venerdì 8 giugno 2018

IL GIRO DEL LAGO PIAN PALÙ

LA VOLTA CHE IL SIGNOR COSO È STATO ASSALITO DA UN PESCE (MA È SOPRAVVISSUTO) 

Se un giorno vi trovate nella Val di Pejo, o anche nell’attigua Val di Sole, e avete voglia di un’escursione paesaggisticamente suggestiva ma non troppo faticosa questo articolo vi verrà in soccorso. Diciamo che questo è il McGyver dei pezzi che raccontano escursioni alla portata di tutti. Solo che non ha effetti speciali, né forcine esplosive, né soluzioni da escape room, né idee alla art attack per evitare la fine del mondo. Insomma è McGyver se McGyver fosse un tipo normale. Comunque parla di un bel trekking: il giro del Lago Pian Palù. 

Vista del Lago Pian Palù tra gli abeti cresciuti sulla riva

La partenza da Pejo Fonti


Quest’escursione comincia male, però poi migliora: ve lo giuro! Da Pejo Fonti bisogna avviarsi a piedi lungo la strada asfaltata fino ad arrivare al Rifugio Fontanino (1675 m). A essere onesti ci potreste arrivare anche in macchina e parcheggiare da qualche parte lì, ma non vi aspettate la spianata infinita e il nastro rosso e le cerimonie ad attendervi. Insomma è grasso che cola se trovate un buchetto dove nascondere la vostra Smart (se siete arrivati sulle Alpi con una Smart stima per voi, soprattutto per le valigie: ma dove le avete messe? Poi me lo spiegate).

Forse vi ricorderete del Rifugio Fontanino dall’escursione per il Sentiero dei Tedeschi, che poi è stata anche la prima volta in cui ho visto il Lago Pian Palù, ma nel caso ve lo siate dimenticato vi ripeto qui l’importante alert: non bevete l’acqua della fonte del Fontanino!

Sulla riva del fiume opposta al rifugio si salgono le ripide scalette di legno e terriccio, pienamente pedonali, che costituiscono l’unico tratto del sentiero 199 che si percorre in questo giro. Arrivati al lago ci si riposa un attimo (quella salita è veramente assassina) e quindi si attraversa la gigantesca diga che intorno agli anni Cinquanta ha determinato la nascita di questo lago artificiale. 

Vista dalla diga del Lago Pian Palù incorniciato dai monti

Il giro del Lago Pian Palù


Il giro comincia sulla strada militare, anche detto sentiero 124. Alias, potreste anche decidere di ignorare le scalette di prima e raggiungere la diga prendendo questo sentiero direttamente dal Rifugio Fontanino, ma a quel punto dove sarebbe il divertimento? Niente lingua di fuori appena partiti? Non si fa così ragazzi!

La strada militare porta fino alla Malga Giumella (1950m) dove un salvifico fontanile è sempre disponibile a offrire acque fresche ai grulli che vanno in giro con le borracce vuote (ma quello è successo solo quando siamo stati sul Sentiero dei Tedeschi, quindi almeno per questa volta siamo stati un po’ meno fagiani).

Se dividessimo il giro del lago in quarti bisognerebbe ammettere che questo primo quarto, che si dipana dalla Malga Giumella, è forse il peggiore: in salita, lontano dalla riva del lago, in mezzo al bosco. Ma già dal secondo quarto l’atmosfera cambia: la strada diventa discesa e si avvicina sempre più alla riva.

A metà giro, più o meno, bisogna attraversare un fiumiciattolo che si allontana dal lago. Quello che vi posso assicurare è che il guado è piuttosto facile e alla portata di tutti; come sia concretamente, ossia grazie a cosa si passi dall’altra parte, però, non ve lo posso assicurare. Dentro la mia testa si sovrappongono due ricordi entrambi terribilmente realistici: una diga di legno solida ma provvisoria che sembra fatta dai castori e un largo e basso ponte di legno fatto evidentemente dall’uomo. Quale esiste e quale è una mia invenzione? Siccome il Signor Coso giura che in questa escursione abbiamo incontrato anche mamme con i passeggini che non avevano difficoltà a fare il giro (di cui però non ho memoria: forse se l’è sognate lui), sono incline a pensare che esista realmente un ponte vero e proprio. Diciamo che è probabile esista al 70%, l’altro 30% sono i castori.

Superato il ponte-castoro si raggiunge la Malga Palù (1830m) riconoscibile da una casupola e da uno steccato. In questa zona del giro l’acqua del lago è poco profonda e dalla riva si possono vedere le rocce infrangere i flutti quieti appena smossi dal vento o venire sommerse, rifratte e deformate da poche dita d’acqua dolce. Da qui lo spettacolo del Lago Pian Palù è totalmente diverso da quello che si ammira dalla diga dove la profondità è grande e l’acqua scura.

Poco lontano dalla Malga Palù, lungo il sentiero, non è difficile incontrare d’estate al libero pascolo mucche a pelo lungo con importanti corna. Mi è stato confermato in questi giorni che le mucche sono animali completamente innocui e docili e che hanno una lingua ruvida (che c’entra la lingua con il discorso che sto facendo? Niente, ma sapevo questa cosa e ve l’ho detta), ma io sono in aperta ostilità con loro: sono sicura che le mucche siano persone orribili, altro che i cavalli, quindi anche in questo caso gli sono stata alla larga.
Poco dopo essere sfuggiti alla malignità delle mucche il Signor Coso e io abbiamo raggiunto l’unico tratto del lungolago dove c’è una specie di spiaggetta di piccoli sassi facilmente riconoscibile perché di fronte a una vicina isoletta. Qui – sulla spiaggia, non sull’isola – ci siamo buttati a riposare e a bagnare i piedi. C’era anche qualcuno che si faceva una nuotata nel lago, ma non vi consiglio di imitarlo: non si deve mai nuotare nei laghi artificiali, sono pericolosi!
Noi ci siamo limitati a sguazzarci dentro con l’acqua alle caviglie e nonostante questo un pesce è riuscito a dare l’assalto al Signor Coso che, dopo essersi preso un mezzo infarto, è riuscito coraggiosamente (e forse anche un po’ miracolosamente) a sopravvivere. Dite che la sto facendo troppo esagerata? Beh, forse non sapete che il Signor Coso è allergico al pesce. Ma sembra evidente che l’allergia non interviene quando è il pesce a mangiare il Signor Coso e non viceversa. E d’altro canto il pesce ha desistito quasi subito dal suo piano di sbranarsi la caviglia del Signor Coso. Magari il pesce è allergico al Signor Coso… 

Scorcio del Lago Pian Palù in un giorno assolato

Il ritorno a Pejo Fonti


Per fuggire da questo meraviglioso scorcio di natura del Parco Nazionale dello Stelvio, dove a quanto pare non è insolito d’autunno sentire il bramito del cervo in amore (sono l’unica che a questo punto si è immaginata Cocciante che bramisce?) abbiamo raggiunto nuovamente la diga e l’abbiamo attraversata ancora una volta. Ebbene sì: siamo tornati dal sentiero 124, la strada militare.

Raggiunto il Rifugio Fontanino ci siamo immersi nel bosco dall’altra parte del fiume e abbiamo preso il sentiero 110 che qualche giorno prima ci aveva fatto perdere portandoci a Pejo Fonti con un paio di ore di ritardo sul groppone. Questa volta, però, muniti dell’esperienza precedente, siamo riusciti a individuare il cartello che indica la via per Pejo Fonti e svoltato a sinistra abbiamo attraversato il fiume e ci siamo ricongiunti dopo un po’ alla strada asfaltata dell’andata. A questo punto la strada era tutta dritta fino alla pizzeria dove ci siamo insediati. Dove credevate che andassimo sennò? E dopo, se lo volete sapere, siamo andati anche alle terme! O almeno credo… penso… suppongo… non ne sono tanto sicura: non è che me lo ricordi veramente… 

Scorcio dei monti intorno al Lago Pian Palù con un'isolotto in primo piano

Scheda dell’escursione:


Partenza: Pejo Fonti (a piedi)
Arrivo: Pejo Fonti (a piedi)
Difficoltà: E
Durata: 3 ore circa
Dislivello: 430m
Sentieri: 124, 119, 110
Rifugi: Rifugio Fontanino

Le foto sono mie e del Signor Coso

venerdì 1 giugno 2018

L'ESCURSIONE AL MONTE DI CAMBIO

LA VOLTA CHE… “CHE VUOL DIRE CHE IL GPS SOFFRE DI LABIRINTITE?” 

Per quanto io abbia amato alla follia il Monte Prena, e temuto e forse anche un po’ odiato il Monte Camicia, devo ammettere con imbarazzo che né l’uno né l’altro sono stati la mia prima escursione sull’Appennino. No, la prima è stata l’escursione al Monte di Cambio, ed è stata un gran casino quindi perdonatemi in anticipo il conseguente caos di questa storia. 

Panoramica della vetta del Monte di Cambio

L’attacco all’escursione al Monte di Cambio


Prima cosa da sapere se volete andare a fare l’escursione al Monte di Cambio d’estate: portatevi tanta, ma tanta acqua. Perché? Un po’ di pazienza! Tra poco lo scoprite.

Una volta che vi siete muniti di almeno 5000 litri di acqua fresca potete partire. L’attacco all’escursione non è in un punto particolarmente definito, ma nel bel mezzo della Statale Vallonina, strada che a lungo andare vi porta dritto per dritto al Terminillo (d’altro canto il Monte di Cambio è proprio nel gruppo del Terminillo). Il meglio che posso fare per aiutarvi a individuare questo fantomatico punto è dirvi che dovrete superare il Rifugio A. Sebastiani (1820m). Poi troverete un piccolo spiazzo: parcheggiatevi lì.

Solo un piccolo alert: la Statale Vallonina dovrebbe essere chiusa in un qualche periodo dell’anno. Né io né il Signor Coso lo ricordiamo con chiarezza. Nel caso sia vero personalmente scommetto che è d’inverno, ma è tutto talmente “boh” che forse non mi dovreste star ad ascoltare.

Una volta parcheggiata la macchina la nostra prima azione è stata quella di incamminarci sulla strada asfaltata. Ebbene sì: ci toccava fare un pezzo sotto il sole cocente sul bitume rovente. Non si poteva proprio evitare. Ma il vero male è arrivato con la nostra seconda azione, a dire la verità.
Il fatto è, che a un certo punto, sulla destra è comparsa una “collinetta”. Avremmo potuto scegliere di ignorarla oppure l’avremmo potuta imboccare con la fiducia cieca di chi fino a quel momento è stato solo sulle Dolomiti e ignora ancora che l’Appennino è il triangolo delle Bermuda dei segnavia e dei sentieri ben tracciati. Ovviamente noi l’abbiamo imboccata. Eravamo illusoriamente convinti che fosse direttamente collegata al Monte di Cambio, che in qualche modo, insomma, sarebbe potuta essere una direttissima alla cima e che ci avrebbe fatto guadagnare tempo su questa escursione che in rete danno di 2 ore. Errato! La nostra convinzione era completamente errata! Era talmente errata che faceva più acqua dello scolapasta con cui mi sono fatta la cena ieri.
Dopo un’ora circa siamo tornati indietro con la coda fra le gambe: alla fine della “collinetta” c’era un mezzo burrone. Non era la strada giusta. E quindi siamo già a un’ora in più. Tenete il conto e ricordatevi: doveva essere un’escursione di 2 ore!

Tornati sulla via asfaltata poco dopo si incontrano finalmente i cartelli che segnano l’inizio dell’escursione: finalmente si comincia! 

Ultimi metri per la vetta del Monte di Cambio

La salita al Monte di Cambio


Il magico (e quasi unico in zona) cartello segna la via per un piccolo tratto di strada nel bosco dove, poco dopo, si incontra un bivio. Qui, a destra, si prende il sentiero 404-440, che sembra un mostro mitologico metà rebus e metà sudoku, e si circumnaviga una montagnola.

Superato questo tratto si precipita in un’area erbosa che io ricordo caratterizzato solo da due cose: un fontanile che imita alla perfezione il deserto del Sahara e le cacche di mucca… c’erano cacche ovunque. Era praticamente impossibile camminare senza schiacciare qualche escremento e le mosche che ci giravano in torno… va beh! Non entriamo nel dettaglio. Non è stato piacevole, comunque.
Quello per cui è veramente famosa nella mia memoria questa conca erbosa, però, è il fatto che, al netto della “collinetta” sopradetta, è stato il tratto in cui è veramente diventato evidente che quel giorno era all’insegna dello smarrimento. Non sapevamo proprio dove andare o anche solo dove fossimo. Contestualizziamo un po’ il discorso, però. Non eravamo solo il Signor Coso e io. Eravamo con un nostro amico molto più esperto di noi, lo stesso con cui abbiamo fatto le escursioni del Circeo, del Prena, una delle due del Camicia e quella dei Prati del Sirente, che si portava a spasso un GPS. Questo ci rendeva molto più fiduciosi del dovuto. Credevamo di non poterci perdere, almeno finché non abbiamo guardato la freccetta che ci doveva guidare e ci siamo accorti che il nostro GPS era come un ubriaco fradicio in piena crisi di labirintite su di un barcone che affonda in mezzo a un gorgo in pieno Oceano Pacifico durante uno tsunami nella stagione dei monsoni. Insomma eravamo persi!

Ecco perché è difficile per me dirvi esattamente cosa abbiamo fatto. Diciamo che… avete presente Benny Hill (quelle comiche inglesi dove tutti si inseguono in accelerazione con la musichetta carina in sottofondo) e la sigla dei Teletubbies quando saltellano per le colline? Ecco! Fondatele insieme e avrete quello che abbiamo fatto noi. E prima che me lo chiediate: aggiungete al conto un’altra ora.

In un tentativo di reverse engineering, comunque, sono riuscita a ricostruire con abbastanza certezza quello che abbiamo fatto: prima abbiamo preso il sentiero 414 e poi il sentiero 429, o almeno avremmo dovuto prenderli. Ciò che è certo è che se vi trovate su un sentiero e sull’orizzonte alla vostra sinistra vedete comparire lo screensaver di Windows – non la finestra, la collina verde – siete sulla strada giusta.

A quel punto le pendici del Monte di Cambio sono a vostra disposizione. Noi le abbiamo riconosciute subito perché abbiamo incontrato dei biker che salivano verso la cima con le loro mountain bike sulle spalle. Avevano nei piani di farsi la discesa invertendo i ruoli: loro sopra e le bici sotto. Noi siamo poi rimasti a guardarli filare giù: uno spettacolo suggestivo. Meno suggestiva era invece la gang di capre che ci ha seguito quasi fino alla cima fissandoci costantemente. Mettevano un po’ di ansia.

Arrivati sulla vetta del Monte di Cambio (2081m) abbiamo fatto la conoscenza della statuina nera della Madonna delle nevi e della vicina croce metallica. Dalla cima, nei giorni sereni, si può godere un meraviglioso panorama sul Monte Terminillo, sul Gran Sasso, i Monti dell'Alto Lazio, i Monti dell'Alto Aterno, i Monti della Laga fino ad arrivare al Monte Vettore. E se non fosse stato che a quel punto ero completamente consumata e sfinita forse quella stupenda vista me la sarei goduta un po’ di più.

La vetta del Monte di Cambio con la Madonnina delle nevi in primo piano e la croce metallica sullo sfondo

La discesa dal Monte di Cambio


Sul ritorno dal Monte di Cambio non c’è da dire molto. Non perché sia stata la stessa strada dell’andata, ma perché non vi saprei proprio dire che strada fosse. Ricordo però che lì abbiamo incontrato diversi massi e pareti perfette per la discesa in corda doppia che avremmo voluto fare quel giorno. Il nostro amico, quello del GPS, oltre a portarsi dietro il navigatore più ubriaco della galassia si era trascinato in lungo e in largo un cordone di 20 metri apposta per fare la corda doppia. Solo che a quel punto eravamo troppo stanchi/accaldati/assetati (avevamo finito l’acqua nonostante le molteplici borracce che ci eravamo portati, il Signor Coso e io avevamo tre borracce in due per intenderci) che abbiamo rinunciato a tutto.

Per fortuna, però, la via del ritorno è stata più lineare, così in relativamente poco tempo, strascicando i piedi, ansimando e zoppicando, abbiamo raggiunto di nuovo il Rifugio Sebastiani, ci siamo precipitati dentro e abbiamo bevuto tutto ciò che potevamo trovare.

È così che è terminata la mia prima escursione sull’Appennino: giurando che mai e poi mai sarei tornata a morire di caldo e di disidratazione lassù. Ma lo sapete anche voi: non ho mantenuto quel giuramento (come avrei potuto?) però – ehi! – sul Terminillo ancora non sono tornata… datemi tempo! 

Panoramica del sentiero per il Monte di Cambio

Scheda dell’escursione:


Partenza: Statale Vallonina (a piedi)
Arrivo: Statale Vallonina (a piedi)
Difficoltà: E
Dislivello: 550 m
Durata: 4 ore circa
Sentieri: 404-440, 414, 429

Tutte le foto sono mie o del Signor Coso

venerdì 25 maggio 2018

THE SUMMIT K2

IL DOCUMENTARIO SUL DISASTRO DEL K2

No, questa settimana niente escursione, niente umorismo ed esagerazione comica. Ogni tanto anche qui su questo blog è tempo di serietà, di storie tristi. Oggi è quel tempo. Oggi è tempo di parlare di The Summit K2, il documentario sul disastro del K2 del 2008.

Fonte: 4actionsport

Il K2, cos’è davvero


Prima di parlare di The Summit K2, che a conti fatti è stato il primo documentario sulla montagna che ho mai visto, facciamo un po’ di chiarezza su questo signor K2. 

Se siete approdati su questo blog è supponibile che una star come il K2 la conosciate, o per lo meno lo abbiate già sentito nominare. Probabilmente saprete che è il secondo monte più alto del mondo con i suoi 8.609 metri e forse saprete che il gruppo montuoso dove si trova si chiama Karakorum e che è al confine tra Pakistan e Cina (più o meno, adesso non stiamo a cavillare troppo geograficamente con regioni e zone autonome).

Forse, però, non sapete che il nome K2 glielo ha dato il colonnello Thomas George Montgomerie nel 1856, quando prese parte (il colonnello non il K2) alla spedizione del geografo Henry Haversham Godwin-Austen per effettuare i primi rilevamenti. E vi siete mai chiesti perché proprio quel 2? Scommetto che credete sia perché è il secondo monte più alto del monte, vero?! Sbagliato! Il due stava per “seconda cima più alta del Karakorum”. E sì: nel 1856 si erano sbagliati a misurare l’altezza dei vari monti e si erano convinti che fosse il Masherbrum la vetta più alta del Karakorum. Lo avete mai sentito nominare il Masherbrum? No? E sapete perché? Perché è molto, ma molto più basso del K2: non è neanche la terza o la quarta cima più alta del mondo. Insomma, avevano toppato di brutto. Ma appunto perché il K2 è la seconda cima sulla Terra il due è rimasto. 


Per amor di cronaca, però, va detto che non è mica l’unico nome che ha: lo potete chiamare anche Monte Godwin-Austen, Dapsang o ChogoRi, che in lingua balti significa grande montagna. E se per caso sentite parlare di una certa montagna degli italiani sappiate che parlano sempre di lui perché i primi a conquistare questo colosso indomito furono proprio gli italiani il 31 luglio 1954 nelle figure di Achille Compagnoni e Lino Lacedelli grazie a un’impresa incredibile di Walter Bonatti, che nella notte precedente alla conquista fu costretto a bivaccare a 8000 metri d’altezza dopo aver portato a quell’altitudine le bombole d’ossigeno necessarie per il tentativo di vetta (fatto che avrebbe poi generato la grande oscenità alpinistica che è passata alla storia come il caso K2).

Il nome che, però, spiega perché ho fatto tutta questa diserzione sul K2 è “la Montagna Selvaggia”. È chiamato così per la sua difficoltà alpinistica e per la sua mortalità: infatti il rapporto tra vittime e alpinisti che hanno conquistato la vetta è di 1 su 4 e tra gli ottomila ha il terzo tasso più alto di mortalità di scalata dopo l’Annapurna e il Nanga Parbat. Questo perché i suoi versanti sono estremamente ripidi, c’è una presenza costante di tratti di arrampicata e di passaggi alpinistici veramente impegnativi e pericolosi ed è quasi totalmente assente di posti adatti ad un campo.

Insomma il K2 sarà anche la seconda vetta al mondo, ma in fatto di ostilità all’uomo è la prima in assoluto. Un evento come quello raccontato in Ascension, un inesperto che arriva in vetta senza troppe difficoltà, sul K2 non capiterebbe mai. Andare sul K2, invece, è una sfida costante che sposta vertiginosamente l’asticella del rischio di morire. Non per niente la montagna degli italiani è rimasta l’unico ottomila a non essere stato conquistato di inverno. Un motivo ci sarà no?! Neppure Denis Urubko, uno dei migliori alpinisti in vita, è riuscito a conquistarlo questo inverno.

Il K2. Fonte: Wikimedia

Il disastro del K2 


Ora che vi ho spiegato perché le morti sono quasi all’ordine del giorno sul ChogoRi torniamo a noi: cos’è questo disastro del K2? Ovviamente è una tragedia. Una di quelle che quando vai in montagna, in un angoletto remoto della tua mente, sai che potrebbe succedere, ma così, di queste dimensioni, credi che non accada… non a te per lo meno. 

Era il 1 agosto 2008. Se ci penso io non lo so cosa stavo facendo quel giorno. 25 persone di 8 nazionalità diverse, invece, stavano tentando la vetta della Montagna Selvaggia in uno dei pochi giorni sereni da settimane. Quella mattina, alle 3 quando partirono da campo 4, tutti erano pronti a giurare che quello fosse il giorno perfetto. Si sbagliavano.

Per prima cosa erano in troppi a tentare la salita. Ne abbiamo già parlato con il film Everest: la fila su un ottomila può essere letale. Inoltre le corde fisse erano state montate male. Per questo procedevano lentamente. Tanto lentamente che arrivarono quasi tutti in vetta troppo tardi, unica eccezione lo spagnolo Alberto Zerain che raggiunse la cima in stile alpino alle 15 e in serata era già al campo 3. I norvegesi, invece, arrivarono alle 17.20, i coreani alle 17.30 e gli olandesi e Marco Confortola, unico italiano, arrivarono per le 18.30/19.30 (secondo alcuni addirittura alle 20).

Insomma quando scese la sera c’erano ancora 18 alpinisti in vetta. 18 perché due erano già morti. Il primo è stato il serbo Dren Mandic a causa di un errore fatale: tentare di superare un compagno senza essere assicurato. Così, vicino al collo di bottiglia, scivola e precipita. Il secondo è il suo portatore, di cui mi spiace non sapere il nome, che precipita a sua volta nel tentativo di riportare il corpo di Mandic a campo 4.

Alle 20.30 è invece il turno del norvegese Rolf Bae, che non aveva raggiunto la cima, e poco dopo del francese Hugues d’Aubarede. Il primo portato via dal distacco di una parte del seracco che insiste sul collo di bottiglia (forse il punto più pericoloso del K2 con il suo seracco alto 100 metri), il secondo precipitato poco dopo il traverso per colpa della stanchezza.

Le vittime a questo punto sono 4. Prima che la vicenda si concluda saliranno a 11. La notte ormai ha colto gli alpinisti in pieno tentativo di discesa. Alcuni decidono di proseguire nonostante tutto, qualcuno (Confortola, l’irlandese McDonnel e l’olandese van Rooijen) decidono di bivaccare aspettando l’alba. Alle 6, con un principio di cecità in corso, van Rooijen parte da solo verso il campo 4. Poco dopo partono anche McDonnel e Confortola che però si fermano a soccorrere due coreani e il portatore nepalese Jumic Bhote che, nel tentativo di discesa notturna, sono scivolati e rimasti appesi a testa in giù ad alcune corde fisse. McDonnel morirà proprio per essere risalito oltre il traverso per tagliare le corde per liberarli. O almeno così sembra: le versioni della storia da qui in poi sono discordanti e contraddittorie.

Sono ormai le 15 del 2 agosto. McDonnel, che otterrà postumo il premio Best of ExplorersWeb 2008 per il suo "incredibile coraggio", è già morto, Confortola, dopo aver chiamato aiuto, abbandona i tre e si incammina verso campo 4. È esausto e alla fine crolla addormentato. Van Rooijen, invece, è perso lungo la via Cesen a causa della parziale cecità. Sarà il portatore Pemba Gaylje a soccorrerli entrambi, mentre non c’è nulla da fare per salvare i coreani, il loro portatore e i due portatori che sono tornati lassù per salvarli: una valanga li travolge e li spazza via. L’unico del gruppo che riesce a sopravvivere è Tsering Bhote e poco più avanti anche Confortola sopravvive alla valanga grazie all’intervento, ancora una volta, di Pemba Gyalije che gli fa da scudo con il suo corpo. Ed è proprio Gyalije il vero eroe di questa tragedia se uno ne vogliamo trovare. O per lo meno è l’eroe che sopravvive. Perché salva chi può salvare in barba ai rischi che corre lui in prima persona; perché ogni salvataggio in alta montagna è anche possibilità di morte. Per questo si dice che quando si è lassù, soprattutto nella zona dalla morte, in realtà si è da soli.



Summit K2, il film


Questa è la triste storia del disastro del K2. Toglie il fiato, e The summit la racconta come un pugno nello stomaco. Tra immagini suggestive e reali si dipanano le tappe essenziali di questa condanna alla distruzione. L’80% del documentario, infatti, è composto da immagini vere, azioni vere, volti veri: solo il 20% del film, infatti, è ricostruito usando come location le Alpi svizzere a oltre 3700 metri. 

E mentre stai lì a guardare quei ricordi in movimento ti rendi conto che stai guardando qualcosa che è già finito, una storia che non puoi cambiare, come la luce delle stelle. Ti raggiunge in ritardo di anni e tu, che sai cosa succederà, non puoi fare niente. Puoi solo guardare sapendo che è tutto vero ciò che vedi, che quelle persone sono vere. Li vedi muoversi, parlare e poi cadere. E quando cadono tu sai che non si rialzeranno.

E a fine film ti resta un dubbio: ma perché hanno scelto quel che hanno scelto? Ma il dubbio reale è uno solo: “avrei fatto la sua stessa scelta senza il senno di poi?”. E la risposta, al 90% delle volte è, sì.

Ed è forse questo il vero trionfo di The summit: rendere chiaro che nella zona della morte il cervello si impiglia nella neve e fallisce in ogni scelta. E non è proprio possibile giudicare quello che è stato, le scelte fatte. Non è possibile stilare una lista dei buoni e dei cattivi, di chi ha fatto bene e di chi ha fatto male. Si può solo tacere e ricordare.


Fonte: Adventure Pakistan


Scheda del film:


Sceneggiatore: Mark Monroe
Regista: Nick Rayan
Produttore: Image Now Films Fantastic Films Passion Pictures Diamond Docs
Durata: 95 minuti
Anno di uscita: 2012