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venerdì 25 gennaio 2019

LA FALESIA JURASSIC PARK

OSSIA LA VOLTA CHE TI ASPETTI I DINOSAURI E INVECE TROVI UNA “VIA FERRATA”


Lo so che da tutte le mie disavventure non sembra, ma il Signor Coso e io siamo persone abbastanza accorte in montagna. Per questo motivo prima di tentare la nostra prima estate di klettersteig abbiamo pensato, ormai qualche anno fa, di seguire un corso CAI sulle vie ferrate. Il bello dei corsi CAI è che non si limitano a essere teorici ma regalano anche un po’ di pratica. Quindi, per tutti quelli di voi che si stanno chiedendo come sarebbe frequentare un corso CAI, ecco la storia della Falesia Jurassic Park, ossia della nostra uscita CAI.


Vista dalla grotta alla Falesia Jurassic Park
Il panorama della Falesia Jurassic Park visto dalla grotta dove finisce la via ferrata


Il corso di vie ferrate del CAI


Per quanto mi piacerebbe vendermi come un talento naturale dell’alpinismo (e per quanto io sia consapevole di confessarmi invece come una mezza sola dell’escursionismo e una campionessa della goffagine a 360°) devo ammettere che la ferrata del Piccolo Cir, ossia la mia prima klettersteig, non è stata un’esperienza poco programmata.

L’inverno che ha preceduto la nostra estate in Val di Badia, infatti, il Signor Coso e io ci siamo fatti due conti sul nostro entusiasmo per la montagna e la nostra aspirazione per le klettersteig e abbiamo pensato che fosse una buona idea rivolgerci a qualcuno di esperto. Così ci siamo iscritti al corso sulle vie ferrate della scuola CAI Franco Alletto. Ora la Franco Alletto è a Roma (ma ha anche un interessante, per quanto non aggiornato, canale YouTube per chiunque volesse darci una sbirciatina), ma le sezioni CAI si possono trovare un po’ in tutta Italia.



Purtroppo il Signor Coso ha fatto un insensato affidamento sulle mie capacità mnemoniche per cui non mi ha raccontato molto del corso in sé. Quello che posso dirvi in generale sul corso è decisamente poco e si potrebbe riassumere in:
  • una lezione teorica sui rischi della montagna in cui, tra l’altro, abbiamo imparato nozioni dal valore decisamente alto come “ferrata = metallo ovunque; temporale = fulmini; metallo = parafulmini; ferrata + temporale = brutta cosa”. Il che, riassunto in linguaggio umano, significa che se piove non si va in ferrata (anche perché la roccia della parete diventa fastidiosamente liscia) e che se ci si trova in parete e scoppia un temporale è importante allontanarsi il più possibile quanto prima e liberarsi di tutta l’attrezzatura di ferro;
  • una lezione teorica sull’attrezzatura e le tecniche specifiche 
  • una lezione in palestra sui nodi e l’allestimento delle soste
  • una lezione pratica presso la Falesia Jurassic Park in un sabato di primavera. 

L'arrivo alla grotta alla Falesia Jurassic Park
L'ingresso alla grotta che conclude la via ferrata della Falesia Jurassic Park

Le prove di via ferrata e la discesa in corda doppia nella Falesia Jurassic Park


La Falesia Jurassic Park, nonostante quello che potrebbe far pensare il nome, non c’entra nulla né con i T-Rex né con il professor Ian Malcom, mia cotta infantile. E per questo sono ancora un po’ in lutto, lo ammetto. In compenso, però, ha molto a che fare con diverse pareti di arrampicata oltre che con una piccola zona attrezzata ad hoc per allenarsi a percorrere le vie ferrate.

La falesia si trova vicino a Tagliacozzo, sulla strada che porta fuori dal piccolo paese di Petrella Liri. Dopo un paio di curve si raggiunge uno spiazzo abbastanza ampio da parcheggiarci più di una macchina. Da lì si è già arrivati nell’area attrezzata.

La zona ha tre attrazioni principali: una serie di due scalette (che però potrebbero anche essere montate volta per volta per il corso CAI), un punto allestito per la discesa in corda doppia e la via ferrata vera e propria.

Quel giorno noi eravamo una mezza bolgia: più di 20 persone con 5 istruttori CAI. Tra le oltre 20 persone c’era persino chi soffriva di vertigini (tanto di cappello allo sconosciuto di cui non ho mai memorizzato il nome che con le vertigini a 1000 ha provato a fare un corso di ferrate) e poi c’ero io che non sapevo neanche legarmi il dissipatore all’imbrago. Non che non sappia fare un nodo a bocca di lupo - eh! - ma il mio dissipatore è del tipo “mi piego ma non mi spezzo” quindi… di solito interviene il Signor Coso che lo “spiezza in due”. Insomma forse non eravamo il gruppo più brillante della storia dell’alpinismo...

Per poter far tutto, senza incalzarci più dello stretto necessario, siamo stati divisi in due gruppi. Il Signor Coso e io siamo finiti in quello che cominciava dalle scalette. Lo scopo essenziale di queste due scalette era quello di farci familiarizzare con la parete e l’avanzamento verticale. La regola base da imparare, in generale, era quella di tenere le longe del dissipatore nell’incavo del gomito per non lasciarselo troppo indietro. Sapete com’è: effetto della forza di gravità! Regola base da imparare per me: smettere di tremare. Spoiler alert. Non ho imparato.

La prima scaletta è piuttosto ampia e comoda, mentre la seconda si stringe un po’ e si fa più ardua, anche se forse la maggiore difficoltà è dovuta soprattutto al mancato allineamento delle due scalette. Io le ho fatte tremare entrambe neanche fossi il terremoto stesso. Il mio tremore però non aveva senso: ovviamente la salita era totalmente in sicurezza. Un istruttore ci faceva sicura da terra. Era un tipo strano, però affidabile: portava degli occhiali a prisma che gli permettevano di guardare in alto senza dove inarcare il collo. Decisamente comodo, ma inconsueto da vedere. Era talmente inconsueto che è rimasto nella fantasia collettiva per molto tempo al punto che, qualche mese dopo, senza nessun buon motivo ha cominciato a circolare sul gruppo Whatsapp del corso la convinzione che fosse morto, manco fosse Tonio Cartonio. Non lo era, ovviamente. Ma almeno adesso l’anonimo istruttore CAI può entrare a pieno titolo nella rosa dei morti ancora in vita insieme a Paul McCartney, Macaulay Culkin e Fabri Fibra. Fico no?!

Alla fine della scala dovevamo lasciarci andare. L’intero corso CAI è praticamente un continuo dover dare fiducia a sconosciuti. Il Tonio Cartonio del CAI ci doveva calare lentamente a terra. E qui se ne sono viste di tutti i colori. Qualcuno si è ancorato alle scale neanche fosse un riccio sullo scoglio. Vi giuro che era difficile convincere alcuni a staccarsi da lì.

Subito sopra la scala si sviluppano 5/6 metri di ferrata orizzontale dove è necessario avanzare con sedere in pizzo e piedi puntati sulla roccia. È un tratto breve, ma abbastanza sfidante, perfetto per imparare a cavarsela anche nei punti un po’ più ostici. Una volta calati nuovamente a terra era il momento di passare alla corda doppia.

Prima di farci affrontare una vera discesa in corda doppia ci hanno spiegato in sicurezza e con i piedi ben piantati a terra tutti i nodi e le sicure da usare e come fare a fermarsi e ripartire. Siccome vi ho già ammorbato sufficientemente su tutte queste tecniche quando vi ho raccontato del Monte Viglio direi di saltare la teoria e andare subito alla pratica.

Il punto allestito per la corda doppia si trova in cima a una rupe. Lì ci aspettava un altro istruttore pronto a controllare che fosse tutto a posto prima di dare il via alla nostra discesa per 20 metri. Nel complesso era una discesa piuttosto autonoma: unica sicurezza l’istruttore a terra sempre pronto a tirare la corda doppia per fermarci.

Discesa assistita alla Falesia Jurassic Park
La mia discesa assistita per 30 metri alla Falesia Jurassic Park


La via ferrata della Falesia Jurassic Park


A questo punto era già passata qualche ora ed era il momento di riunire i gruppi e affrontare la via ferrata vera e propria. Che poi fa ridere chiamarla così: “via ferrata vera e propria”. Che uno a sentirla chiamare così chissà che si immagina, magari l’Elferkofel e invece è praticamente un sentiero attrezzato. Che poi non è neanche un sentiero attrezzato, a dire il vero. La via per il Rifugio Re Alberto è un sentiero attrezzato, questo è più un semplice sentiero per il 90% del percorso. Il 10% che si potrebbe chiamare “attrezzato”, invece, è all’inizio e alla fine del sentiero.

I primi due/tre metri del sentiero sono particolarmente verticali e scivolosi. Un po’ per l’inesperienza, un po’ per il terriccio qui si potrebbe avere qualche difficoltà. L’istinto spinge quasi subito ad ancorarsi al cavo metallico. Il problema è che l’istinto di tutti agisce nello stesso identico modo e in più il cavo è un po’ lasso… così è quasi inevitabile che tira tu tira io… la mia mano resta intrappolata tra il cavo e la roccia. Così ho imparato quanto può far male affidarsi troppo al cavo della ferrata. Tra cavo e roccia, sempre scegliere la roccia!

Il secondo tragico tratto è quasi all’imbocco della grotta dove si conclude la ferrata. Qui un gradone di circa un metro e mezzo, due metri è riuscito a farmi incagliare come poche volte nella vita. Non c’era modo di superarlo. Non c’era appiglio, non c’era presa. Il cavo non aiutava. E io ero ferma a un passo dalla fine, destinata a essere per sempre un tappo nella lunghissima fila indiana di noi formichine ferratiste.

Ho provato a superare quel tratto più e più volte. Ricordo lo scarpone che non faceva presa e le mie braccine rachitiche che non erano in grado di trascinarmi su a forza. Ho supplicato il Signor Coso di salvarmi. Il mio orgoglio c’è rimasto particolarmente male per questo mio obbligatorio momento di debolezza. Cioè, ci fosse almeno stato il professor Ian Malcom da supplicare… e invece mi è toccato il Signor Coso. Me lo sono dovuto far bastare…

A dire il vero non ricordo precisamente come ho superato quel gradone. Forse mi ha sollevato di peso il Signor Coso, forse un miracolo mi ha permesso di trovare un appiglietto su cui far leva, forse un T-rex mi ha tirato su con le sue lunghe e possenti braccia. In effetti potrebbe essere… tra le tre quella del T-rex mi sembra l’opzione più plausibile.

Fatto sta che alla fine sono arrivata anche io all’interno della grotta dove l’ultimo istruttore aveva già attrezzato la sosta per permetterci di fare la discesa assistita di 30 metri che ci avrebbe riportato fuori dalla ferrata.

Una discesa assistita significa non fare nulla se non sporgersi abbastanza da permettere all’altro di calarti in sicurezza e tenere lontane le mani dal cavo. Davvero, si deve fare solo questo: sporgersi, non toccare il cavo e camminare. E sapete quali sono state le tre cose che ha sbraitato più spesso l’istruttore?

  1. “Sporgiti! E sporgiti! Su forza sporgiti! Più fuori! Più fuori! Devi scendere in parete quindi vai sulla parete! SPORGITI!”
  2. “Togli le mani dal cavo! Non tenerti al cavo! Togli le mani dal cavo ci penso io! Non è una discesa in corda doppia: togli le mani dal cavo! Togli quelle mani o te le taglio! TOGLI. LE. MANI. DAL. CAVO!”
  3. “Non saltare! Non saltare! Devi camminare! Cammina! Non fare come 007 che non ha senso! Non saltare! Non si salta, si cammina! Non saltare! Ti ho detto di NON SALTARE!”
A ripetizione. Poveraccio!

Comunque una volta a terra era finito tutto. Tu eri vivo, l’insegnante senza voce e la tua adrenalina era talmente tanta che per i tre giorni successivi sembrava ti fossi fatta di cocaina. Ah! L’effetto della montagna!

Quindi, tirando le fila:

  • il corso del CAI? Buono, molto buono!
  • come iniziare con le ferrate? Facendo un corso CAI o se si hanno amici esperti facendosi fare un corso perfetto, serio e completo da loro
  • Jurassic Park? Una falesia davvero divertente!
  • La via ferrata? Semplice ma carina.
  • La corda doppia? Bella!
  • La discesa assistita? Più comica che terrorizzante.
  • Il professor Ian Malcom? Non pervenuto.
  • Il T-rex? Il mio nuovo eroe!
Sulla via ferrata della Falesia Jurassic Park
La via verdeggiante della ferrata della Falesia Jurassic Park


Le foto sono tutte del Signor Coso

venerdì 11 gennaio 2019

L'ESCURSIONE AL MONTE CAVA

#GIROGIROCOSO: LA STORIA DEL CROCEVIA INDEMONIATO


Primo articolo del 2019 e per cominciare al meglio ho deciso di raccontarvi del più grande buco nell’acqua alpinistico del Signor Coso e dell’Amico Esperto. Si comincia al meglio perché quella volta io non c’ero per cui il buco nell’acqua non è mio! Protagonista di questa nuova puntata di #GiroGiroCoso è l’escursione al Monte Cava.

Panoramica del Monte Cava
Panoramica dal Monte Cava

L’avvicinamento al Monte Cava


Se state cercando il Monte Cava sulla mappa vi consiglio di ignorare il Massiccio del Gran Sasso e la Majella: non è lì che lo troverete. Il Monte Cava fa parte del Gruppo Montuoso San Rocco-Monte Cava e costituisce lo spartiacque tra la provincia dell’Aquila e quella di Rieti, sempre ammesso che si possa parlare di “spartiacque” quando si parla di una catena montuosa…

Fatto sta, comunque, che il Monte Cava è un po’ il rejetto dell’Appennino Centrale, se mi passate il termine: non fa parte del Gran Sasso, non fa parte della Majella e neppure la catena del Sirente-Velino lo vuole. Insomma un appestato!

Per raggiungerlo è sufficiente prendere l’Autostrada dei Parchi in direzione L’Aquila (sempre ammesso che non stiate già all’Aquila ovviamente) e uscire a Tornimparte. In realtà potreste raggiungerlo anche dal ben più vicino paese di Corvaro, da non confondere con Corvara che invece sta in Alto Adige. Il Signor Coso e l’Amico Esperto, però, l’hanno avvicinato da Tornimparte, forse perché temevano di sbagliare e finire in Alto Adige altrimenti. E fidatevi: per come è andata poi la cosa non era un rischio così improbabile!

Una volta usciti dall’autostrada si devono sopportare un po’ di tornanti per raggiungere una piazzola dove è possibile parcheggiare. La zona su cui si affaccia la piazzola si chiama Prato Capito (un nome piuttosto ironico, ma su questo ci torniamo dopo) e le coordinate le trovate qui.

Dalla piazzola parte una strada che si potrebbe percorrere in macchina ma il Signor Coso e l’Amico Esperto si sentivano sportivi quel giorno: hanno parcheggiato e l’hanno intrapresa a piedi. Quindi la nostra escursione comincia qui.


Discesa in corda doppia sul Monte Cava
Una prova di corda doppia sul Monte Cava

L’escursione al Monte Cava


La stradina che scende dalla piazzola si tuffa nella conca verde di Prato Capito fino a un incavo dove diverse attrezzature per il barbecue fanno supporre che, sebbene il Monte Cava non è il più famoso per le escursioni, non è certo ignorato dai buon gustai.

Se c’è una cosa di cui sono certa è che l’Amico Esperto e il Signor Coso siano, senza ombra di dubbio, delle buone forchette. D’altro canto ho sentito più discorsi sulla cucina in vetta a una montagna che intorno a un tavolo. Quella volta, però, se dobbiamo fidarci della loro parola, sono riusciti a resistere alla tentazione del barbecue e hanno proseguito sulla loro strada. Come avranno fatto? Le opzioni sono due: o l’amore per la montagna omnia vincit oppure una rivolta di salsicce li ha costretti a giurare che non avrebbero mai più mangiato un insaccato e a darsela a gambe levate. Chissà quale delle due opzioni è quella giusta...

Mentre stavano scappando dalle salsicce, ops!, volevo dire proseguendo la loro escursione hanno imboccato un sentiero nel bosco che tra piccole discese e tratti pianeggianti li ha portati a circumnavigare la conca erbosa fino a raggiungere un crocevia.

Sapete cosa si dice dei crocevia? Che sono i luoghi migliori dove perdersi. Puoi stare ore e ore a pensare quale strada prendere, ma se sei bloccato in un crocevia puoi metterci la mano sul fuoco che non prenderai quella giusta. L’unico modo per non perdersi a un incrocio è sapere da che parte andare, che poi è anche l’unico modo per non perdersi in generale. Ma se non sai dove andare… beh! Allora il crocevia stava aspettando proprio te perché non c’è cosa che diverta di più un crocevia che far perdere qualcuno. Ci vanno proprio matti per queste cose. So che c’è un incontro annuale dei vari incroci dove fanno i conti su quante persone sono riusciti a far perdere e quello che ne ha fatte perdere di più vince il premio “Crocevia infame dell’anno”. Se fai perdere la strada alla stessa persona più volte consecutive vale doppio. Quel crocevia là, alla fine del bosco, quell’anno ha vinto di certo. Non per niente il Signor Coso e l’Amico Esperto qualche mese dopo hanno ricevuto un biglietto di ringraziamento. Era anonimo ma sono certa fosse del crocevia perché il postino si è perso più volte per recapitarlo.

L’incrocio per arrivare al Monte Cava è un lontano cugino del Triangolo delle Bermuda. Non per niente non appena sono arrivati lì il GPS dell’Amico Esperto ha cominciato a dare di matto. Siccome non voglio credere al complotto del GPS ubriaco dal giorno prima per combutta con il crocevia, sono propensa ad avvalorare la tesi di un avvelenamento da poli invertiti della freccetta del GPS da parte dell’incrocio. Gli esperti, comunque, indagano ancora sulle varie piste.

Fatto sta, comunque, che privi del loro navigatore il Signor Coso e l’Amico Esperto si sono ritrovati a dover scegliere che strada fare, ed è lì che sono cominciate le comiche manco fossero su Benny Hill.

Hanno scelto il sentiero n. 1, lo hanno seguito per un po’. Mezz’ora, diciamo? Poi hanno capito di aver sbagliato strada. Sono tornati indietro. Altra mezz’ora. Sentiero n.3. Nada! Indietro. Sentiero n. 5. Un buco nell’acqua. Sentiero n. 5b per tentare di raggiungere il sentiero n. 4 senza tornare indietro. Un fallimento. Tornati di nuovo al crocievia. Sentiero n.7. Sentiero n. 10. Sentiero n. 2. Sentiero n. 28. Sentiero n. 5 (di nuovo). Sentiero n. 365. Sentiero n. 67. Sentiero n.3 (già fatto?). Sentiero n. ¼. Sentiero n. . Sentiero n. radice quadrata di 
853.098. Sentiero n. le uova di Calimero dopo che è passato Topo Gigio. E ancora di nuovo ferma al crocevia.

A questo punto erano stanchi, accaldati (il sole stava cercando di scioglierli dall’interno per quanto bruciava) e assetati (l’acqua era ormai agli sgoccioli). E nella disperazione più totale si sono fatti una domanda “ma non è che il quad copre qualche indicazione?” Sì, gente: c’era un quad. Non hanno ancora cominciato ad avere le allucinazioni. Un pastore piuttosto moderno aveva parcheggiato il suo quad sul crocevia. Così si sono affacciati oltre al quad e… eccolo lì, il cartello! Un cartellino piccolo, a loro difesa, e attaccato abbastanza in basso per essere nascosto da un quad ma c’era e indicava precisamente il sentiero per il Monte Cava. Così, rincuorati, lo hanno intrapreso.

Il Signor Coso descrive questa salita come un percorso erboso, senza troppe difficoltà né molta pendenza, quasi una grande collinetta. Quindi vi sorprenderà scoprire che alla fine questa salitina li ha sconfitti. Si erano persi troppe volte ormai per riuscire ad arrivare sulla vetta del Monte Cava (2000 m). Erano stanchi ed era ormai troppo tardi. Così al primo spiazzo giusto che hanno trovato si sono fermati hanno attrezzato una discesa in corda doppia per allenarsi un po’ (ebbene sì, si sono persi mille volte portandosi dietro tutto il peso dell’attrezzatura per la corda doppia) e hanno fatto qualche discesa. Nulla di divertente come avremmo poi fatto un annetto dopo sul Monte Viglio, ma per lo meno quel giorno hanno fatto qualcosa di più del perdersi soltanto.



Il ritorno dal Monte Cava


E niente: questa è la storia del buco nell’acqua che è stata l’escursione al Monte Cava. Per lo meno quando sono tornati indietro, per la stessa strada dell’andata, non si sono persi. E quando hanno raggiunto Prato Capito, alla fine di una giornata in cui non ci avevano capito niente, la rivolta delle salsicce era stata spenta e un porchettaro li attendeva vicino alla loro macchina per rifornirli di bevande. Erano rimasti completamente privi d’acqua in un giorno d’estate sull’Appennino: praticamente il peggior incubo di qualunque alpinista!

Alla fine sono sopravvissuti, ma sul Monte Cava che io sappia non ci sono più tornati: avranno paura che il crocevia voglia vincere di nuovo il premio annuale...


Discesa in corda doppia su un pendio sul Monte Cava
Pendio = prove di corda doppia sul Monte Cava
Tutte le foto sono del Signor Coso o dell'Amico Esperto

venerdì 15 giugno 2018

LA DISCESA IN CORDA DOPPIA SUL MONTE VIGLIO

OSSIA COME DIVENTARE 007 E IL CAPITAN FINDUS IN UN COLPO SOLO

Vi rivelo un segreto: sono Batman!
No, scherzo: quello è Sheldon. Io sono solo 007 e il Capitan Findus. O meglio il Signor Coso è uno 007 findussoso, io sono quella che si fa rinsegnare ogni volta da capo come si fanno tutti i nodi e, tra un po’, persino come si mette l’imbrago. Ebbene sì: non riesco proprio a imparare definitivamente come allestire una discesa in corda doppia. Magari però riesco a farlo imparare a voi raccontandovi la volta in cui l’ho fatta sul Monte Viglio.



Scritta sulla roccia per la via per il Monte Viglio


L’escursione sul Monte Viglio


L’autunno scorso, come ultima escursione dell’anno, il Signor Coso e io, insieme con un paio di amici, abbiamo deciso di andarci a fare un giro sul Monte Viglio (2156m), la cima più alta dei Monti Càntari, a cavallo tra la provincia di Frosinone e quella dell’Aquila.

Partiti presto da Roma, più o meno intorno alle 6/6.30, siamo arrivati in meno di due ore nei pressi della cittadina di Filetto che abbiamo superato prendendo la strada per Capistrello e per Campo Staffi per raggiungere così l’attacco dell’escursione: uno slargo dove parcheggiare in corrispondenza con il Valico Serra Sant’Antonio (1608m). Piccolo avvertimento però: questa strada è praticamente solo un cumulo di tornanti torci-budella. Roba che neanche le montagne russe sono così cattive e quando siamo scesi dalla macchina avevamo tutti un inquietante colorito verdognolo. E quando dico tutti intendo tutti: persino l’amico che guidava! 

Proprio dal salvifico punto dove è possibile parcheggiare ha inizio la strada sterrata quasi pianeggiante che si immerge prima in un bosco (che d’autunno si incendia che tra un po’ neanche il New Hampshire) per poi precipitarsi, dopo il bivio di Fonte Moscosa dove si gira a sinistra, in una vallata pratosa

In relativamente poco tempo, su questo sentiero che solo dopo il bivio decide di ricordarsi che siamo sugli Appennini e non nella Pianura Padana e comincia lievemente a tramutarsi in salita, si raggiunge Val Rovereto, una terrazzina facilmente riconoscibile grazie alla grande croce e alla statuina della Madonna che riposano nel punto più panoramico dove godersi la vista del massiccio del Gran Sasso.


Sentiero nel bosco autunnale per il Monte Viglio

Qui, dicevamo, c’è una croce e una Madonnina. È la vetta? Direi di no, purtroppo. Dalla vetta del Viglio si vede il gruppo del Velino-Sirente, non del Gran Sasso. Tanto per farla più chiara: i prati del Sirente? Sì, si vedono. Prena o Camicia? No, non si vedono. Chiaro ora? Quindi vi è chiaro che non eravamo in vetta vero?! Bene, anche a noi perché in vetta non ci siamo mai arrivati

Purtroppo, nonostante la salita al Monte Viglio sia un’escursione di media difficoltà e di sole 4 ore più o meno, i tornanti torci-budella di prima ci avevano veramente… beh! torto le budella e cos’altro avrebbero potuto fare? Uno dei nostri amici quasi non stava in piedi per la nausea che gli era venuta. Così, dopo aver tentato la salita erbosa a destra della Madonnina per circa mezzo chilometro ci siamo arresi alla nausea e il nostro amico si è buttato a terra.

Mentre il nostro amico moriva lentamente, però, il Signor Coso, io e l’Amico Esperto eravamo freschi come una rosa, più o meno, e quindi che fare? Dopo il tragico flop del Monte di Cambio (LINK) in cui ci eravamo portati dietro una corda di 70 metri per provare la discesa in corda doppia senza però farla, l’Amico Esperto ci aveva riprovato: avevamo con noi il cordone e tutta l’attrezzatura perfetta per farlo e quindi, trovato un buon punto… via alla corda doppia!



Segnavia sul sentiero per la vetta del Monte Viglio


Cosa serve e come si fa la discesa in corda doppia


Cosa serve per allestire una discesa in corda doppia? 
  • Corda di 70 metri; 
  • Imbrago; 
  • Quattro moschettoni; 
  • Corda di circa 3 metri o daisy chain 
  • Piastrina gigi 
  • Cordino di kevlar 
  • Forbici dalla punta arrotondata… ah! No! Quello è art attack! 
Individuato un buon punto dove allestire la corda doppia, nel nostro caso un solido sperone che non ha ceduto sotto forti strattoni, se non ci sono già gli attacchi ad hoc per far scorrere la corda si deve allestire una soluzione per evitare che la corda scorrendo contro la roccia si logori. Si posiziona perciò intorno alla roccia un cordino di kevlar o una fettuccia dove va montata una maglia rapida o un moschettone nel quale scorrerà la corda.

Ricordatevi, inoltre, di chiudere entrambi gli estremi della corda doppia con un nodo cappuccino in modo da essere sicuri di non precipitare nel vuoto: se anche doveste raggiungere la fine della corda e restare nel vuoto questi nodi vi salveranno la vita.


Croce e statua della Madonna a Val Rovereto, sulla via per la vetta del Monte Viglio

Indossato l’imbrago legate la corda di 3 metri o la fettuccia con un nodo a otto e create due longe di lunghezza differente. Al termine di entrambi i bracci realizzate ancora una volta dei nodi a otto dove inserire i moschettoni. Fate attenzione che il moschettone del ramo corto non superi la testa e quello del ramo lungo sia a una distanza raggiungibile con le braccia. È una cosa importante. 

A questo punto usate la longia lunga per ancorarvi alla sosta e cominciate ad allestire la vostra discesa: 

  1. Una volta che la longia è attaccata alla sosta staccate qualsiasi altra cosa che vi abbia ancorato fino a quel momento, ad esempio il dissipatore se siete su una via ferrata; 
  2. Attaccate la piastrina gigi alla corda facendo passare i due rami della corda da 70 metri nelle due cave della piastrina per poi intercettare le due asole che si sono create con un moschettone e intrappolarle così a contatto con i bordi della piastrina; 
  3. Attaccate la longia corta all’anello della piastrina
  4. Con il kevlar create la vostra sicura attraverso un nodo doppio inglese fissato ad un moschettone con un nodo barcaiolo e fissato all’imbrago e quindi realizzando un nodo machard intorno ai due rami della corda doppia
  5. Attaccate la longia lunga all’imbrago o dovunque non vi crei fastidio durante la discesa e iniziate a scendere. 
Per affrontare la discesa scordatevi tutto quello che avete visto fare da James Bond. Ebbene no, cari miei, il bravo James Bond in realtà è una frana a calarsi in corda doppia! Non si deve saltellare, ma camminare all’indietro con le spalle indietro e i piedi in alto. Tenete il nodo machard con una mano per portarvelo dietro, ma non tirate o stringete perché altrimenti si bloccherebbe e non lasciatelo neanche perché da bravo nodo autobloccante non vi lascerebbe fare più neanche un passo, e con l’altra mano tenete le corde leggermente dietro l’anca per darvi corda da soli e poter avanzare.

Ecco fatto: state scendendo! Se è la vostra prima volta magari fate come noi: provate prima per una lieve pendenza pratosa se potete e poi andate a divertirvi sulla parete. Nel nostro caso era una bella paretina verticale di circa 10 metri e per un paio di ore buone siamo scesi e risaliti da lì. Come abbiamo fatto a risalire lungo la corda doppia? Questo ve lo racconto un’altra volta: non vorrei ubriacarvi con tutte queste informazioni.

Però, siccome sono buona, un’ultima cosa ve la lascio: un bel video della Scuola Franco Aletto, scuola CAI dove ho seguito il corso di ferrate, che vi spiega come allestire la corda doppia, perché ci scommetto che non ci avete capito niente dalla mia spiegazione. E che ci volte fare: ve l’ho detto che mi scordo tutto ogni volta. Anzi, se avete suggerimenti, consigli o commenti su come imparare a scendere in corda doppia una volta per tutte o su come affrontarla in modo diverso sono tutta orecchie!