lontano dalla riva del lago, in mezzo al bosco. Ma già dal secondo quarto l’atmosfera cambia: la strada diventa discesa e si avvicina sempre più alla riva.

A metà giro, più o meno, bisogna attraversare un fiumiciattolo che si allontana dal lago. Quello che vi posso assicurare è che il guado è piuttosto facile e alla portata di tutti; come sia concretamente, ossia grazie a cosa si passi dall’altra parte, però, non ve lo posso assicurare. Dentro la mia testa si sovrappongono due ricordi entrambi terribilmente realistici: una diga di legno solida ma provvisoria che sembra fatta dai castori e un largo e basso ponte di legno fatto evidentemente dall’uomo. Quale esiste e quale è una mia invenzione? Siccome il Signor Coso giura che in questa escursione abbiamo incontrato anche mamme con i passeggini che non avevano difficoltà a fare il giro (di cui però non ho memoria: forse se l’è sognate lui), sono incline a pensare che esista realmente un ponte vero e proprio. Diciamo che è probabile esista al 70%, l’altro 30% sono i castori.

Superato il ponte-castoro si raggiunge la Malga Palù (1830m) riconoscibile da una casupola e da uno steccato. In questa zona del giro l’acqua del lago è poco profonda e dalla riva si possono vedere le rocce infrangere i flutti quieti appena smossi dal vento o venire sommerse, rifratte e deformate da poche dita d’acqua dolce. Da qui lo spettacolo del Lago Pian Palù è totalmente diverso da quello che si ammira dalla diga dove la profondità è grande e l’acqua scura.

Poco lontano dalla Malga Palù, lungo il sentiero, non è difficile incontrare d’estate al libero pascolo mucche a pelo lungo con importanti corna. Mi è stato confermato in questi giorni che le mucche sono animali completamente innocui e docili e che hanno una lingua ruvida (che c’entra la lingua con il discorso che sto facendo? Niente, ma sapevo questa cosa e ve l’ho detta), ma io sono in aperta ostilità con loro: sono sicura che le mucche siano persone orribili, altro che i cavalli, quindi anche in questo caso gli sono stata alla larga.
Poco dopo essere sfuggiti alla malignità delle mucche il Signor Coso e io abbiamo raggiunto l’unico tratto del lungolago dove c’è una specie di spiaggetta di piccoli sassi facilmente riconoscibile perché di fronte a una vicina isoletta. Qui – sulla spiaggia, non sull’isola – ci siamo buttati a riposare e a bagnare i piedi. C’era anche qualcuno che si faceva una nuotata nel lago, ma non vi consiglio di imitarlo: non si deve mai nuotare nei laghi artificiali, sono pericolosi!
Noi ci siamo limitati a sguazzarci dentro con l’acqua alle caviglie e nonostante questo un pesce è riuscito a dare l’assalto al Signor Coso che, dopo essersi preso un mezzo infarto, è riuscito coraggiosamente (e forse anche un po’ miracolosamente) a sopravvivere. Dite che la sto facendo troppo esagerata? Beh, forse non sapete che il Signor Coso è allergico al pesce. Ma sembra evidente che l’allergia non interviene quando è il pesce a mangiare il Signor Coso e non viceversa. E d’altro canto il pesce ha desistito quasi subito dal suo piano di sbranarsi la caviglia del Signor Coso. Magari il pesce è allergico al Signor Coso… 

Scorcio del Lago Pian Palù in un giorno assolato

Il ritorno a Pejo Fonti


Per fuggire da questo meraviglioso scorcio di natura del Parco Nazionale dello Stelvio, dove a quanto pare non è insolito d’autunno sentire il bramito del cervo in amore (sono l’unica che a questo punto si è immaginata Cocciante che bramisce?) abbiamo raggiunto nuovamente la diga e l’abbiamo attraversata ancora una volta. Ebbene sì: siamo tornati dal sentiero 124, la strada militare.

Raggiunto il Rifugio Fontanino ci siamo immersi nel bosco dall’altra parte del fiume e abbiamo preso il sentiero 110 che qualche giorno prima ci aveva fatto perdere portandoci a Pejo Fonti con un paio di ore di ritardo sul groppone. Questa volta, però, muniti dell’esperienza precedente, siamo riusciti a individuare il cartello che indica la via per Pejo Fonti e svoltato a sinistra abbiamo attraversato il fiume e ci siamo ricongiunti dopo un po’ alla strada asfaltata dell’andata. A questo punto la strada era tutta dritta fino alla pizzeria dove ci siamo insediati. Dove credevate che andassimo sennò? E dopo, se lo volete sapere, siamo andati anche alle terme! O almeno credo… penso… suppongo… non ne sono tanto sicura: non è che me lo ricordi veramente… 

Scorcio dei monti intorno al Lago Pian Palù con un'isolotto in primo piano

Scheda dell’escursione:


Partenza: Pejo Fonti (a piedi)
Arrivo: Pejo Fonti (a piedi)
Difficoltà: E
Durata: 3 ore circa
Dislivello: 430m
Sentieri: 124, 119, 110
Rifugi: Rifugio Fontanino

Le foto sono mie e del Signor Coso

venerdì 11 maggio 2018

L'ESCURSIONE PER IL SENTIERO DEI TEDESCHI

LA VOLTA CHE CI SIAMO SCORDATI L’ACQUA… OPS!

Mettiamo il caso che siate dalle parti della Val di Pejo e che abbiate voglia di fare una bella escursione lunga, ma che per non si sa quale folle motivo non vogliate andare sul Monte Vioz; ecco in quel caso potrebbe tornarvi perfetta l’escursione sul Sentiero dei tedeschi. Così, per beneficio di quel ipotetico voi futuro, meglio che vi racconti com’è questa meravigliosa escursione. 

La via del Sentiero dei tedeschi tra abeti, erba e rocce

La partenza da Pejo Fonti


A dire il vero l’ipotetico caso è capitato a delle persone in carne e ossa e quelle persone eravamo il Signor Coso e io. Era il nostro primo giorno in Val di Sole e, sebbene non volessimo fare da subito i pigri dandoci a sentieri troppo facili come il giro del Lago Covel, non ce la sentivamo di partire in quarta con percorsi come il giro dei laghi del Cevedale, che avremmo fatto qualche giorno dopo. Così pensammo che per riscaldarci un po’ e svegliarci dal nostro letargo un’escursione lunga ma tendenzialmente in quota come il Sentiero dei tedeschi potesse essere perfetta. Quello che non avevamo pensato, invece, era di partire con le borracce vuote. Avevamo deciso di riempirle alla fontanella di Cogolo vicino al parcheggio dove ci avrebbe recuperato il pullman, ma un improvviso black out celebrale collettivo (solo così me lo spiego) ce lo ha fatto dimenticare e ci ha fatto arrivare là dove non c’era più neanche una fonte prima di accorgercene.

Per cominciare l’escursione bisogna prendere la funivia da Pejo Fonti e arrivare al Rifugio Scoiattolo (2000m) dove si prende la seggiovia per Doss dei Cembri (2315m). Forse vi ricorderete di Doss dei Cembri dalla salita del Monte Vioz (oddio! Mi sono sentita un po’ Troy McLure nello scrivere questa frase) e infatti l’inizio dell’escursione è sulla stessa via: il sentiero n. 138 che sale abbastanza ripido di fronte alla seggiovia. Solo che dopo poco, a un bivio, invece di voltare a destra e procedere verso il Vioz si prende a sinistra il sentiero n. 139, anche più romanticamente detto il Sentiero dei tedeschi. Ed è a questo bivio che ci siamo accorti di avere entrambi gli zaini stranamente leggeri: grazie al cavolo avevamo un litro d’acqua in meno sulla schiena! Non ci siamo particolarmente allarmati però. Il Sentiero dei tedeschi è un sali e scendi tra vallate piene di rivoli, torrenti, fiumi e cascatelle. Volevate che non avremmo trovato una bella fonte d’acqua cristallina con cui riempire le borracce? Spoiler alert: no! Non l’abbiamo trovata. Nei giorni precedenti aveva piovuto e rivoli, torrenti, fiumi e cascatelle erano tutti pieni di fango e acqua marrone. Questo non lo avevamo previsto. 

Fiume sul Sentiero dei tedeschi

L’escursione sul Sentiero dei tedeschi


Il Sentiero dei tedeschi si chiama così perché è stato costruito durante la Prima Guerra Mondiale per scopi militari e anche se all’inizio questo non è subito visibile, lungo l’escursione la sua storia diventa evidente grazie ai suggestivi resti di fortificazioni dell’epoca. Quando ci siamo arrivati la nebbia fitta che ci aveva accolto all’inizio si era, per fortuna, diradata per permetterci di goderci a pieno la loro vista. Purtroppo, invece, non ci è andata altrettanto bene con aquile reali, camosci e stambecchi che dicono siano frequenti in zona, ma che noi non abbiamo visto neanche di striscio. Per non parlare del gipeto (da non confondere con Geppetto che è un’altra cosa) che bazzica comunque la zona, ma che è più raro e di cui noi, come da copione, non abbiamo intravisto neanche l’ombra.

Il sentiero è di per sé inconfondibile: taglia il massiccio in orizzontale e non presenta molte svolte così anche una persona priva di orientamento come me riesce a evitare di perdersi. Il che è molto comodo specie pensando che quando ci siamo stati noi non c’era nessun altro, letteralmente: eravamo soli soletti, cosa che ha rallegrato la mia parte più misantropa e ha invece inquietato il Signor Coso. In compenso, però, abbiamo incontrato un gruppo di pecore belle piazzate sul sentiero che non ci hanno certo potuto assistere nell’orientamento o nella mancanza totale di acqua, ma hanno potuto comunque costringerci ad abbandonare il sentiero e ad arrampicarci sul pendio erboso per non disturbarle. Peccato che io sono ovviamente scivolata e le ho spaventate tutte facendole scappare. E niente: io ci avevo provato a passare inosservata.

La mia scivolata appare piuttosto ridicola se si pensa che poco prima, sul sentiero, avevamo attraversato punti ben più complessi: dapprima l’attraversamento di una cascatella su gradini di legno e rocce scivolose al punto da rendere utile un cavo metallico, e poi un ponticello di legno in concomitanza di un’altra cascatella. Insomma sarebbe stato più normale scivolare su legno o roccia bagnati no?! Ma chi ha mai detto che sono normale? Certo non io!

Valle verde attraversata dal Sentiero dei tedeschi

Scavallata una selletta abbiamo finalmente cominciato a vedere il Lago Pian Palù, segno che eravamo ormai oltre il giro di boa. Dalla sella in poco tempo abbiamo raggiunto la Valle degli Orsi (dove però non ci sono orsi, tranquilli!) in cui la via si biforca. Si potrebbe continuare dritti verso ghiacciai e altre vie oppure, come abbiamo fatto noi, si scende per la Val Cadini per il sentiero n. 139B. In questa valle erbosa si percorre una discesa morbida lungo la sponda del Rio Cadini prendendo il sentiero n. 129. L’obiettivo è uno solo: arrivare al Lago Pian Palù nonostante l’erba alta e il boschetto in cui ci si trova a passare. Per questo, alla prima occasione, si inforca il sentiero n. 124, anche detto strada militare, che porta fino a Malga Giumella. Sacra Malga Giumella! Da quei pizzi, dopo circa 4 ore di cammino nella natura incontaminata e di allucinazioni e deliri da disidratazione, abbiamo trovato una fattoria ma soprattutto un fontanile! Finalmente si beveva!

Proseguendo lungo la strada militare si raggiunge il Lago Pian Palù ed è qui che bisogna fare una scelta: si potrebbe decidere di continuare sul sentiero 124 che fa il giro del lago oppure si potrebbe decidere che dopo ore e ore di camminata tutto ciò che si desidera è tornare a Pejo Fonti (soprattutto considerando che non ci sono mezzi pubblici che ti vengano a recuperare in zona e ti riportino in paese). Indovinate cosa abbiamo scelto noi? A essere onesti, però, c’è da dire che avevamo già deciso a priori che avremmo fatto il giro del Lago Pian Palù un altro giorno. Così ci trovavamo solo a dover decidere se tornare a Pejo Fonti per la via carrabile, una discesa nel complesso morbida, o attraversare la diga e affrontare una discesa ben più ripida. 

Cartello per la Valle degli orsi tra le nubi e l'erba

Il ritorno a Pejo Fonti dal Lago Pian Palù


Abbiamo deciso di attraversare la diga e di tenere la sinistra e scendere per la ripida scalinata di terriccio e legna fino al Rifugio Fontanino (1675m). Se cercate indicazioni chiare per trovare questa scalinata sulla mappa o dal vivo sappiate che è parte del sentiero n. 199. Se cercate invece un consiglio eccovelo: non bevete l’acqua del Fontanino! Non del rifugio, ma proprio l’acqua della fonte del Fontanino. Non importa se la targa dice che nell’ottocento/novecento (non ricordo il secolo) andava di moda e che fa molto bene: i nostri avi non avevano le papille gustative secondo me. Quell’acqua è terribile per quanto è ferrosa! Invece se avete sete bevete la birra: le bottigliette di mini Frost che si comprano al Rifugio Fontanino sono fantastiche.

Per tornare a Pejo Fonti dal Rifugio Fontanino abbiamo preso il sentiero n. 110 che si immerge nel bosco dall’altra parte del fiume. Stando alla mappa sarebbe dovuto essere un’ottima alternativa alla strada asfaltata e ci avrebbe dovuto portare in relativamente poco tempo in paese. E non è che la mappa mentisse proprio; diciamo che però aveva lievemente omesso che c’era una svolta. A un certo punto, per farla breve, avremmo dovuto attraversare un ponte sulla sinistra e quando ci siamo tornati la volta del giro del Lago Pian Palù ci siamo anche accorti che in effetti i segnavia per il ponte c’erano, ma la volta del Sentiero dei tedeschi, invece, non abbiamo visto né segnavia né ponte. Conclusione? Abbiamo preso a destra e siamo saliti per una terribile salita talmente pendente che quella del purgatorio di Dante in confronto è una barzelletta. Così facendo però abbiamo raggiunto il Forte Barba di Fiori (1610m) che ho trovato veramente carino anche se un po’ autoconclusivo (insomma non è che ci fosse poi molto da vedere). Da lì in poi abbiamo cominciato a riscendere e abbiamo raggiunto la strada asfaltata che, al prezzo di altro sangue, sudore e fatica, ci ha riportato a Pejo Fonte.

Insomma a parte le 4 ore senz’acqua e l’imprevista ora in più di cammino regalata dal Forte Barba di Fiori questo trekking in Val di Pejo è stato esattamente ciò che ci aspettavamo: una bella escursione faticosa ma fattibile. Peccato solo per quell’ultimo pezzo di strada asfaltata obbligatoria: il bitume rovina sempre un po’ tutte le escursioni. Ci fosse stato per lo meno un gipeto a farci compagnia… e invece niente. 

Vista del Lago Pian Palù tra nuvole basse dal Sentiero dei tedeschi

Scheda dell’escursione:


Partenza
: Pejo Fonti (in funivia)
Arrivo: Pejo Fonti (a piedi)
Difficoltà: E
Durata: 5 ore circa
Dislivello: 640m
Sentieri: 138, 139, 139B, 129, 124, 119, 110
Rifugi: Rifugio Scoiattolo, Rifugio Fontanino


Tutti le fotografie sono mie e del Signor Coso

venerdì 2 marzo 2018

IL GIRO DEL LAGO COVEL

LA VOLTA CHE… “WOW QUANTI PASSEGGINI! MA DAVVERO?”

Là fuori ci sono genitori, zii, nonni, babysitter con tanti piccoli “pampini” urlanti che mentre puliscono i nasini sognano la montagna, le escursioni e la natura. Ecco, l’articolo di oggi è dedicato a loro. Perché chi lo ha detto che la montagna è solo salite tipo il Sassongher? Ci sono anche escursioni più facili come il giro del Lago Covel in Val di Sole.

Il Lago Covel circondato dai monti nel Parco Nazionale dello Stelvio in una giornata assolata d'estate

L’inizio del giro del Lago Covel da Pejo Fonti


Lo ammetto: il giro del Lago Covel non era programmato, ma il giorno prima avevamo fatto il giro dei laghi del Cevedale per cui io ero completamente a corto di energia e siccome il giorno dopo era previsto il Vioz, pensammo bene che un’escursione tranquilla potesse fare al caso nostro. Anche perché dovevamo testare i bastoncini da nordic walking che il meraviglioso proprietario dell’albergo ci aveva gentilmente prestato per la salita al Vioz (sì, lo stesso meraviglioso proprietario il cui consiglio mi ha ridotto a uno straccio straccino straccetto sul Vioz. Ah! I complessi contrasti della montagna!).

Quindi partendo neanche troppo presto dal nostro albergo a Cogolo raggiungemmo in autobus la funivia di Pejo Fonti che in pochi minuti ci portò al rifugio Scoiattolo (2000m) da cui inizia questa escursione alla portata veramente di tutti e che si snoda nello spettacolare paesaggio del Parco nazionale dello Stelvio.


Il panorama del bosco di larici e delle montagne sullo sfondo del Parco Nazionale dello Stelvio sulla sentiero n. 127 per il Lago Covel

Il giro del Lago Covel


La prima cosa da fare scesi dalla funivia è ignorare il canto delle sirene di Pejo 3000, che porterebbe al Vioz, e quello della funivia di Doss de Cembri che, oltre a portare anche lei al Vioz, permettere di attaccare il meraviglioso Sentiero dei tedeschi. Lo so che è tosta, ragazzi, ma su! Se ce l’ha fatta Ulisse ce la possiamo fare anche noi!

Si aggira quindi la stazione a monte della funivia e si prende il sentiero n. 127 ben segnalato da un cartello. Si inizia così la discesa passando per un po’ sotto i cavi della funivia Pejo 3000 e immergendosi per circa un’oretta nel bosco di larici che, senza troppi imprevisti, porta alla meta. Si incrocia anche il Rio di Vioz, un bel fiumiciattolo su cui si è costretti a passare su ponticelli più o meno improvvisati fatti di assi di legno. Ammetto che quel tratto di strada ha soddisfatto particolarmente la me bambina, la cui età si aggira intorno ai 5 anni (ma ogni anno si riduce un po’) e che per poco non mi ha fatto fare un tuffo nel fiume per saltellare sulle rocce a fianco al ponticello. Quindi se avete bambini con voi posso assicurarvi per esperienza personale che gli piacerà il Rio di Vioz.

Da lì in poco tempo si raggiunge il Lago Covel (1839m). La sua vista è molto carina anche se l’estate in cui ci siamo andati noi era un po’ emaciato per il troppo caldo. Prima la Mamolada e poi il Lago Covel… niente! Si vede che è il mio destino trovare ghiacciai e laghi sciupati.

Interessante nozione di biologia: nel Lago Covel sembra esserci una florida colonia di Sanguinerola. Chi sa cos’è la sanguinerola? Dal nome io avrei scommesso una sanguisuga o qualcosa di comunque terribilmente vampirico. Invece è un raro esemplare di ciprinide di alta montagna. Tutto chiaro ora eh! No?! Nessun pescatore tra di voi? A quanto dice il signor Google la ciprinide è un pesce. Ci dobbiamo fidare perché io sono una vera ignorante in fatto di pesci, o animali in generale. Comunque se volete la potete vedere qui (ma ignorate il fotomontaggio del muso di un maiale sul corpo di pesce, quello è falso).

A pochi passi dal lago, a sinistra, si raggiunge la Cascata Cadini e proprio qui cade l’asino. Sapete qual è il problema di un giro facile come questo? Che ci va praticamente chiunque, anche chi non sa neanche come è fatta una montagna. Quindi arrivati alla cascata più che riuscire a vedere le belle acque del Rio di Vioz che precipitano per qualche metro il Signor Coso e io abbiamo visto teste, tante teste, troppe teste. C’era una flotta di gente! Un sacco di genitori, tantissimi bambini, pure qualche cane e un paio di passeggini. Davvero! Si erano portati i passeggini in un’escursione. E in effetti per come è fatto il tratto di sentiero che va dal lago Covel alla Cascata Cadini e oltre il passeggino ci può pure stare.

Quindi sì, lo avevo detto: il giro del Lago Covel è perfetto per tutti quelli che sono incastrati con “pampini” urlanti e che vogliono fare trekking in Val di Pejo. Ma da mostro orrendo che non ha bambini e che ama le escursioni (soprattutto le escursioni silenziose e tranquille) mi permetto qualche consiglio a tutti i genitori/zii/nonni/quel che vuoi là fuori. Portare i vostri bimbi in facili escursioni è un’idea meravigliosa ma:

  1. Per favore insegnategli a essere educati perché sul sentiero non ci sono solo loro 
  2. Abbiate la compiacenza di dare modo a tutti di fare foto ricordo e non passate davanti agli obiettivi degli altri (davvero! Non ho mai visto così tanta gente non avere cura delle altre persone presenti nella stessa zona) 
  3. Tenete a bada i vostri cani, sempre perché sul sentiero non ci siete solo voi (e di solito un sentiero non è un’autostrada in fatto di larghezza) 
Dopo aver goduto, per quanto possibile, della bella vista della cascata si continua l’escursione passando sul bel ponte di legno e seguendo il sentiero che passa accanto ai campi coltivati. Qui praticamente abbiamo assistito a un tacito scontro non totalmente consapevole tra turisti e contadini. I vari turisti passando con cagnolini, bambini, passeggini ecc... non facevano troppo caso a dove mettevano i piedi e piuttosto spesso facevano per sbaglio cadere sassi e pietre nei campi. I contadini che stavano lavorando in quel momento, dal canto loro, li rilanciavano sul sentiero in modo più che consapevole, sempre attenti a non colpire nessuno ma sicuramente (a giudicare dalle loro facce) sognando di poter fare tiro a piattello.

Comunque in breve tempo ci si allontana dai campi e si torna sulla strada asfaltata quindi siamo tutti riusciti a limitare, per quanto possibile, il fastidio dato agli agricoltori.


Il Rio di Vioz nel Parco Nazionale dello Stelvio, sulla strada per il Lago Covel, visto subito dopo il ponticello di legno che lo sormonta

Il ritorno a Pejo Fonti passando per Pejo Paese


Sulla strada asfaltata il nostro cammino si è fortunatamente separato da quello di tutta quella gente stile gita scolastica. Mentre loro avevano una colonna di macchine che li avrebbe riportati a Pejo Fonti il Signor Coso e io abbiamo continuato a piedi verso Pejo Paese imboccando un sentierino che in breve si distacca dalla strada asfaltata e che, passando sotto i piloni della funivia, prosegue in falsopiano in un prato.

Dopo circa un’altra mezzoretta di cammino abbiamo così raggiunto il dosso di San Rocco (1584m) dove sorgono la Chiesa di San Rocco e il cimitero militare. La chiesa è stata edificata per la prima volta nel 1400, ma solo durante la prima guerra mondiale ha ricevuto delle mura esterne volte anche a delimitare il nuovo, all’epoca, cimitero dove riposavano caduti di diverse nazionalità: austriaci, russi, prigionieri polacchi e anche qualche italiano. Di loro, ormai, non rimane nessuno laggiù perché nel 1921 le salme furono spostate nell’Ossario di Rovereto. Negli ultimi anni, però, sono stati portati nel cimitero militare alcuni soldati di quell’epoca, non identificati, trovati congelati in alta montagna.

Dopo aver visto chiesa e cimitero il Signor Coso e io ci siamo guardati in faccia, abbiamo guardato l’orologio e, siccome era ora di pranzo, abbiamo sentenziato che era tempo di tornare a Pejo Fonti per mangiare. Purtroppo l’autobus non sarebbe passato prima di un’ora quindi eravamo costretti a tornare giù a piedi. Non ci sembrava però una gran tragedia se non fosse che, dopo un po’ che camminavamo sulla carreggiata asfaltata, ci è sorto il dubbio di aver sbagliato strada: non stavamo scendendo abbastanza. Abbiamo quindi capito che, invece di andare diretti a Pejo Fonti, stavamo sulla strada che ci avrebbe portato in località Fontanino, qualche chilometro fuori strada.

Avevamo troppa fame ed eravamo troppo stanchi per andare fino in fondo su quella strada, d’altro canto tornare indietro fino al bivio con la strada giusta era ormai impensabile. E lì è arrivato il colpo di genio! Siamo escursionisti no?! Camminare nei prati, in pendenza, senza un vero sentiero tracciato davanti ai piedi è quel che facciamo per divertirci. E quindi niente, come si dice dalle mie parti, abbiamo tagliato per fratte, alias abbiamo cominciato a scendere per un prato che ci avrebbe ricongiunto alla strada giusta. Unica piccola pecca? Una certa pendenza e il rischio di finire dentro casa di qualcuno, quasi è successo. Quasi, per fortuna siamo riusciti ad evitarlo.

Quindi è finita così la nostra facile e tranquilla escursione del giro del Lago Covel: perdendoci alle porte di un paese, per strade asfaltate. Perché quando ci siamo di mezzo noi non può mai andare tutto liscio; altrimenti dove sarebbe il divertimento.


Le tombe ben curate dei soldati non identificati della Prima Guerra Mondiale nel cimitero militare della Chiesa di San Rocco a Pejo Paese

Scheda dell’escursione:


Partenza: Pejo Fonti (funivia)
Arrivo: Pejo Fonti (a piedi)
Difficoltà: E
Dislivello: 416m
Durata: 3 ore circa
Sentieri: 127
Rifugi: Rifugio Scoiattolo


Tutte le fotografie sono mie e del Signor Coso

venerdì 8 dicembre 2017

IL GIRO DEI LAGHI DEL CEVEDALE

LA VOLTA CHE HO DATO UNA TESTATA AL FINESTRINO (MA PER LO MENO NON SIAMO CADUTI DISOTTO)

A sei anni sognavo spessissimo di precipitare mentre guidavo la macchina. Che bimba precoce! Comunque era il mio incubo ricorrente. Quindi capite perché non gradisco molto le escursioni facili, ma che minacciano di farti fare un volo con l’automobile già solo per raggiungerle? Tipo, per dirne una, il Giro dei laghi del Cevedale. Oh, sarà una cosa mia – eh! – non dico di no, ma preferisco le strade larghe. Tanto così per dire.

Riflesso del Cevedale innevato nelle acque limpide del Lago Nero

L’avvicinamento a Malga Mare


Per raggiungere il Giro dei Laghi, nel bel mezzo del Parco Nazionale dello Stelvio, bisogna fare circa una mezzora di viaggio in macchina da Cogolo in direzione Malga Mare. Se il viaggio non fosse da fare su una stradina a doppio senso di circolazione abbastanza larga da far passare giusto un risciò monoposto andrebbe anche bene, ma visto che il risciò si è fatto la fiancata sulla parete rocciosa per evitare il precipizio dall’altro lato non è che fossi proprio esaltata all’idea di doverla fare con una macchina.

Tendenzialmente è chi sale che si trova dal lato della maggioranza dei tratti strapiombanti quindi è un primo impatto che mette a dura prova le coronarie. Considerando però la bella e vecchia regola delle strade di montagna secondo cui è solitamente chi scende che si ferma a lasciar passare, almeno in fase di salita ci si deve accostare il meno possibile.

A circa metà strada c’è il pedaggio. Una specie di dogana per poter accedere al parcheggio (che è decisamente più in alto). Il costo dovrebbe essere intorno ai 3 euro, se ricordo bene, ma se si è in possesso della Trentino Guest Card – Val di Sole Opportunity viene solo 1 euro (o almeno è stato così nell’estate 2017). Insomma un prezzo accettabile per evitare di doversi fare chilometri sotto il sole sulla strada asfaltata prima di poter attaccare il vero e proprio giro.

Il parcheggio è su uno sterrato appena raggiunta una centrale idroelettrica. E almeno lui è abbastanza ampio da assicurare al risciò di stiracchiarsi e di incontrarsi con una moltitudine di suo amici risciò. Sì, diciamo che il parcheggio è grande una moltitudine di risciò.


La valle del Giro dei laghi del Cevedale vista dal Rifugio Larcher

L’inizio del Giro dei laghi del Cevedale


Il giro vero e proprio si attacca dal parcheggio che è giusto a cinque minuti da Malga Mare (1072mt) prendendo la mulattiera a sinistra. Dal Ristorante Malga Mare, quindi, un sentiero porta fino a Pian Venezia con i suoi mille rivoli e fiumiciattoli. In effetti l’acqua non manca per tutta l’escursione. Ma lo avevate già intuito dal nome, vero?!

Dopo essersi discostati dal bosco si comincia a procedere su un costone con a destra una parete rocciosa e a sinistra lo sprofondare della valle. Nonostante sia un sentiero facile e sicuro meglio prestare attenzione a dove si mettono i piedi: un passo falso e si scivola giù.

La vera rogna di questo sentiero è che è lungo e ventoso e quando ci siamo andati noi era pure assolato. Insomma, come spesso capita in montagna, non è proprio una passeggiata leggera. Però se si tiene duro (e ogni tanto ci si bagna la testa per evitare colpi di insolazioni che facciano vedere risciò volanti) si riesce a raggiungere il Rifugio Larcher (2608mt).

Cosa ha di speciale il Rifugio Larcher? A parte il miglior succo di mirtillo che io abbia mai bevuto nonostante fosse un normalissimo succo che si può comprare in qualsiasi peggior bar di Caracas? Il fatto che è ai piedi del Cevedale. Quindi se per caso si ha voglia di avventurarsi su un ghiacciaio da qui è possibile: c’è un sentiero ben segnalato che porta dritti sul Cevedale. Ma secondo voi noi abbiamo pensato anche solo un momento di prendere quel sentiero? Certo che no!

Per continuare verso i laghi c’è un sentiero pietroso a destra, poco prima del rifugio. In sostanza è essenzialmente un tornante della strada percorsa lungo il costone. Sale per un po’ prima di cominciare a scendere verso il Lago Marmotta (2704mt). Un laghetto carino, ma che, vi assicuro, non regge il confronto con quelli che lo seguono.

Con un sentiero in quota, il sentiero 4, si passa accanto a ben tre altri laghi, costeggiando continuamente i vari impianti accessori alla diga che aiuta a produrre l’energia elettrica della zona. Il primo lago che si incontra, a cui si può scendere se proprio si vuole ma non è così necessario, è il Lago Lungo (2550mt). Il secondo è il preferito mio e del Signor Coso: il Lago Nero (2621mt). Perché sia così bello il Lago Nero è difficile dirlo. Non è molto grande, non è di un colore particolare e non è più limpido degli altri. Ha, però, delle belle rocce su cui fermarsi a mangiare metri sopra al lago, e nelle sue acque si riflettono tutti i monti intorno. Sono quasi sicura di averci visto persino il Vioz. Insomma, è suggestivo il signorino.

Abbandonato il Lago Nero si raggiunge la vera primadonna del giro: il Lago Careser (2603mt). Lui sì che ha un colore particolare: un azzurro intenso che forse nasce dal ghiacciaio da cui prende le acque o forse no. Sul Careser, però, domina una diga immensa che avrebbe fatto la felicità di mio padre a vederla dal vivo, ma non certo la mia. Sì perché mio padre è un estimatore di dighe, gallerie, gru e roba così; io invece sono una fan dei paesaggi naturali vergini.


Il Cevedale innevato visto dal Rifugio Larcher

Il ritorno dal Giro dei laghi del Cevedale


Per concludere il giro è necessario attraversare la diga. Poi si prende il sentiero 123 che in circa un’ora e mezza, in uno zig zag tra i boschi, riporta al parcheggio. Da qui noi siamo risaliti verso il Ristorante Malga Mare perché non avevamo ancora pranzato. E per la rubrica “Cosa ha mangiato il Signor Coso?” vi informo che giura di essersi sbranato un panino con la salsiccia. Ora, voi non conoscete il Signor Coso, ma vi assicuro che ha la memoria di un criceto con l’amnesia (più o meno come me) quindi il vero mistero è: come fa a ricordarsi sempre quello che ha mangiato?

Per tornare indietro, comunque, si deve rifare la malefica strada del risciò monoposto, sempre in macchina. Però questa volta si scende per cui si è dal lato dove la roccia è preponderante e si è anche quelli che si devono fermare e accostare. E visto che vi state chiedendo come mai non mi era ancora successo qualcosa di buffo ma doloroso in questo giro vi svelo quello che è accaduto.


Indovinate chi è che si è dovuto accostare proprio in uno dei rari punti in cui c’era lo strapiombo per far salire un paio di macchine? E siccome era il Signor Coso a guidare io sono quella che si è voltata per controllare di non precipitare di sotto. Sarà stato per la stanchezza o per l’incubo ricorrente o che so io, ma quando mi sono voltata per guardare, sporgendomi pure un po’ per vedere meglio, ho dato una testata potentissima al finestrino chiuso. E niente, il Signor Coso ha fatto manovra da solo mentre io rintontita mi schiacciavo le mani sulla fronte nel punto dove probabilmente mi ero procurata un’emorragia cranica. Ero quasi tornata intera a casa… Grazie malefica strada del risciò!


Il lago Careser e la sua diga

Scheda dell'escursione


PartenzaCogolo (in macchina)
Arrivo: Cogolo (in macchina)
Difficoltà: E 
Durata: 5 ore circa 
Dislivello: 800m 
Sentieri: 104, 123
Rifugi: Ristorante Malga Mare, Rifugio Larcher

Le fotografie sono state scattate da me e dal Signor Coso

venerdì 3 novembre 2017

LA SALITA AL MONTE VIOZ

La volta che ho temuto di essere travolta da una frana (ma non c'era nessuna frana)

Certi monti sono infami. Punto. Bella premessa per un articolo su un’escursione, eh?! Però il fatto è che è vero: ce ne sono alcuni che sono praticamente la trasposizione in monte di Saw l’Enigmista. Si divertono a illuderti di essere arrivata spargendo croci a destra e manca lungo il sentiero e poi non lasciano sulla vetta neanche un pezzetto di croce, niente! E sì, sto parlando di te Monte Vioz, non fare il finto tonto! Ma sapete come si dice no?! Alle ragazze piacciono gli stronzi; e poi se quello in questione è il Vioz… è così bello che gli si perdona tutto!


Vista dalla cima del Monte Vioz

La partenza da Pejo 3000



Il Vioz, un po’ come tutti gli stronzi, in fin dei conti, è una primadonna. Se vai a fare trekking in Val di Pejo non lo puoi non notare e finisci per desiderare a qualsiasi costo anche solo un giorno di sole per tentare la salita. Perché, insomma, quando ricapita di trovare un 3600 che ti lascia arrivare in vetta facendo solo un po’ di hiking senza ghiacciaio né troppa neve? La salita al Vioz è unica! Ed è conseguentemente la mecca della Val di Pejo. Potevo farmela scappare?

Il punto da tener a mente leggendo questa storia però è che per salire al Vioz ci sono due sentieri: quello più turistico da Doss de Cembri e quello decisamente più ostico dalla funivia Pejo 3000. E prima che mi metta a raccontarvi perché sono finita a temere di essere travolta da una frana, fatemelo dire subito: se volete arrivare in vetta al Vioz salite da Doss de Cembri! Consiglio spassionato di una che è salita da Pejo 3000.

Perché l’ho fatto? Per due semplici motivi: per facilitare l’adattarsi del mio corpo al cambio di pressione (quando si arriva a 3000 metri è sempre meglio fermarsi 10 minuti per evitare il mal di montagna) e perché il Signor Coso e io ci siamo fidati di quel che ci hanno detto in albergo a Cogolo. E questo forse è stato un piccolo errore da parte nostra perché il proprietario dell’hotel era uno di quegli alpinisti che si tengono le loro foto in Nepal attaccate alla parete e probabilmente vedendoci partire ogni mattina con lo zaino in spalla da bravi alpinisti deve aver pensato che fossimo più seri di quel che in realtà siamo. Certo non deve aver aiutato il fatto che ormai vede quasi solo gente che va lì in vacanza per le terme di Pejo Fonti. Così avrà detto “finalmente qualcuno che vuol far sul serio!”. Ecco, ai futuri proprietari di albergo dove dormirò: sì voglio fare sul serio, ma non voglio morire, grazie!

Fatto sta che il proprietario-alpinista ci ha consigliato di salire da Pejo 3000 perché secondo lui era un sentiero più divertente e decisamente più fattibile in salita che in discesa. Probabilmente a quel punto una lampadina mi si doveva accendere, ma la me del passato è un po’ tonta. Inoltre, gentilissimo, ci ha anche prestato i bastoni da Nordic Walking perché altrimenti la salita era quasi infattibile… ancora niente lampadine me del passato? Ma che ci provo a fare? Tonta!

C’è un altro piccolo errore che abbiamo fatto, lo dico subito così laviamo tutti i panni sporchi in un colpo solo. L’estate in cui siamo saliti al Vioz era quella in cui il sole aveva deciso di friggere l’intero pianeta. Roba che a Roma facevano quaranta gradi all’ombra e neanche noi a 3000 metri ce la spassavamo proprio: diciamo che il sole ci stava cuocendo alla velocità di una pentola a pressione! E quel bel giovedì, per altro, era il mio primo giorno di ciclo. Qui le donnine lì fuori hanno già capito l’errore, ma facciamo uno schemino per gli omini: primo giorno di ciclo + caldo + fatica + cambio di pressione = brutta, ma veramente brutta idea. L’ho già detto che la me del passato è tonta?

Ora quindi, dopo tutte queste ottime scelte, la mattina presto abbiamo preso da Pejo Fonti la funivia che portava al Rifugio Scoiattolo (2000m) e poi la funivia Pejo 3000 che ci ha portati ai resti dell’ex Rifugio Mantova (2985m). Ci siamo fermati i nostri buoni 10 minuti e scampati per lo meno nausea e mal di testa siamo andati incontro al nostro destino.




Vista del monte Vioz all'arrivo di Pejo 3000

La salita al Vioz



Con l’entusiasmo al massimo abbiamo preso il sentiero 138 che scende per 200 metri in una pietraia costellata di ruscelletti e capre-pecore. Se per caso non avete seguito il consiglio iniziale e siete arrivati anche voi a Pejo 3000 sappiate che da qui, con il sentiero in quota, potete ricollegarvi a quello di Doss de Cembri e salvarvi. Noi, ovviamente, non lo abbiamo fatto. Se no non staremmo qui a parlarne, no?! Noi abbiamo preso la traccia alpinistica che comincia con dei simpatici massi accavallati in precaria posizione perché… o in passato c’è stata una frana o volevano stare vicini vicini. Vedete voi a quale versione preferite credere. A me l’ultima piaceva, se non fosse stato per un crack improvviso che mi ha fatto deviare bruscamente verso l’ipotesi della frana.

Ebbene sì, mentre ero abbarbicata su queste monolitiche pietre un crack ha pensato bene di risuonare nella vallata completamente deserta e io in meno di 10 secondi ho più o meno pensato questo: “Morte! Frana! Morte! Frana! Morte! Frana!”. Non è un gran discorso? Che vi aspettavate il monologo di Amleto in 10 secondi di puro panico? Fatto sta che dopo quei gloriosi 10 secondi non è successo niente; quindi mi sono voltata verso il Signor Coso. Lui era il volto della tranquillità, giuro! Mi ha pure detto qualcosa del tipo “ma che pensavi a una frana? Su, andiamo!”. Al che io mi sono sentita in dovere di rispondergli con uno sfacciato e bugiardissimo “naaaaaaa!”. La verità? Sì che pensavo ci fosse una frana! E pure il Signor Coso lo ha pensato se è per questo! Ma ce lo siamo confessati solo una volta in albergo perché certe cose non le puoi mica ammettere a più di 3000 metri di altezza.

Vista dei massi che aprono la salita al Vioz da Pejo 3000


Comunque dopo i simpatici pietroni le cose non sono andate molto meglio. Seguendo i bastoni segnavia blu, non sempre visibilissimi, siamo arrivati a uno slalom ghiaioso. Ve li ricordate i bastoni da Nordic Walking? Ecco, sono serviti qui perché lo slalom ha una pendenza tale che ancora mi stupisco di non essere scivolata mai; ché scivolare è la mia prima attività quando faccio hiking: scivolo costantemente, ma giuro che sto migliorando.

Alla fine comunque ne siamo usciti e ci siamo ricongiunti con il sentiero 105, quello che sale da Doss de Cembri. È allora che ho pensato per la prima volta che fosse quasi finita. Mi sbagliavo. Abbiamo girato a sinistra e continuato a salire, salire, salire… finché alla fine non abbiamo visto una croce. Allora io ho ripreso entusiasmo nonostante il sudore e il barcollare e ho stretto i denti. No, signori, ve lo dico subito: non era la vetta. La croce indicava il Rifugio Mantova (3535m).

Nonostante il Vioz mi avesse già ingannata abbastanza, quando dopo il Mantova, a pochi metri di distanza sulla linea di cresta, ho visto la seconda croce ci sono ricascata. Sì, è proprio tonta la me del passato! Però ha vissuto minuti di grande felicità mentre avanzava verso quella croce, pure un po’ in mezzo alla neve, e poi se l’abbracciava. Non ho mai amato così tanto una croce! Peccato che non fosse la vetta. Again. Ora una domanda a chiunque abbia fatto la fatica di portare a 3500 metri una gigantesca croce di legno da mettere non in vetta: ma perché? No, davvero, perché?

Comunque alla fine ci siamo arrivati in vetta (3645m). Solo che, siccome il Vioz è decisamente un monte sardonico, sulla vetta non c’è nessuna croce. No, c’è solo un prisma di ferro pure bassotto. Una roba che non si è mai visto. Ma va beh, ognuno ha i suoi gusti e chi sono io per commentare quello che si voleva mettere in testa il Monte Vioz? E allora vada per il prisma. Che poi, vorrei sottolineare, quel prisma al momento sta a segnare il mio personale record!

Quando, però, siamo arrivati lassù io avevo dato fondo a tutto quello che avevo ed eravamo pure in ritardo sulla tabella di marcia quindi non abbiamo attraversato il ghiacciaio e non siamo arrivati al museo più alto delle Alpi, il Museo di Punta Linke, come ci eravamo promessi. Sto ancora rosicando per questo, giuro.


Panorama dalla salita del Monte Vioz da Pejo 3000

Il ritorno a Doss de Cembri

A ridiscendere però siamo stati furbi: abbiamo preso il sentiero 105 che porta alla funivia Doss dei Cembri (2315m). Quindi, ignorando il bivio che ci avrebbe portato per il diabolico tracciato alpinistico, abbiamo tenuto la sinistra percorrendo un sentiero che in situazioni normali avrei trovato faticoso, ma che dopo quella salita mi sembrava una passeggiata. Scendendo per la via di cresta abbiamo superato il Brick (3200m), il punto più critico del sentiero, e abbiamo aggirato il dente del Vioz (2905m).

Discesa dal Monte Vioz per il sentiero di Doss de Cembri


Sorvolando sul fatto che le funi metalliche a volte sfilacciate hanno bucherellato il Signor Coso, la discesa è stata un piacere. Doss de Cembri si è palesato davanti a noi che io ancora saltellavo come una di quelle caprette che avevamo incontrato per strada. Ero euforica. Sarà stato il dopopranzo o che faceva meno caldo alle 6 di pomeriggio o forse alla fine il mio cervello aveva fatto cortocircuito, ma ero al settimo cielo. La causa, però, sarei pronta a scommetterlo, doveva essere proprio il Vioz: 3645 metri di rocce, neve e bellezza nel mezzo dello spettacolo meraviglioso che è il Gruppo dell’Ortles-Cevedale. Come non innamorarsi?

Scheda dell'escursione


PartenzaPejo Fonti (in funivia)
ArrivoPejo Fonti (in funivia)Difficoltà: F 
Durata: 7 ore circa 
Dislivello: 1300m 
Sentieri: 138, 105
Rifugi: Rifugio Scoiattolo, Rifugio Mantova

Le fotografie sono state scattate da me e dal Signor Coso