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venerdì 15 febbraio 2019

LA SALITA AL MONTE BRANCASTELLO

LA VOLTA CHE “CIAO, CIAO CAPPELLO, ADDIO!”

Nell’Appennino centrale ci sono dei trigemini di cui vi ho già parlato. Sono il trittico Camicia-Prena-Brancastello che più di una volta mi è capitato di incontrare sulla mia strada. Se Renato Zero non aveva mai considerato il triangolo… ecco, io l’ho fatto! E dopo essere morta due volte sul Monte Camicia e altre due dalle parti del Prena ho pensato fosse ora di fare stretta conoscenza con l’ultimo vertice di questo triangolino. Quindi ecco qui la mia salita al Monte Brancastello.

Panorama sulla via del Monte Brancastello
La vista sulla strada per il Monte Brancastello

L’avvicinamento al Monte Brancastello


Piccolo disclaimer iniziale: non mi ricordo quasi nulla dell’escursione al Monte Brancastello. Non riesco neanche a ricordarmi precisamente quando ci sono stata. Credo fosse primavera o estate e di certo era l’anno scorso. Il che significa che non è passato molto tempo. Quindi… le cose sono due: o il Brancastello non è stato nulla di che o la mia memoria fa veramente pena. Potrebbero essere vere entrambe. Comunque la premessa era necessaria per farvi capire perché ci saranno buchi di trama un po’ ovunque oggi.

A dire il vero, però, ora che ci penso mi sembra di aver tentato la salita al Monte Brancastello il weekend dopo l’escursione a Pizzo Cefalone, ottima esperienza che mi aveva lasciato l’idea che io potessi affrontare qualsiasi escursione come Fiocco di Neve, la capretta saltellante di Heidi. Non so perché dopo quattro anni di escursionismo ancora credo a fandonie come questa. Ad ogni modo, ovviamente, mi sbagliavo. Questo me lo ricordo bene. Ma andiamo con ordine.

Per raggiungere l’attacco di questa escursione abbiamo percorso la statale 117 bis, la strada che da Fonte Cerreto porta all’Altopiano di Campo Imperatore. Questa è una strada che conosciamo bene: è praticamente la strada più frequentata da chi va sul Gran Sasso, o da Mucciante. A differenza però di quando si va a mangiare gli arrosticini, in questo caso si gira a sinistra al bivio, direzione Osservatorio / stazione a monte della ferrovia / albergo Campo Imperatore. Insomma un po’ direzione la qualunque.

Superata la stradina che permette l’attacco alla salita alle Torri di Casanova, si raggiunge il primo tornante dove si imbocca un sentiero sterrato su cui si parcheggia quasi subito. Questo è l’inizio dell’escursione. Il sentiero sterrato continua, ma siccome si fa piuttosto stretto non parcheggiare il prima possibile sarebbe follia. È il momento di cominciare a camminare. D’altro canto siamo qui per questo, no?!

Cresta del Monte Brancastello
Vista dalla cresta sull'escursione per il Monte Brancastello

La salita al Monte Brancastello


Il parcheggio dovrebbe essere a circa 1805 metri dal livello del mare. Dicono che un segnavia su un sasso dovrebbe confermare questo fatto. Ma io non mi ricordo la vetta, volete che mi ricordi di un sasso? Fidiamoci di internet, allora, e andiamo avanti.

Dopo una mezz’ora di cammino sulla via sterrata si raggiunge Vado di Corno (1924 m), soglia tra l’Altopiano di Campo Imperatore e il versante teramano del Gran Sasso. Qui, a sinistra, si dipana la via per il Monte Aquila che ricorderete per una gloriosa puntata della rubrica #GiroGiroCoso, revival di Hot Shots. Ma noi non siamo in #GiroGiroCoso e soprattutto questo articolo non si chiama “salita al Monte Aquila”, per cui invece di girare a sinistra giriamo a destra e iniziamo il Sentiero del Centenario.

Il Sentiero del Centenario è uno dei sentieri più noti e rinomati dell’Appennino abruzzese e negli ultimi anni è stato anche piuttosto ristrutturato. Collega Vado di Corno con Fonte Vetica, il rifugio ai piedi del Monte Camicia, passando tra l’altro per il Monte Prena. Percorrere il Centenario significa prendersi quanto meno un weekend da passare sul Gran Sasso. In alternativa si può percorrere a pezzi e raggiungere la vetta del Monte Brancastello vuol dire percorrerne il primo tratto.

L’intero percorso è un sentiero in cresta che, però, non presenta particolari punti di criticità o di esposizione. Detta così può sembrare che l’escursione al Brancastello sia una passeggiata di piacere (e d’altro canto era quello il piano iniziale), ma in realtà è una continua, ininterrotta, incessante, interminabile salita. Inizia con una pendenza alla “io-ti-ucciderò” e finisce con una pendenza alla “sei-ancora-vivo?-aspetta-che-provo-di-nuovo-a-ucciderti”. In mezzo c’è un sali scendi più sopportabile, ma non fatevi ingannare.

La parte più critica di tutta l’escursione, però, non sono stati tanto i polpacci infuocati o i piedi gonfi (o il fatto che verso la fine mi sembra di aver persino barcollato dalla stanchezza), ma il cappello. Ebbene sì, la parte peggiore è stato il mio cappello nuovo. Non perché non fosse comodo (lo amo alla follia) o perché non stesse ricoprendo alla perfezione il suo ruolo (ossia evitare che mi ustionassi per la centoventesima volta la riga dei capelli), ma perché non ha smesso un solo attimo di tentare di spiccare il volo. Sembrava che si credesse l’uccellino azzurro. Ma io dico: dove diamine vuoi andare? Ma vuoi così tanto scappare da me? Che ti ho fatto di male signor cappello?

Nel mentre combattevo contro la fuga del mio cappello abbiamo superato la costa secondaria che, alla nostra sinistra, ci avrebbe condotto a Pizzo San Gabriele, una prima piccola vetta su cui molti salgono. Noi invece abbiamo tirato dritto lungo il nostro sentiero di cresta che ci portava sempre più lontano dal Corno Grande, un gigante stagliato continuamente alle nostre spalle. La sua vista dal sentiero è talmente bella e dettagliata che si riesce a vedere anche il Bivacco Bafile, un punto rosso in bilico su un vertiginoso sperone.

Dopo circa due ore e mezza di salita, alla fine, si arriva in vetta (2.385m). La cima è piuttosto piccola rispetto a quelle a cui il massiccio del Gran Sasso sa abituare i suoi escursionisti, ma è ugualmente presa d’assalto. Il risultato è che si sta schiacciati come alle sei di sera sulla metro a Roma. Consiglio da esperta: prendete la metro alle sette, che è meglio, e restate in cima al Monte Brancastello il meno possibile.


Vetta del Monte Brancastello
Vista dalla vetta del Monte Brancastello

Il ritorno dalla vetta del Monte Brancastello


Credevamo che la salita al Monte Brancastello sarebbe stata più leggera e più rapida. Ci sbagliavamo. Nonostante avessimo passato ben poco tempo sulla cima eravamo già in terribile ritardo sulla tabella di marcia. E questo non è mai un bene in montagna. Per fortuna, però, non era veramente tardi quindi un piccoli sfizio ce lo siamo potute togliere.

Prima di rientrare definitivamente alla base ci siamo incamminati per una delle crestine che si estendono verso Teramo. Da lì è possibile vedere lati del Sentiero del Centenario che solitamente, dalla base dell’Altopiano di Campo Imperatore, non si possono scorgere. É forse il suo profilo migliore, ed è talmente bello che si è meritato minuti interi di ammirazione. Quando abbiamo ripreso la via per casa era ormai passato un bel po’.

La discesa è per la stessa via di salita, il che ha significato nuova guerra per mettere in salvo il mio cappello ma non ustionarmi comunque la testa. Sono riuscita in entrambe le missioni. Un piccolo miracolo. Quel giorno non mi è riuscito nient’altro.

Inizialmente avevamo previsto di concludere l’escursione salendo sul Monte Aquila. Significava allungare terribilmente l’escursione, ma sarebbe stato carino. L’unico problema, però, è che io ero veramente stanca. Ero a tocchi alla partenza, figurarsi all’arrivo. Non ce l’ho fatta, semplicemente non ce l’ho fatta. Così abbiamo lasciato perdere il Monte Aquila e siamo tornati alla macchina. Però uno sfizio, alla fine, ce lo siamo tolti lo stesso: ci siamo andati a mangiare gli arrosticini. Perché non si è andati veramente sul Gran Sasso se non si va poi a mangiare gli arrosticini da Mucciante! 

Vista dal Monte Brancastello
Panorama visto dall'escursione del Monte Brancastello

Scheda dell’escursione:


Partenza: Altopiano di Campo Imperatore
Arrivo: Altopiano di Campo Imperatore
Difficoltà: E
Durata: 5 ore circa
Dislivello: 550m


Tutte le foto sono mie e del Signor Coso

venerdì 28 settembre 2018

LA SALITA AL MONTE AQUILA

#GIROGIROCOSO: UN FERRAGOSTO MARE E MONTI

Udite! Udite! #GiroGiroCoso è fra noi! Festeggiate e suonino le trombe! La rubrica delle avventure del Signor Coso è qui per farvi sognare. E per cominciare vi porta sull’ottava cima più alta del Gran Sasso: il Monte Aquila


Cavalli al pascolo a Campo Imperatore. Sullo sfondo il Monte Aquila e il Corno Grande
Cavalli nella piana di Campo Imperatore. Sullo sfondo il Monte Aquila e il Corno Grande

Cos’è #GiroGiroCoso


Lo so cosa vi state chiedendo: “e adesso cos’è questa storia di #GiroGiroCoso?”.

C’è stato un tempo in cui il Signor Coso non era il Signor Coso, non era neppure un Coso! C’è stato un tempo in cui il Signor Coso era un bel batuffolo di bimbo che zompettava per le montagne e non si sognava neanche lontanamente di incontrare una folle come me sulla sua strada.

Ecco! Il Signor Coso aveva una passione per la montagna molto prima che l’avessi io, in fin dei conti questa passione me l’ha trasmessa lui, e quindi ha nella sua saccoccia un pugno di escursioni che io non ho neanche mai visto da lontano. Così ho deciso di rubargliele e creare #GiroGiroCoso: la rubrica delle avventure del Signor Coso senza di me.

Su, su, non rattristatevi troppo per la mia assenza. Alcune di queste avventure hanno per protagonista un piccolo pacioccosissimo Signor Cosino, altre invece vedono il Signor Coso in carne e ossa e tutti i 190 cm di altezza che lo compongono. In qualche venerdì completamente random vi capiterà di leggerle. Non saprete mai quando arriveranno. Un giorno vi girerete e zac! #GiroGiroCoso sarà di nuovo lì! Tipo un maniaco con l’impermeabile… però più carino (e un po’ meno sconcio).

E adesso che le idee sono più chiare e abbiamo risposto a tutte le domande, silenzio in sala: comincia l’escursione!


Vista del Monte Aquila e del Corno Grande dal sentiero per la vetta del Monte Aquila
Panorama del Monte Aquila (a destra) e del Corno Grande (a sinistra)

La salita al Monte Aquila


L’escursione del Monte Aquila parte dall’Overlook Hotel che no, non è dentro un DVD di Kubrik ma a Campo Imperatore (2120m) perché è l’Hotel Campo Imperatore. E lassù potete arrivarci sia in funivia che in macchina e non vi preoccupate: di solito c’è parcheggio per tutti, anche per un po’ di più di tutti. Di solito, dico, perché se per caso metà popolazione mondiale decide che proprio quel giorno vuole andare a passeggiare sul Gran Sasso vi tocca tornare un po’ più in giù e parcheggiare lungo la strada. O per lo meno questo è toccato al Signor Coso e, d’altro canto, lo sapete voi quant’è metà della popolazione mondiale? Circa 3,5 miliardi di persone! Ora il Gran Sasso è grande però insomma! Anche lui prima o poi finisce.

Ecco! Da quel che dice il Signor Coso quel ferragosto, uno dei più assolati della storia, 3,5 miliardi di persone avevano deciso di riunirsi proprio lì, a Campo Imperatore, e non la finivano più di arrivare. Ce ne era proprio per tutti i gusti! Qualche indiano navajo, degli eschimesi e alaskesi qualche portatore yogistano, una manciata di pinguini artici, e c’erano pure un paio di Atlantidesi. Insomma c’erano proprio tutti e si stava un po’ stretti. Il Signor Coso però è un tipo serafico: ha fatto un bel respiro, ha parcheggiato nel primo anfratto disponibile, e via a camminare sul sentiero che sale da Campo Imperatore al Rifugio Duca degli Abruzzi passando accanto all’Osservatorio.

Superando il sentiero a sinistra che porta a Pizzo Cefalone, si sale dritti per un sentiero a zig zag, però dopo già 10 minuti si abbandona lo zig zag per intraprendere la traccia a destra che si allontana dal Monte Portella e punta diretta alla Sella del Monte Aquila (2335m).

La sella non è la vetta, che altrimenti si chiamerebbe vetta e questa storia sarebbe già finita. Quindi no, la sella non è la vetta, ma un bel pezzo di mondo incastrato tra il Monte Aquila e il Corno Grande. Un pezzo di mondo che, per altro, in poco tempo precipita a insaputa del Signor Coso in un'altra sella, la Sella del Corno Grande (2421m). E anche questa, ovviamente, è la sella non la vetta. Se volete andare sulla vetta del Corno Grande, che poi è forse il monte per antonomasia che chi non conosce il massiccio crede sia IL Gran Sasso, dovete svoltare a sinistra verso la via normale. Che da lì si raggiunga la via normale me lo ha detto internet perché il Signor Coso era un po’ insicuro tra lei e la via delle creste. Lui era insicro, io invece le confondo proprio: il weekend scorso ho visto la via delle creste e credevo fosse la via normale… o era il contrario? Non ricordo proprio! 


La cresta del Monte Aquila
La cresta del Monte Aquila
Lasciandosi il Corno Grande sulla sinistra, invece, si può proseguire verso il Monte Aquila attraverso un tranquillo percorso erboso che non espone a nessun rischio e che sarebbe stato facilissimo affrontare se solo il Signor Coso quel giorno non avesse avuto sul groppone molto più peso del solito. Ebbene sì, in mia assenza il Signor Coso si è ritrovato a dover portare al posto della doppia borraccia (che così spesso ha portato sull’Appennino con me) un ben più pesante bastone da selfie. È un’attrezzatura che di solito non ci portiamo in vetta, e che comunque il Signor Coso non si è più portato dietro visto l’infelice conclusione… ma non affrettiamo i tempi! Voi intanto ricordatevi la parola selfie stick, e andiamo avanti.

Al termine di una cresta erbosa per niente esposta si raggiunge la vetta di questa collinetta che un po’ a tutti piace chiamare Monte Aquila (2495m). Da lassù si può godere una vista stupenda dei monti intorno, del Bivacco Bafile del Corno Grande, ma soprattutto del versante opposto della montagna che è, immagino, tipo l’arcinemico dell’alpinista. Perché dico così? Perché si chiama Valle dell’Inferno. Ora ditemi voi se può essere un luogo ameno e accogliente una valle chiamata “valle dell’Inferno”. È ovvio che sia una landa di lava e diavoli con i forconi. Mi sembra evidente che deve essere così! Per fortuna si sale dal lato opposto su questa bella vetta incoronata da una croce di ferro rosso.

Galeotta fu proprio la croce. Perché il Signor Coso, stanco di farsi i selfie con il selfie stick, ha pensato bene di chiedere a un signore in vetta con lui di fargli una foto. Compito del signore: fare una foto che riuscisse a ritrarre il Signor Coso, sua madre e la croce in un colpo solo. Procedura di scatto del signore: indietreggiamento di qualche metro, individuazione dell’angolo migliore, accensione dei faretti per illuminare perfettamente la scena, acquattamento sulle punte per l’effetto “fotografo acrobatico”, preparazione di Photoshop per i giusti ritocchi, lieve zoom. Foto del signore: la pancia del Signor Coso. Giuro che è stato così! Allego prove fotografiche alla fine dell’articolo (prego per le risate).

E quindi niente: ditemi voi se quel bastone dei selfie non è stato il più inutile peso della storia!


Croce di vetta del Monte Aquila
La croce di vetta del Monte Aquila

La discesa dal Monte Aquila


Dalla vetta del Monte Aquila le scelte sono molteplici: si potrebbe intraprendere la direttissima per il Corno Grande (che però è una salitona alquanto alpinistica quindi nel caso portatevi un casco) oppure ridiscendere verso il Brancastello proseguendo per la via di salita e raggiungendo Vado di Corno.

La scelta del Signor Coso è stata quella di fare dietro front e tornare sui suoi passi. Quindi sulla via di discesa non c’è molto da dire, se non che arrivati verso il Rifugio Duca degli Abruzzi sua madre e lui hanno assistito all’atterraggio di un elicottero. A dire il vero non capita tutti i giorni di veder atterrare un elicottero in montagna, per cui è comprensibile che questo evento li abbia abbastanza colpiti al punto che la mamma del Signor Coso ha deciso di fotografarlo.

Ovviamente per far entrare un elicottero nella foto bisogna stare un po’ lontani così indietreggia tu che indietreggio anche io, un passo indietro tu un passo indietro io… inciampa tu che inciampo anche io. Malefico montarozzo di 10 centimetri di terra ed erba alle sue spalle! Per fortuna che non c’era un burrone se no faceva la fine di Rowan Atkinson in Hot Shots 2 (se non sapete di che parlo vedetevi il video qui sotto).



Comunque visto che sua madre era incredibilmente sopravvissuta al montarozzo, il Signor Coso ha pensato bene di farle scoprire il vero capolavoro di Campo Imperatore: Mucciante! Infatti dall’albergo Campo Imperatore in macchina bastano dieci minuti per arrivare alla macelleria di Fonte Vetica, ai piedi del Monte Camicia, e strafogarsi di arrosticini. Sempre che si riesca a raggiungere il bancone visto la fila che c’è sempre. E quel giorno, per altro, tutte le 3,5 miliardi di persone si erano spostate dalla vetta alla macelleria. Mica stupidi eh! Così il Signor Coso ha dovuto far la fila. Per fortuna che aveva fatto amicizia con i pinguini antartici, un po’ meno simpatici i portatori yogistani a suo dire: con tutti quei rumori di stomaco…

Alla fine della giornata i nostri due poveri eroi erano stanchi di essere circondati di gente, così hanno pensato di scappare dal Gran Sasso e se ne sono andati a Torvaianica. Sì avete letto bene: Torvaianica, Lazio, Mar Tirreno, 0 m.s.l.m. Insomma da 0 a 100… e c’hanno trovato gli altri 3,5 miliardi di persone che non erano stati a Campo Imperatore. Che Ferragosto solitario! 


Il sentiero del ritorno dal Monte Aquila verso l'Osservatorio
Il sentiero di ritorno dal Monte Aquila verso l'Osservatorio di Campo Imperatore

Scheda della ferrata:


Partenza: Campo Imperatore (a piedi)
Arrivo: Campo Imperatore (a piedi)
Difficoltà: E
Durata: 2.30 ore circa
Dislivello: 400m

Rifugi: Rifugio Duca degli Abruzzi

Foto della pancia del Signor Coso invece che del Signor Coso con la croce di vetta del Monte Aquila
La miglior foto della storia del Signor Coso!

Tutte le foto sono del Signor Coso tranne la foto della pancia del Signor Coso… quella è dello Steve McCurry della montagna. Grazie sconosciuto amico per le risate!

venerdì 13 luglio 2018

LA SALITA A PIZZO CEFALONE

LA VOLTA CHE NON CI SIAMO PERSI… MA ABBIAMO PERSO IL RIFUGIO GARIBALDI

Signore e signori… sto per rivelarvi un segreto segretissimo e importantissimo. Rullo di tamburi, prego! Suspance hitchcockiana…
Ho trovato un posto sull’Appennino che ha i cartelli! Giuro! Cartelli, segnavia, sentieri tracciati... tutto l’armamentario! Neanche fossimo sulle Dolomiti. Mi ha quasi commossa. Curiosi di sapere come si chiama questo miracolo divino? Pizzo Cefalone!


Cresta per la via di Pizzo Cefalone

L’avvicinamento alla salita a Pizzo Cefalone


La salita di Pizzo Cefalone inizia da Campo Imperatore (2130m), da quello spiazzo dove arriva a parcheggiarsi la funivia. E se non avete voglia di stare agli orari dell’impianto potete comodamente parcheggiarci anche la vostra macchina, o, se vi chiamate Coppi, Pantani o Girardengo e state correndo il Giro di Italia, la vostra bicicletta.

Il piazzale è uno di quei posti che si fanno notare. Sarà per la meravigliosa chiesetta – che io credo sia la più bella chiesetta di montagna del mondo, chiedo perdono alla Chiesa di Santa Lucia – o per i due hotel che ci sono cresciuti speculari come due alberi che si fanno ombra a vicenda. L’hotel perfettamente parallelo alla chiesetta è ancora in funzione: è un ostello con bagno comune che prima o poi, probabilmente, sperimenterò e con un bar che nel pomeriggio era più pieno di un formicaio. L’Hotel Campo Imperatore, più grande e rosso, è, invece, un rudere imbruttito che promette di farsi ristrutturare, prima o poi, ma che nel frattempo ricorda tanto l’albergo di Shining al punto che non mi sarei stupita, mentre lo guardavo, se ne fosse uscito un Jack Nicholson urlante e ascia munito. E invece niente. Che poi, per inciso, se volete saperlo, Jack Nicholson non credo ci abbia mai messo piede, ma in compenso nel 1943 ci ha “soggiornato” per 14 giorni (alias ci è stato imprigionato) Benito Mussolini prima che i tedeschi lo liberassero.

Noi non siamo qui per dormire, andare alle terme o in piscina (nel nostrano Overlook Hotel sembrerebbe ci siano anche loro) quindi spalle agli agi mondani e via con l’escursione! 


Inizio dell'ampio sentiero che porta a Pizzo Cefalone

La salita a Pizzo Cefalone


Facciamo una premessa necessaria: no! Non ci siamo persi. Davvero! Ripudio qualsiasi affermazione sul Signor Coso e me che vaghiamo persi per raggiungere Pizzo Cefalone. Eravamo soli, senza GPS ubriachi, mappe o amici esperti. L’unico aiuto che ci eravamo concessi era una guida dei 2000 appenninici e i nostri ragionamenti. E sì, alle prime abbiamo un attimo sbagliato strada, ma a nostra difesa è stato solo un momento e totalmente giustificato: la guida stava mentendo!

Guardando infatti verso l’osservatorio, un’imponente struttura che non può passare inosservata, si individua facilmente un sentiero che si dipana a sinistra, lungo la mezzacosta del Monte Portella. La nostra guida, però, ci diceva di superare l’osservatorio prima di incontrare la svolta. Non è vero. Non so da che punto il libro si immaginava che attaccassimo l’escursione, ma vi assicuro che spalle verso l’Hotel Campo Imperatore non è necessario intraprendere il sentiero che superato l’osservatorio prosegue a zig zag fino al Rifugio Duca degli Abruzzi. Quello lo facciamo al ritorno.


Fregati dalla nostra stessa guida siamo dovuti tornare sui nostri passi e senza molta fiducia abbiamo intrapreso il sentiero n. 102 che in un continuo sali e scendi aggira il Portella e regala viste stupende sulla vallata stesa ai piedi di Assergi. Questo è un sentiero ampio e tranquillo che d’estate non dà particolari guai; quindi io me li sono portati da casa. Sapete cosa non dovreste mai fare dopo un primo intervento di devitalizzazione di un dente? Andare sul Gran Sasso, a 2000 metri dal livello del mare, con il freddo e il vento gelato. Non importa quanto proverete a stare in silenzio per non far entrare l’aria fredda in bocca (sfida ardua per me che non sto mai zitta), soffrirete comunque di un mal di denti fastidioso che, a seconda della vostra sopportazione, potrà andare da un livello 0 stile Flanders del tipo “accipicchierina, ho un dolore dolorino” a un livello 100 del tipo “oddio! Strappatemi tutti i denti! Ora e subito!”. Personalmente mi collocavo in mezzo, della serie “toglietemi i denti subito subitino”.

Una volta che il sentiero finisce di aggirare il Monte Portella si raggiunge una sella con i primi cartelli che io per un attimo, obnubilata da Ned Flanders in persona, ho creduto fossero un’allucinazione. In fin dei conti chi lo aveva mai visto un cartello sull’Appennino? Appunto su questi cartelli però: non so perché ma nelle selle indicano che si è in vetta. Non è vero! Una sella è una sella! Non lasciatevi ingannare. 


Cartelli segnavia sul sentiero per la salita di Pizzo Cefalone

Seguendo le indicazioni dei miracolosi cartelli abbiamo ignorato la svolta che ci avrebbe portato nella sottostante Val Maone e, prendendo il sentiero n. 111, abbiamo continuato verso nord/nord-ovest sul lato più esterno della cresta.

La strada era quella giusta e da qui in poi è un susseguirsi di chilometri senza svolte quindi confermo quanto detto all’inizio: non ci siamo persi. In compenso, però, ci siamo persi il Rifugio Garibaldi che a quanto dice tutto il mondo se ne sta bello acciambellato nella Val Maone. Non che noi lo volessimo raggiungere, però il fatto è questo: per tutto il percorso verso Pizzo Cefalone si passeggia su una cresta che dà liberamente sulla Val Maone, che è in sostanza una conca senza alberi o edifici o siepi o qualsiasi altra cosa possa impedire lo sguardo. Quindi, dove diamine si era nascosto il Rifugio Garibaldi? Perché non lo abbiamo visto né all’andata né al ritorno? Manco fosse Wally! Offro ricompensa a chiunque mi saprà spiegare soddisfacentemente dove si fosse nascosto il Rifugio Garibaldi. Si era seppellito? Stava studiando mimetizzazione? Era in vacanza?

Ignari che ci stavamo perdendo il Rifugio Garibaldi abbiamo proseguito superando anche quei brevi tratti in cui il sentiero si fa esposto, stretto e un po’ friabile. D’estate questi tratti sono facilmente affrontabili: nulla che un po’ di attenzione non possa gestire. D’inverno e d’autunno, e se ci penso bene secondo me anche di primavera, sono invece una realtà spinosa e pericolosa. Con ghiaccio, neve o disgelo Pizzo Cefalone mantiene di colpo fede al suo nome che poi, in dialetto, significa scivolone. È per questo motivo che considero Pizzo Cefalone una montagna bipolare: gentile d’estate, pericolosa e ostile in tutto il resto dell’anno. Quindi fatemi un favore e fate come noi: andateci d’estate, col sole e il caldo.

Verso la fine dell’escursione si è obbligati a svoltare a destra per un canaletto detritico un po’ critico, ma che in neanche dieci minuti si supera per raggiungere l’ultimo bivio. Qui si ritrovano i cartelli, ma ricordate cosa vi ho detto? Non crediate che dicano il vero quando affermano che siete in vetta! Da qui, anzi, se si va a sinistra si può percorrere l’esposta cresta di Malecoste che, dopo un lungo trekking, porta alla croce di papa Wojtyla, mentre a destra si sale in poco tempo per la vetta di Pizzo Cefalone. Non fatevi spaventare dalle prime rocce un po’ difficili da superare: dieci minuti e si è in vetta (2533m) dove troneggiano ben due croci.

Se siete fortunati come noi da lassù potrete godervi uno spettacolo mozzafiato: l’intera vallata di Assergi, la Sella del Grillo (o era la Sella Cefalone? Non l’ho capito), il Pizzo Intermesoli, il Corno Piccolo e il Corno Grande del Gran Sasso, il Monte Aquila e il Monte Portella e, un po’ più spostato rispetto agli altri, il Monte Corvo che dicono sia molto selvaggio ma che ha un nome talmente bello che prima o poi ci voglio andare (sì, le mie scelte escursionistiche non sono proprio le più razionali) e lontano il Lago di Campotosto.


Croce sulla vetta di Pizzo Cefalone

La discesa al Rifugio Duca degli Abruzzi (passando per il Monte Portella)


Dopo aver sbranato tutti i panini che mi ero portata dietro, e aver origliato anche troppi discorsi su boy scout, catechismo e messe, il Signor Coso e io abbiamo intrapreso la via del ritorno che, per un buon tratto, si sovrappone a quella dell’andata.

In realtà se si volesse si potrebbe rifare tutta la via di andata fino a Campo Imperatore, ma ci eravamo già persi il Rifugio Garibaldi, perché perderci anche il Rifugio Duca degli Abruzzi? Così, arrivati alla sella del Monte Portella abbiamo abbandonato il sentiero n. 111 in favore del sentiero 100D salendo a sinistra per una ripida cresta che in una mezz’ora ci ha portati alla vetta ovest del Monte Portella (2385m). Qui non c’è croce o madonnina, ma solo un masso di medie dimensioni acciambellato sopra a un cuscino di bandiere variopinte e tatuato con il nome della vetta su cui si trova. Nulla di particolarmente scenico e fino a oggi ho creduto che finisse tutto lì, ma ecco il secondo colpo di scena… ci siamo persi pure la vetta più alta del Monte Portella!

Ebbene sì, dopo le Torri di Casanova ci siamo persi anche il Portella. Dannazione! Poi vi spiego come è capitato. Nel frattempo però sappiate che proseguendo per il sentiero 100D lungo il filo di cresta si arriva in poco tempo al Rifugio Duca degli Abruzzi (2388m). Prima però si passa affianco a un prato pieno di sassi con cui molti si sono divertiti a comporre scritte. Lo abbiamo fatto anche il Signor Coso e io. La mia idea iniziale era scrivere “Pensieri Verticali”, ma vi immaginate quanto ci avrei messo? Così mi sono limitata alla sigla. La foto la metto sulla pagina Facebook se siete curiosi di vederla.

A parte i sassi questo prato dovrebbe, in teoria, essere terra buona per genziane e orchidee che fioriscono tra giugno e luglio. Noi ci siamo stati proprio in quel periodo. Non so come siano le genziane in fiore (le ho viste sempre e solo in bottiglia), ma di orchidee fiorite nessuna traccia. Uguale per camosci e grifoni che a quanto pare frequentano la zona. Che poi sarei stata anche curiosa di vedere come è fatto un grifone; credevo fosse una figura mitologica tipo un gargoyle…

Se volete un buon motivo per raggiungere il Rifugio Duca degli Abruzzi (oltre a questa foto di qualche anno fa del rifugio completamente ghiacciato) ve ne posso dare due: una crostata ai frutti di bosco bestiale e una torta cioccolato e nocciole enorme e squisita! Che volete di più? Non sono buone motivazioni persino per scalare il K2 di inverno? E allora che sarà mai allungare per loro la via del ritorno di questa facile escursione


Panorama dal sentiero di Pizzo Cefalone

Finito di spazzolarci i dolci siamo ripartiti un’ultima volta intenzionati a ridiscendere per lo zig zag che in circa venti minuti riporta a Campo Imperatore. Ovviamente, però, all’inizio abbiamo sbagliato strada così abbiamo fatto cinque o sei passi alle spalle del rifugio lungo la via di cresta che ci avrebbe portato al Monte Aquila, alla direttissima per il Corno Grande e soprattutto alla vetta più alta del Monte Portella (2422m). Ecco dove l’abbiamo persa: quando ridendo siamo tornati sui nostri passi dandoci dei polli per aver sbagliato strada così velocemente… siamo dei polli perché per la seconda volta consecutiva ci siamo persi una vetta! Dannazione!

Chiudiamo con un messaggio di servizio: lungo la strada dal Duca degli Abruzzi a Campo Imperatore abbiamo trovato degli occhiali da sole con lenti specchiate gialle e li abbiamo portati al bar dell’ostello. Sì, sono passate due settimane, ma se tu – proprietario degli occhiali – stai leggendo questo post sappi che gli occhiali sono lì (se nessuno se li è inguattati).

E quindi niente: ecco qui la salita a Pizzo Cefalone, uno dei pochi angoli d’Appennino pieno di cartelli e soprattutto una delle poche escursioni in Abruzzo in cui non ci siamo persi. Ci sarebbe quasi da montarsi la testa, se non rischiassi di perdermi ogni giorno anche sotto casa. 


Segnavia piramidali di pietre sul sentiero per Pizzo Cefalone

Scheda dell'escursione:


Partenza: Campo Imperatore (a piedi)
Arrivo: Campo Imperatore (a piedi)
Difficoltà: E
Durata: 4 ore circa
Dislivello: 450m
Sentieri: 102, 111, 100D
Rifugi: Rifugio Duca degli Abruzzi

Tutte le foto sono del Signor Coso

venerdì 29 giugno 2018

LA SALITA ALLE TORRI DI CASANOVA

LA VOLTA CHE… "SCUSATE MA DOVE DIAMINE È LA FERRATA E QUANDO ARRIVA IL SOCCORSO ALPINO A SALVARMI?"

Sono stata sconfitta! È ufficiale. Sono traumatizza, completamente a pezzi, con la dignità in frantumi. Ebbene sì: un’escursione mi ha devastata. Ma non un sentiero alpinistico qualunque, ma la salita alle Torri di Casanova, ossia l’estrema propaggine occidentale della dorsale del Monte Prena. E visto che a conti fatti è stato il Prena, il mio monte appenninico preferito, a farmi questo, sono mortalmente ferita nei sentimenti. Quindi quest’escursione provo a raccontarvela dal punto di vista del Signor Coso perché dal mio sarebbe solo un “tu quoque Prena, filii mi? Pecché? Pecchééé?” (prego, usare tono iperacuto e terribilmente melodrammatico quando lo leggete).

La cresta dalla sella delle Torri di Casanova

La partenza da Piano di Pietranzoni


In principio era il buon umore. La salita alle Torri di Casanova prevede una breve ferrata che sulla carta non sarebbe dovuta essere troppo difficile. Ora, noi avevamo già fatto una ferrata in Liguria (la Ferrata degli Artisti) e tre in Trentino (vi suonano familiari la ferrata del Piccolo Cir, la Tridentina e la ferrata del Col Rodella), ma in Abruzzo non ne avevamo ancora fatta nessuna; quindi eravamo in brodo di giuggiole all’idea.

Così, armati di entusiasmo, buon umore e attrezzatura, siamo partiti di buon’ora da Roma e verso le otto eravamo poco oltre il bivio tra Campo Imperatore e Castel del Monte, là dove si lascia la macchina in uno slargo sulla destra in corrispondenza con dei cartelli informativi. E davanti a noi, d’un solo tratto, si dipanava l’infinito mare verde di Piano di Pietranzoni (1660m).

Se credete che l’oceano sia spaesante provate ad andare al Piano di Pietranzoni: qui sì che la labirintite fa festa. In questa immensità erbosa non si vedeva lo straccio di un sentiero nonostante mappa e GPS (sì lo stesso GPS ubriaco del Monte di Cambio) giurassero che il sentiero n. 230A fosse proprio lì davanti a noi. E allora via a camminare a caso in mezzo all’erba. E mentre io ancora ero tutta gioviale e saltellavo in giro manco fossi Heidi con l’agnellino, il Signor Coso cominciava a farsi venire qualche dubbio su quello che stavamo facendo: ma non era per caso che ci stavamo già perdendo? E magari avesse continuato ad averlo quel dubbio! E invece no: a un certo punto siamo finiti in un ampio ghiaione che in poco tempo ci ha condotto fino a un canalone con tanto di fiume-scolo del ghiacciaio che ci scorreva dentro e zac! Il giusto presentimento era svanito dalla mente del Signor Coso. E quindi niente: avremmo potuto salvarci e invece siamo andati verso la nostra fine. Povera mente a cui nessuno crede! Da oggi in poi temo che si sia giustamente e tristemente guadagnata il nome di Cassandra.


Cartello turistico delle cime montuose dal Piano di Pietranzoni

La salita alle Torri di Casanova per la via CAI Penne


Per comprendere l’altalena bipolare a cui il Signor Coso è stato sottoposto durante la salita delle Torri di Casanova (io invece ho semplicemente preso la china di una depressione nera) bisogna che sappiate che noi pensavamo di star per salire dalla via Familiari che sul web viene definita “divertente ma non difficilissima”, “il limite estremo di ciò che è percorribile con i bambini”. Invece, in realtà, quella che stavamo per intraprendere era la via CAI Penne che sul web è descritta come un susseguirsi di canaloni che col cattivo tempo si possono facilmente tramutare in “trappole mortali”. Non sto scherzando: c’è scritto letteralmente “trappole mortali” su alcuni siti…

Il primo di questi canaloni è quello del fiume-scolo che prevede anche alcuni tratti di arrampicata su piccoli massi e paretine di un paio di metri. Il che, ovviamente, rende tutto molto avventuroso e a suo modo fico. Motivo per cui Cassandra in quel momento era più entusiasta di un tifoso del Celtic mentre canta You’ll never walk alone. Era tipo impazzita e in effetti il Signor Coso aveva un bel sorriso stampato sul viso.

Più si sale di quota, però, più questi benedetti canaloni diventano difficili. In sostanza la via CAI Penne è un incrocio tra i gironi dell’inferno e i livelli di Super Mario. Nel nostro caso il primo mostro era un blocco di neve che se ne stava bello spaparanzato su tutto il canalone e ci si frapponeva davanti stile muretto gandalfiano “tu non puoi passare”. Probabilmente il blocco era anche un gentile signor blocco di neve che ci voleva solo proteggere da quello che veniva dopo, ma noi non lo abbiamo capito e invece di essere grati lo abbiamo preso a calci finché non siamo riusciti a scavarci un gradino per poterlo scavalcare. A questo punto Cassandra stava già fuori di sé per l’entusiasmo avventuroso con una bottiglia di champagne in una mano e il microfono del karaoke nell’altra per cantare tutto il repertorio degli Oasis (sì, a Cassandra piacciono gli Oasis, nessuno è perfetto).

Dopo questo primo ostacolo, che per il Signor Coso è stato più divertente che pericoloso (mentre io già redigevo mentalmente il mio testamento), la neve è stata una compagna presente, ma non costante che ci ha costretto a giochi di equilibrismo che hanno avuto l’unico effetto di fomentare ulteriormente la già esaltata Cassandra. In ogni caso, comunque, la presenza continua di segnavia (e la totale assenza di possibili svolte) rassicuravano alquanto sulla direzione che avevamo preso e non ci facevano per niente supporre che in realtà fossimo sulla strada sbagliata. Il dubbio c’è venuto quando a un certo punto siamo arrivati in uno slargo e ci siamo trovati di fronte segnavia in ogni dove.

Avete presente quelle classiche scene delle tre porte identiche davanti a voi e voi ne dovete scegliere una? Ecco, noi avevamo tre segnavia e ne dovevamo scegliere uno. Il primo ad arrivare e scegliere è stato l’Amico Esperto che, col suo istinto da alpinista navigato, ha imboccato un canaletto che in poco tempo si è trasformato in una morsa assassina dove si è quasi incastrato. Nel frattempo, però, era arrivato il Signor Coso che, vedendo l’amico in un vicolo cieco, ha imboccato sicuro la strada a destra seguendo una grossa freccia rossa. La sicurezza è andata a farsi friggere velocemente però, perché da che prima saliva bello dritto si è rapidamente trovato, senza neanche accorgersene subito, prima a quattro zampe e poi attaccato a una parete verticale con la stessa difficoltà a tornare giù dell’Amico Esperto. È qui che Cassandra ha ricominciato ad avere qualche dubbio su quel che stavamo facendo. E chi le può dar torto? L’unica rimasta libera di muoversi e di controllare l’ultima via ero io. Al posto suo anche io mi sarei preoccupata un po’. In realtà la via a sinistra era un sentiero tranquillissimo, ma che procedeva in chiara discesa e che quindi non ci avrebbe mai portato in vetta: era un altro buco nell’acqua. 


Roccia a forma di pollice vista dalla via CAI Penne verso le Torri di Casanova

E così stavamo lì, in questo slargo, con me seduta sulle rocce finalmente a recuperare fiato dopo la scarpinata faticosa di poco prima, l’Amico Esperto impegnato in una lenta e faticosa ritirata, il Signor Coso culo a terra per tornare giù senza precipitare e Cassandra decisamente meno entusiasta di poco prima. È a quel punto che tre abruzzesi sono comparsi da un punto ignoto e ci hanno rivelato che no, quel sentiero infuoca-polpacci non era la via Familiari, ma la via CAI Penne, di cui noi ignoravamo totalmente l’esistenza, e che per altro stavamo percorrendo l’anello delle Torri di Casanova al contrario: salivamo dalla discesa e saremmo scesi dalla salita. Ora, gentili signori abruzzesi, io quel malefico sentiero l’ho fatto in salita e mi chiedo: ma come vi viene in mente che il verso giusto sia in discesa? Ma l’avete notata la roccia franosa e friabile che vi circonda e su cui camminate? Diamine! A calcetto saponato si scivola di meno! 

Ad ogni modo i tre abruzzesi, decisamente più esperti e più attrezzati di noi, sono stati così cortesi da improvvisarsi in un sol colpo re magi e stella cometa e indicarci la strada. A quanto pare c’era una quarta porta, quella da cui provenivano loro, ed era quella giusta. Peccato solo che da lì si arrivasse a un canalone strapieno di neve che andava fatto, a loro dire, con la piccozza. Indovinate cosa non avevamo noi?

Arrivati al canalone, in effetti, la situazione richiedeva un po’ di inventiva. Avevamo però con noi il famoso cordone da 70 metri che più di una volta ci eravamo portati appresso per allestire una discesa in corda doppia e una serie di attrezzatura come secchiello, piastrina, dadi, kevlar e imbrago con cui, in relativamente poco tempo, abbiamo allestito una sosta più o meno sicura. L’adrenalina ha cominciato a scorrere a frotte nel Signor Coso. Con una lucidità e una calma sorprendente ha fatto da sicura prima all’Amico Esperto e poi a me per farci attraversare il canalone sulle tracce lasciate dai re magi. A quel punto toccava a lui. Affidandosi alla nuova sosta realizzata dall’altra parte dall’Amico Esperto ha affrontato la neve. Cassandra era quieta: non preannunciava morte. Al primo passo il piede gli è scivolato. Non esattamente un buon modo per cominciare, ma Cassandra forse dormiva o era in coma o che so io perché non si è spaventata e il secondo passo è stato più fermo del primo e così via. E il Signor Coso procedeva anche con una certa eleganza, chiedendo corda con calma come se stesse chiedendo permesso in metro. Non come me che, un attimo prima nella stessa situazione, gracchiavo come una pazza “CORDA! CORDA! CORDAAA!”.

A questo punto mi piacerebbe dirvi che da qui in poi, senza ulteriore fatica o imprevisti, siamo arrivati in vetta, ma la realtà è che ci siamo di nuovo persi. O almeno lo supponiamo visto che in poco tempo ci siamo ritrovati nell’ennesimo canale sdrucciolevole senza più traccia di sentieri o segnavia. È qui che, mi vergogno ad ammetterlo, ho avuto un totale crollo mentale e, ridotta a procedere praticamente a carponi, ho completamente perso il senno e mi sono testardamente seduta sull’ennesima roccia friabile e ho sentenziato che volevo il soccorso alpino. In quel momento l’Amico Esperto era troppo avanti per accorgersene e vicino a me c’era solo il Signor Coso che era più incline a spronarmi ad andare avanti che ad accondiscendere ai miei capricci. Io non sapevo che numero si dovesse chiamare per avvertire il soccorso alpino (è vergognoso! Non fate come me!) e non sapevo neanche dove mi trovassi (in quel momento non mi era neanche chiaro che quelle verso cui procedevamo si chiamassero Torri di Casanova), quindi senza l’alleanza di uno dei miei due compagni non avevo speranza di farmi soccorrere e, d’altro canto, anche il ritorno era ormai fuori questione superato il malefico canalone.

Così alla fine sono andata avanti mentre il Signor Coso, preoccupato e un po’ confuso, si interrogava mentalmente se fosse il caso di parlare o tacere, correre avanti verso l’Amico Esperto o restare indietro con me. Tanti quesiti, lo devo ammettere, su cui è meglio non soffermarsi quando, come noi, ti ritrovi a circumnavigare una roccia sporgente sopra un canalone abbracciando con sommo amore tutti gli speroni a disposizione. Quesiti, d’altro canto, che non hanno una buona risposta neppure in città, al livello del mare, figurarsi in montagna a 2000 metri di altezza.

Dopo il panico da circumnavigazione di roccia, comunque, abbiamo raggiunto in poco tempo la cresta dove ci siamo ricongiunti con la Via del Centenario. Qui, con suo sommo sgomento, Cassandra ha dovuto constatare che si era sbagliata: niente ferrata laggiù, ma solo altri tratti rocciosi, quasi dolomitici, di II grado con vecchi chiodi dismessi infilati nella roccia. In poco tempo, però, abbiamo raggiunto a sinistra quella che io ho creduto essere la vetta di una delle torri dove tre romani come noi se ne stavano comodamente spaparanzati a bersi un Ichnusa. Per essere onesti, in realtà, abbiamo raggiunto la sella sotto la vetta, ma questo lo abbiamo scoperto solo il giorno dopo, per la “felicità” del Signor Coso e dell’Amico Esperto (io mi sono accontentata di essere tornata a casa intera, vetta o non vetta). Che poi non ho neanche capito se quella sotto cui siamo passati ignorandola bellamente sia la torre più alta, ossia la vetta di 2362m, ma non devastateci ulteriormente: diciamo che lo era.


Vista della sella delle Torri di Casanova dal Sentiero del Centenario

Il ritorno dalle Torri di Casanova per la via Familiari


I tre romani erano stati più furbi di noi: erano saliti dalla via di salita e sarebbero anche ridiscesi da lì. Il che gli permetteva di assicurarci che il peggio era passato e che la via Familiari, che finalmente avremmo intrapreso, era decisamente alla portata di tutti. Cassandra ormai, però, era malfidata: non gli credette. Ve lo dico subito: non mentivano, avevano ragione loro.

La via ferrata Gianni Familiari (2276 m circa) è poco distante dalla vetta e fin dal primo poderoso tratto verticale si mostra subito maltenuta. Il primo tratto non presenta un cavo di acciaio, ma una corda alpinistica. Nonostante faccia effetto vederlo dal basso non è certo questo primo tratto a costituire il problema di questa breve, brevissima ferrata. Anzi, dopo essersi issati lungo la fune ed essersi arrotati fino a ridiscendere per la successiva scaletta si può godere di una fessura naturale nella roccia dove il vento si incanala a tal punto da diventare suono, un suono tipo flauto stonato intento a suonare, come tutti i flautisti alle prime armi, Viva viva l’olio d’oliva.

È il secondo tratto della ferrata Familiari che si rivela più ostica. La verticalità rimane elevata e la discesa si fa difficile, al punto che il Signor Coso non riusciva più a turnicare e developparsi. Stava lì come un pesce lesso a cercare un modo per inforcare la scaletta. E provatevelo a immaginare un pesce a 2000 metri, senza acqua e senza gambe (in fondo è un pesce…) che cerca di inforcare una scaletta: non riesce molto bene.

Superate le difficoltà del pesce lesso e la mia sensazione di vuoto e terminata la ferrata si procede per un sentiero in quota fino a raggiungere la Forchetta di Santa Colomba (2250 m circa). Qui si abbandona il Sentiero del Centenario e si inizia finalmente a scendere prima nell’ennesimo canale ghiaioso ripido e scosceso e poi, a quota 2050m circa, in un largo dosso erboso dove, dopo un paio di ore di discesa abbiamo imboccato un sentiero segnato, che poi sarebbe il sentiero n.230, fino ad arrivare alla macchina sfiniti, tesi, ma entusiasti (tutti a parte me) per l’avventura appena vissuta.

Un ultimo appunto su questo trekking nel Gruppo del Gran Sasso inaspettatamente più complicato di qualsiasi cosa avessimo fatto fino a quel momento e inquietantemente più caldo di quanto il meteo avesse promesso: Cassandra aveva ragione fin dall’inizio. Ebbene sì, saremmo dovuti andare a sinistra nel Piano di Pietranzoni e imboccare fin dall’inizio questo sentiero segnato che poi, a conti fatti, c’era e solo noi non notavamo, ma a quel punto poi che avremmo fatto? Saremmo riscesi dalla via CAI Penne? Non c’è niente da fare, Cassandra: porti sfiga in ogni caso!


Vista del panorama dolomitico delle Torri di Casanova

Scheda dell’escursione:


Partenza: Piano di Pietranzoni (a piedi)
Arrivo: Piano di Pietranzoni (a piedi)
Difficoltà: II grado (Via CAI Penne), EEA (Via Familiari)
Durata: 8 ore e mezzo circa
Dislivello: 850m
Sentieri: 230, 230A


Le fotografie sono mie e del Signor Coso

venerdì 4 maggio 2018

LA SALITA AL MONTE PRENA

LA VOLTA CHE C’ERA LA NEVE A GIUGNO… OH CAVOLO! LA NEVE!

Vi rivelo un segreto: erano mesi che avevo voglia di parlare di questa escursione. E finalmente siamo giunti a lei: la salita al Monte Prena, montagna unica nel massiccio del Gran Sasso con il suo paesaggio lunare. Che se per caso un giorno vi svegliate e vi sentite Astolfo (quello dell’Orlando Furioso, per intenderci), ma non trovate in giro nessun carro di Elia, vi assicuro che andare sul Prena sarà un ottimo ripiego alla mancata luna (che poi, almeno, lì non correte neanche il rischio di inciampare sul senno di qualcun altro. E non è poco). 

Vista del Monte Prena durante la salita dalla via normale

L’avvicinamento al Monte Prena


Il Monte Prena è stato un sacco di prime volte. È stata la prima escursione di Wini con noi. È stata la prima volta che ho capito che non serve per forza andare sulle Dolomiti per incontrare un paesaggio dolomitico. È stata la prima volta che ho trovato la neve sulla mia strada. Ed è stata anche la prima volta che ho creduto che la mia fortuna metereologica avesse fatto cilecca. Ebbene sì: ho una fortuna sfacciata con il tempo. Non mi piove mai addosso quando sono in montagna. E neanche sul Prena è successo, ma questo non ha escluso comunque il vento gelido e il freddo birichino. Ma andiamo per ordine.

Il Prena, per chi non lo sapesse, è il gemello buono del Monte Camicia. O per meglio dire non si assomigliano per niente, ma stanno là, uno accanto all’altro, quindi diciamo che sono gemelli. Che poi se volessimo essere precisi più che altro sono trigemini (tipo i Pantano dei Una serie di sfortunati eventi. Se non sapete di cosa parlo shame on you!) perché ci sarebbe di mezzo anche il Monte Brancastello, ma lasciamo perdere questa questione che se no ci incartiamo e non andiamo avanti.

Visto che stanno uno accanto all’altro va da sé che la via per il Monte Prena è la stessa che porta al Camicia. Solo che una volta superato Campo Imperatore per raggiungere il Monte Camicia si deve arrivare alla località Fonte Vetica. Per il Prena, invece, ci si ferma circa 300 metri prima, all’altezza di una stradina sterrata sulla sinistra che, almeno che non abbiate un fuoristrada, è impercorribile in macchina, tanto è sassosa e dissestata. Quindi gioco forza si parcheggia qui. 

La conca verdeggiante prima del Vado di Ferruccio nella salita al Monte Prena sulla via normale


La salita al Monte Prena


La strada sterrata è proprio l’inizio di questa escursione che fin da subito ci ha fatto capire che non sarebbe andata come ci aspettavamo. Appena scesi dalle macchine già battevamo quasi i denti. Ed era giugno eh! Mica eravamo in pieno inverno. Ma si da il caso che questo non significasse niente per il Prena: giugno o non giugno lui sarebbe stato comunque innevato. E a dire il vero questa non è neanche una grande novità per la mia famiglia: siamo specializzati nel trovare neve nei periodi dell’anno sbagliati. I miei si sono sposati il primo giorno di primavera. Hanno montato le catene alle macchine prima di andare in chiesa: nevicava da morire! Quindi insomma era destino che prima o poi sarebbe capitato anche a me qualcosa del genere ed ecco fatto.

Dopo una mezzora circa di camminata sul sentiero sassoso ancora non sentivo caldo ed era ormai chiaro che eravamo tutti vestiti troppo leggeri per sperare di stare bene quel giorno. A quel punto, comunque, rassegnati abbiamo svoltato a destra e, a una deviazione ben segnata, abbiamo cominciato a salire dritti per dritti tra il Prena e il Camicia ignorando, per altro, che se avessimo continuato sul sentiero precedente saremmo giunti alle miniere di bitume finite di costruire nel 1944 e mai entrate in funzione (sapete com’è: c’era la guerra…). Ora, che cosa sia il bitume io l’ho appena scoperto, perché per 27 anni della mia vita sono stata convinta che fosse un sinonimo di letame (ma miniere di letame non si può sentire!) e invece è una miscela di idrocarburi naturali o residuati derivanti dalla distillazione o raffinazione del greggio. Che poi tutti sti paroloni significano asfalto: il bitume è l’asfalto…

Dopo la breve salita di qualche metro dritti per dritti ha inizio nei prati un sali e scendi continuo non troppo pendente che porta, in relativamente poco tempo, a una vallata verde. Ed è qui che abbiamo trovato la neve e che io ho cominciato a temere che avrei perso per sempre Wini. E poi come lo spiegavo a casa? Perché la neve era in uno scivoloso canaletto che dovevamo per forza attraversare. E mentre io mi preoccupavo per Wini, nel canaletto ci stava quasi per scivolare il Signor Coso. O per lo meno così afferma lui: io non ci ho neanche fatto caso. Povero Signor Coso! 

La salita del Monte Prena per la via normale con sullo sfondo due guglie rocciose con incastrato in mezzo un grande masso ovale

Superato questo piccolo canalone, però, si arriva a un tratto pianeggiante che ci ha dato modo di distendere i nervi. Sì, la neve era anche lì ma più rada e non era uno scivolo da montagne russe, quindi nel complesso era gestibile. Per altro questo tratto deve essere particolarmente suggestivo visto nel pieno dell’estate perché è costellato di ruscelletti e cascatine veramente belle da vedere. Però ovviamente la “pianura” non può durare. Aggirata la conca a destra, infatti, all’altezza del Vado di Ferruccio (2242m), da cui si potrebbe fuggire verso il malefico Camicia, abbiamo cominciato di nuovo la salita vera e propria verso la vetta del Prena dal lato tirrenico. Questo perché, dall’altro lato, è si possibile arrivare in vetta, ma attraverso dei sentieri attrezzati e noi, invece, stavamo percorrendo la via normale.

Da qui raggiungere la nostra meta era facile. Non perché questa escursione sia leggera, anzi – è decisamente dura e riservata a chi ha buona resistenza fisica – ma perché a segnare il cammino davanti a noi c’era un punto di riferimento inconfondibile: due guglie rocciose con incastrato in mezzo a loro un bel masso piuttosto rotondo. Secondo me è la prova che a un certo punto Sisifo si è rotto le scatole e ha dato forfait proprio lì sul Prena. Che sia così o meno, comunque, questa curiosa scultura naturale è stata la nostra stella polare: dovevamo solo proseguire in salita dritti per dritti verso di lei. Almeno finché non abbiamo raggiunto un secondo e ben più pendente e pericoloso canalone pieno come una pignatta di neve. Ed è qui che abbiamo rischiato di perdere Wini. Per fortuna i miei bastoni da nordic walking le hanno offerto una salvifica stabilità che altrimenti non avrebbe avuto. In compenso io, vedendola scivolare, ho perso almeno dieci anni di vita. Secondo me è per questo che adesso ho ben tre capelli bianchi!

Comunque, superato quest’ultimo canalone la salita si fa ancora più interessante perché da qui in poi è solo rocce brulle. Questo perché in realtà si sta procedendo a ridosso della parete. Dopo pochi minuti infatti si arriva sullo stretto filo di cresta da cui, a 20 metri circa, si staglia la piccola vetta (2561m) dove riesce a starci quasi solo la croce. E se per caso state conquistando il Monte Prena in una giornata particolarmente ventosa (il nostro ventaccio freddo si credeva la Bora, per esempio) fate attenzione a quando scavallate per arrivare in cresta: il vento può sorprendervi per la sua forza e può farvi facilmente perdere l’equilibrio.

La discesa dalla vetta del Monte Prena tra le rocce bianche e la nebbia

Il ritorno dalla vetta del Monte Prena


Ho sentito dire che dalla vetta del Monte Prena si goda di una vista meravigliosa. Purtroppo io non posso confermarlo perché durante tutta l’escursione siamo stati completamente immersi in una fitta nebbia lattiginosa che non ci ha fatto vedere niente. E se a questo aggiungiamo il fatto che stavamo morendo di freddo capirete facilmente perché siamo stati sì e no in vetta uno o due minuti e poi abbiamo ricominciato la discesa.

Per tornare ai piedi del monte la strada di discesa è la stessa di salita. Bella ma impegnativa quindi, e non certo da fare di corsa, anche se io a un certo punto sentivo talmente freddo che avrei volentieri preso la scorciatoia che offriva il canalone che qualche minuto prima aveva provato a portarsi via Wini. Se solo quella scorciatoia non fosse stata letale… Chi ha invece rischiato di prenderla davvero è stato purtroppo un nostro amico, uno dei più esperti della compagnia, a cui ha ceduto sotto al piede una roccia mentre strisciavamo lungo la parete per evitare di finire nel canalone. E lì davvero ci siamo spaventati tutti molto. Per fortuna però è riuscito a evitare di cadere e si è solo ferito un po’ la mano. Un mezzo miracolo! A riprova che la montagna è pericolosa sempre: non importa se stai a 2000 metri o a 8000 e neppure da quanto tempo fai alpinismo.

A parte questo imprevisto, comunque, alla fine è andato tutto bene e non abbiamo più avuto incidenti o incontrato difficoltà particolari. Quando siamo arrivati alle macchine, però, eravamo veramente sfiniti. Il freddo ci aveva irrigidito i muscoli rendendo peggiore e più faticoso ogni movimento e a me aveva fatto venire una contrattura al quadricipite che ci avrebbe messo giorni a passare. E per fortuna che se ne andò giusto il giorno prima della Ferrata degli Artisti che feci la settimana dopo. Se me l’avesse rovinata non sono sicura che adesso avrei amato così tanto il Prena. Perché sì, lo ammetto: il Monte Prena è il mio preferito sull’Appennino e ho deciso che ci devo assolutamente tornare, sta volta senza neve. D’altro canto la prima volta non ho visto né camosci né genziane né stelle alpine, che dicono invece brulichino lassù, e non siamo neanche andati a mangiarci gli arrosticini per quanto eravamo stanchi. Ah gli arrosticini! Perché li ho nominati? Adesso mi è venuta fame. A voi no? 

Vista delle rocce del Monte Prena tra la nebbia


Scheda dell’escursione:


Partenza: Ai piedi del Monte Prena (tramite sentiero)
Arrivo: Ai piedi del Monte Prena (tramite sentiero)
Difficoltà: E
Durata: 6 ore circa
Dislivello: 850m

Le foto sono mie e del Signor Coso

venerdì 9 febbraio 2018

LA SALITA AL MONTE CAMICIA

LA VOLTA CHE… SIAMO ONESTI: CI SIAMO ANDATI SOLO PER GLI ARROSTICINI!

Capita a tutti di avere un acerrimo nemico. Persino il Signor Coso che, per quanto è gentile e alla mano, è quasi un gigantesco orsacchiotto pacioccoso (tipo Bear, l’orso che canta alla luna in quel programma per bambini, per intenderci) ha un acerrimo nemico. Quindi cosa c’è da stupirsi se ne ho uno io? Il mio si chiama Monte Camicia.



Vista del Monte Camicia e della sua cresta dal Monte Tremoggia


L’avvicinamento al Monte Camicia


Prima cosa importante: l’ostilità nei miei confronti da parte del Camicia è certa e conclamata. Due volte ho fatto un’escursione per raggiungere la sua cima e due volte lui mi ha fatto a pezzi e rosolato neanche fossi un tacchino ripieno. 

Della prima escursione, però, ricordo poco e niente. Giusto il caldo che faceva e la faticaccia di arrivare in vetta. Quindi vi racconto la seconda volta. Premessa necessaria, questa, perché altrimenti non si capisce come d’un tratto sembri l’alpinista migliore del gruppo, seconda solo al Signor Coso che quel giorno, non si sa perché, si credeva il dio Mercurio per come correva in su e in giù per il monte. E invece no: sono sempre lo stesso Gollum zoppettante di sempre, solo che aver già affrontato un’escursione influisce moltissimo sulla resa complessiva della seconda volta.

L’avvicinamento per il Monte Camicia è piuttosto lineare. Se come noi arrivate da Roma basta prendere l’uscita dell’autostrada a24 Assergi e procedere per Campo Imperatore. Superati gli impianti di risalita si continua dritti. Al bivio che permette di raggiungere realmente Campo Imperatore, si gira a sinistra e si procede in direzione Castel del Monte. Su questa via, caratterizzata sia dalla vista meravigliosa dell’altopiano circostante, che non a caso è chiamato simpaticamente il Piccolo Tibet, che dalle buche-voragini che fanno invidia a quelle di Roma (ed è tutto dire), si raggiunge e si supera il meraviglioso “arrosticinaro” Mucciante importantissimo per questa escursione.

Si prende quindi a sinistra fino a raggiungere Fonte Vetica dove si trova una fontanella, un rifugio e, soprattutto, il parcheggio, perché è da qui che comincia la salita alla vetta più orientale del massiccio del Gran Sasso.



Panorama sulla piana erbosa circostante durante la salita verso la cima del Monte Camicia


La salita al Monte Camicia


Per salire sul Monte Camicia da Fonte Vetica ci sono due possibili vie. Entrambe le volte noi abbiamo scelto di salire da quella meno scoscesa e riscendere da quella più pendente: ci è sembrato il modo migliore di affrontare questo dislivello di circa 1000 metri.

Abbiamo quindi preso, guardando la fontana, il sentiero a destra. Questa via si snoda inizialmente in una pineta di mastodontici abeti e fin da subito presenta un’elevata pendenza. Per fortuna in alcuni punti più ostici è gradonata altrimenti sarei morta già dopo i primi due passi, e con me i due amici che ci accompagnavano. Una dei due, per altro, era Wini che forse ricorderete per essere stata la burattinaia di se stessa nel giro di Rocca Calascio e che, per sua sventura, si è trovata a faticare molto più del previsto anche sul Camicia.
Per fortuna il tratto nel bosco termina velocemente e appena si esce dalla vallata ombreggiata si gira a destra percorrendo un pianoro erboso da cui si può osservare tutta la piana di Campo Imperatore. Il Camicia è un monte faticoso, ma offre in cambio splendide vedute. Proseguendo ancora lungo la salita, infatti, si riesce persino a vedere il mare. A quel punto si è raggiunta la Sella di Fonte Fredda (1994m), che ha un nome bugiardo: di freddo sul Camicia nei mesi estivi/autunnali non c’è nulla!

La sella non è neanche a metà strada. Si deve continuare a salire lungo la cresta che in poco tempo porta prima all’anticima del Monte Tremoggia (2231m) e poi alla vera e propria vetta del Monte Tremoggia (2350m). Se vi state chiedendo “e mo da dove spunta sto Monte Tremoggia e a che serve?” la risposta è semplice: a infrangere i sogni degli escursionisti poco allenati e per niente esperti che vedendo la croce credono per un solo istante di essere arrivati in cima al Camicia. Ingenui!

Il Tremoggia è più o meno a metà strada e se come noi vi state portando dietro un amico che, non si sa bene perché, ha pensato di venire in montagna in jeans, sneakers ed eastpak, per non parlare di un problema alla schiena che lo sta lentamente assassinando, potrebbe essere una buona idea fermarsi qui a mangiare qualcosa e recuperare le forze. Noi ci abbiamo pranzato, mostrando bellamente a chiunque passasse di lì la nostra famelica voracità da lupi, neanche fossimo rimasti a digiuno per mesi!

Nel mentre ci stavamo spazzolando via un paio di panini a testa, il nostro amico mal equipaggiato, che forse non aveva ben chiaro cosa significasse fare trekking, ha mostrato però di avere una vista da elfo individuando nell’erba delle chiavi della macchina perse da chissà chi, chissà quando. Se devo immaginare qualcosa che non vorrei mi capitasse mentre sto facendo un’escursione a chilometri da casa (oltre ovviamente al farmi male) ecco quello è perdere le chiavi della macchina, subito seguito dal lasciare le luci accese… ma questo credo che sia un piccolo trauma dovuto al coccolone che mi sono presa dopo la Ferrata degli Artisti. Mossi da un’empatia immediata per i poveretti a cui era capitato abbiamo cercato per tutto il sentiero a chi appartenessero, ma niente! Così è la vita, immagino.

Dal Tremoggia si riscende alla Sella Tremoggia (2331m) e si continua per la cresta fino a raggiungere una conca nella quale si cammina all’interno della linea di cresta. Qui salendo qualche metro e sporgendosi un po’ si possono osservare le pareti del Camicia che precipitano a strapiombo per circa 1200m nel versante teramano. Uno spettacolo veramente suggestivo, lo ammetto! Vale la pena sopportare l’antipatia del Camicia solo per vederlo.

La via nella conca prosegue fino a una selletta con vista sul Corno Grande. Qui il nostro amico mal equipaggiato ha sentenziato che non gli interessava più così tanto arrivare in cima e che lo attirava molto di più tutta quella bella erbetta morbida. Così si è buttato a terra e tempo pochi minuti stava già dormendo. Il Signor Coso, Wini e io, invece, abbiamo proseguito a sinistra lungo un sentiero ghiaioso, sdrucciolevole e molto pendente che in circa 15 minuti ci ha portato in vetta.

La vetta del Monte Camicia (2564m) è piccola e presenta solo una croce abbarbicata nel poco spazio disponibile. Siccome è una meta molto ambita e quindi sempre affollata il nostro tempo di permanenza lassù è stato minimo. Siamo giusto riusciti a farci un paio di foto e a goderci un po’ di aria fredda, perché sì: il Camicia è un forno crematorio per tutta la salita e la discesa ma in vetta diventa una cella frigorifera. Che simpaticone!
 

Vista della cresta del Monte Camicia dalla vetta del Monte Camicia


Il ritorno dal Monte Camicia e l’arrosticinaro


Se si desidera dalla cima è possibile imboccare il Sentiero del Centenario, noi invece siamo tornati sui nostri passi stando attenti a non ruzzolare troppo nel ghiaione che ci riportava là dove il nostro amico stava ancora bellamente sonnecchiando.

Qualche minuto dopo ce ne stavamo tutti buttati sull’erba a chiacchierare e divorare qualsiasi forma di cibo ci fosse rimasta. Il Signor Coso, in particolare, era munito di una bustina di mirtilli secchi ben sigillata che con fare ingegneristico stava aprendo attentamente millimetro dopo millimetro con un coltellino svizzero. Il taglio aveva una precisione chirurgica al punto che persino uno sconosciuto poco distante, a nostra insaputa, stava osservando il suo lavoro. A un certo punto, però, il Signor Coso ha pensato di poter allargare il taglio con le dita. Così ha fatto lievemente pressione e… i mirtilli sono completamente esplosi ovunque. Nello straccio che restava della bustina erano rimasti intrappolati sì e no cinque mirtilli. Non ho mai sentito nessuno ridere tanto di gusto come quello sconosciuto alle nostre spalle. Dio quanto lo ha divertito quella scena! E comunque addio mirtilli per noi.

Dopo aver tentato di dare nuova flora al Camicia (se lassù trovate dei cespugli di mirtillo è tutto merito nostro) abbiamo ripreso la via di casa e, arrivati alla conca dalle pareti strapiombanti, invece di proseguire per il Monte Tremoggia siamo scesi verso valle dal sentiero a destra che fiancheggia il vallone di Vradda.

Da qui si scende prima fra le rocce e poi nel bosco in un via vai di curve che non permette mai di avere un’idea chiara di quanto manchi all’arrivo. Così io, consapevole che mancava sempre troppo, ho preso l’abitudine di mentire a Wini e al nostro amico che a quel punto erano sfiniti, doloranti e avevano sviluppato un odio forse persino maggiore del mio per il Camicia. Wini soprattutto, che era alla sua prima volta sul Camicia ma era già stata sul monte accanto, il Prena, dove avevamo incontrato il gelo artico a giugno, era diventata praticamente un unico lamentio. La si può capire, però: si aspettava il freddo o per lo meno il fresco e si era ritrovata a prendere fuoco neanche fossimo nel Sahara!

Comunque arrivati a Fonte Vetica il buon umore è tornato a tutti perché poco distante da lì, a neanche cinque minuti di macchina, c’era Mucciante. Ve lo avevo detto che era importante per questa escursione. Questa macelleria vende a prezzi irrisori ottimi arrosticini di pecora che poi il cliente stesso si cucina sulle braci lì fuori. Per fortuna io ho trovato persino un gentilissimo signore abruzzese che si è messo a girarmi gli arrosticini. Cielo se ci sapeva fare!

Comunque alla faccia dei mirtilli secchi fuggiaschi: un po’ di arrosticini e sto apposto. E siamo onesti poi: sul Monte Camicia vale la pena andarci solo perché poi c’è Mucciante!



Vista della conca all'interno della linea di cresta dalla cresta che porta al Monte Camicia


Scheda dell’escursione:


Partenza: Fonte Vetica (a piedi)
Arrivo: Fonte Vetica (a piedi)
Difficoltà: E
Dislivello: 1000mt
Durata: 8 ore circa

Tutte le foto sono del Signor Coso